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La giurisdizionalizzazione dell’esecuzione penale in Francia, pur avendo raggiunto importanti traguardi, deve essere ancora perfezionata

L’articolo di Xavier Lameyre ci offre un prezioso aggiornamento sui più recenti sviluppi del sistema giuridico dell’esecuzione penale in Francia.

Come risulterà chiaro dalla lettura del testo, le riforme legislative e l’evoluzione giurisprudenziale stanno trasformando anche Oltralpe la fase dell’esecuzione delle pene in una serie coordinata e finalizzata di attività in cui, pur rimanendo assai forte la presa dell’Amministrazione deputata alla gestione del sistema penitenziario, sta crescendo l’intervento giurisdizionale della magistratura.
In Francia il JAP (juge de l’applications des peines) ha competenze alquanto delimitate in confronto a quelle della Magistratura di Sorveglianza italiana.
Tuttavia il modello italiano non manca di far sentire la sua influenza. L’attrazione esercitata dalla coerenza interna di tale modello spinge nel senso del riconoscimento di momenti di giurisdizionalizzazione anche nell’esecuzione penale francese.
Sarà sufficiente ricordare, a questo proposito, che pressoché in contemporanea con la redazione dello scritto di Lameyre, il Conseil d’État (sezioni 6ª e 4ª riunite) con decisione in data 30 luglio 2003, n. 252712, ha stabilito, per la prima volta, che il provvedimento di destinazione all’isolamento di un detenuto, che può essere adottato per motivi diversi da quelli disciplinari, è suscettibile di ricorso per eccesso di potere.
Nel commento, che accompagna nella Rivista “Actualitè Juridique Penal” la pubblicazione della decisione (della quale riportiamo la massima), si osserva che l’importante novità giurisprudenziale è stata resa possibile dalla “pressione” esercitata sul Consiglio di Stato dalla Magistratura di merito, dalle inchieste parlamentari del 2000, dal Consiglio d’Europa e dalla dottrina.
Dottrina che vede in Xavier Lameyre una delle voci più competenti nella materia penitenziaria. Siamo quindi particolarmente grati a Lameyre per il contributo che il suo scritto offre a Le Due Città.

La massima della decisione del Conseil d’État (sezioni 6ª e 4ª riunite) in data 30 luglio 2003, n. 252712
«La collocazione all’isolamento, per sua stessa natura, impedisce alla persona che ne è sottoposta la partecipazione alle attività sportive, culturali, scolastiche, di formazione e di lavoro remunerato che vengono proposte in via generale agli altri detenuti; tale misura può essere stabilita per una durata che può raggiungere i tre mesi e può essere prorogata; in queste condizioni, benché l’articolo D.283-2 del Codice di procedura penale disponga che “la destinazione all’isolamento non costituisce una misura disciplinare. I detenuti ad essa sottoposti osservano l’ordinario regime detentivo”, la collocazione all’isolamento di un detenuto contro la sua volontà costituisce, tenuto conto dell’importanza degli effetti sulle condizioni di detenzione, una decisione suscettibile di ricorso per eccesso di potere.
La corte non ha commesso errore di diritto giudicando che la collocazione all’isolamento rientra nel novero delle decisioni che devono essere motivate in forza dell’articolo primo della legge dell’11 luglio 1979».
Per meglio apprezzare il significato della decisione occorre ricordare che la “collocazione all’isolamento” (mise à l’isolement) è una misura prevista dell’art. D.283-1 e D.283-2 del Codice di procedura penale adottata a richiesta del detenuto (il caso si verifica – ad esempio – quando un detenuto si senta minacciato dai compagni), ma anche contro la sua volontà e, in quest’ultima ipotesi, sia per proteggerlo, sia per evitare situazioni di rischio (ad es. quando vi è rischio di evasione o per una generica “precauzione”). Diversa è, invece, la misura disciplinare della punition de cellule (assegnazione a cella singola), anche se le due situazioni, quando l’isolamento non sia deciso su richiesta dell’interessato, finiscono per avere gli stessi contenuti pratici.
Pertanto, anche se il Codice di procedura penale dichiara che la collocazione all’isolamento non è una misura disciplinare, il giudice francese ha ritenuto che la decisione adottata contro la volontà del detenuto debba essere motivata e possa formare oggetto di un ricorso per eccesso di potere.
Tale ricorso può essere presentato direttamente al Tribunale amministrativo senza necessità di un previo ricorso gerarchico e il detenuto può essere assistito da un legale.
Il procedimento consente il contraddittorio e la conoscenza degli atti del dossier. (cfr. “Actualitè Juridique Penal”, Dalloz, n. 2/2003, pag. 74).
In Francia la legge n. 2000-516 del 15 luglio 2000, intitolata al rafforzamento della tutela della presunzione di innocenza e dei diritti delle vittime, ha rivoluzionato il diritto dell’esecuzione penale. Eppure, come indica espressamente il titolo, in origine il progetto di legge presentato da Elisabeth Guigou1 non riguardava il campo dell’esecuzione e dell’applicazione delle pene. In realtà, due importanti novità presenti in numerose disposizioni volte a tutelare i diritti delle vittime giustificavano questa nuova legge: la creazione del Giudice delle libertà e della detenzione (JLD) incaricato di pronunciarsi sulla detenzione preventiva di coloro che sono in attesa di giudizio, e l’instaurazione di un possibile ricorso contro le decisioni delle Corti d’Assise2. È stato necessario un vasto, anche se breve, movimento d’opinione favorevole al miglioramento delle condizioni di detenzione3 per avviare, furtivamente e silenziosamente4, una riforma attesa da decenni dai pratici non meno che dai teorici del diritto penale. Se il passaggio dalla “giudiziarietà” alla “giurisdizionalizzazione” dell’applicazione della pena ha costituito una tappa importante nell’evoluzione della giustizia della fase post sentenza, il compimento di questa rivoluzione resta ancora da realizzarsi.

I – Dalla giudiziarietà alla giurisdizionalizzazione nell’applicazione delle pene
Istituita con una legge del 14 agosto 1885, la libertà condizionale è stata la prima misura che ha permesso la modifica di una pena di carcerazione o di reclusione penale. Essa doveva rispondere a un duplice obiettivo: ricompensare i detenuti per la loro buona condotta e assisterli al momento della loro uscita dagli istituti penitenziari5. A questo scopo, la legge prevedeva la creazione di associazioni per l’assistenza ai liberati. Bisognerà attendere … il 1952 perché vengano istituiti i primi “Comitati di assistenza ai liberati”, diventati, dopo la creazione del Giudice di applicazione delle pene (JAP) e della sospensione con messa in prova del 1958, i “Comitati di messa alla prova e di assistenza ai liberati” (CPAL). Questi rimasero in vita fino al 1999, anno dell’istituzione dei “Servizi penitenziari di inserimento e messa in prova” (SPIP), servizi dipartimentali che raggruppano sotto la stessa direzione l’insieme dei condannati ammessi al “lavoro socialmente utile” (TIG: travail d’intérêt général) che esercitano in ambiente “aperto” (probation - messa in prova) e in ambiente “chiuso” (detenzione).
Questo movimento verso la giudiziarietà aveva trovato un avvio fin dal 1911, quando il Ministero della giustizia si assunse la responsabilità degli istituti penitenziari che prima dipendevano dal Ministero dell’interno. Nel 1947 venne introdotta la figura di un giudice incaricato dell’esecuzione delle pene negli istituti centrali a regime progressivo. In seguito, a partire dagli anni Settanta, numerose leggi ampliarono i poteri del JAP (Giudice di applicazione delle pene): oltre al suo ruolo di controllo sulla “probation” dei soggetti liberi, dal 1972 egli può concedere misure di liberazione condizionale ai condannati a una pena detentiva eseguibile inferiore a 5 anni. Dopo qualche esitazione del legislatore, che tra il 1978 e il 1983 aveva ridotto le sue prerogative, il JAP vide i suoi compiti crescere progressivamente, sia nel campo della messa in prova6 sia in quello della gestione delle pene detentive7. Tuttavia questa giudiziarietà aveva due limiti importanti:
- nel caso di condannati a lunghe pene detentive, solo il ministro della giustizia era competente ad accordare una libertà condizionale, dato che il potere esecutivo era ancora prevalente sull’autorità giudiziaria8;
- nel 1986 il legislatore qualificò la natura delle decisioni prese dal JAP su parere della “Commissione per l’applicazione delle pene” (CAP)9, come “misure di amministrazione giudiziaria”, definizione che impediva al detenuto ogni ricorso a una giurisdizione d’appello. Fino al 1° gennaio 2001, data di entrata in vigore della legge del 15 giugno 2000, solo il Procuratore della Repubblica aveva la possibilità di contestare davanti al Tribunale correzionale una decisione presa dal JAP, e il suo ricorso (che doveva essere presentato entro 24 ore dalla decisione) aveva effetto sospensivo. Oggi, l’impossibilità per un detenuto di contestare una decisione presa dal JAP non esiste più se non in alcune materie (cfr. infra).
Nel 1992, riguardo all’esecuzione delle sanzioni penali, il legislatore ha inserito nel nuovo Codice penale (entrato in vigore il 1° marzo 1994) il passaggio da una giudiziarietà compiuta a una giurisdizionalizzazione nascente. In realtà è stato previsto che la sospensione con messa in prova potesse essere revocata dalla “giurisdizione incaricata dell’applicazione della pena” (articolo 132-47, comma 2, del Codice penale). Tuttavia, nei fatti, il vecchio sistema è durato ancora per molti anni, perché i regolamenti che permettevano l’attuazione concreta di questa nuova giurisdizione non furono mai redatti e si continuarono ad applicare le precedenti disposizioni del Codice di procedura penale. Solo quando il Parlamento ha adottato nuove modalità di modifica della pena e una nuova sanzione penale, la giurisdizionalizzazione dell’applicazione della pena è diventata una realtà giuridica:
- la legge n. 97-1159 del 19 dicembre 1997, relativa alla sorveglianza elettronica, prevedeva che la decisione del ritiro del “bracciale elettronico” fosse presa in camera di consiglio, al termine di un dibattito in contraddittorio, nel corso del quale il JAP ascoltava le conclusioni del Procuratore della Repubblica e le osservazioni del condannato, come pure, se del caso, quelle del suo avvocato; poiché questa decisione era provvisoriamente esecutiva, nell’arco di dieci giorni poteva essere impugnata presso la camera di appello correzionale, che delibera in materia di applicazione penale (articolo 723-13, comma 2, del Codice di procedura penale):
- un’identica procedura fu introdotta dalla legge n. 98-468 del 17 giugno 1998, relativa alla prevenzione, alla repressione dei reati sessuali e alla protezione dei minori; così gli obblighi del controllo socio-giudiziario (suivi socio-judiciaire) potevano essere sanzionati mediante una carcerazione inizialmente pronunciata dalla giurisdizione di competenza al termine di un dibattito in contraddittorio davanti al JAP. Anche questa decisione poteva essere impugnata nell’arco di dieci giorni (articolo 723-5 del Codice di procedura penale).
Tuttavia, affinché questa realtà testuale divenisse una realtà giudiziaria, la sorveglianza elettronica avrebbe dovuto smettere di essere solo una sperimentazione10 e il controllo socio-giudiziario (applicabile soltanto ai reati commessi dopo la promulgazione della legge) avrebbe dovuto essere applicato in sede di giudizio di cognizione. Intanto era stata votata la legge del 15 giugno 2000, che cominciò ad applicarsi dal 1° gennaio 2001.

II - Una giurisdizionalizzazione da perfezionare

Di fronte all’impossibilità dei condannati di contestare le decisioni di applicazione delle pene, che non potevano neanche essere oggetto di ricorso alle giurisdizioni amministrative11, la giurisdizionalizzazione dell’esecuzione penale diventò realmente una “urgenza democratica”12. Votata in extremis nel corso dell’adozione della legge del 15 giugno 2000, la giurisdizionalizzazione si è concretizzata in differenti disposizioni atte a rafforzare i diritti dei condannati:
- ormai, dopo il parere del rappresentante dell’amministrazione penitenziaria e al termine di un’udienza in contraddittorio in cui ciascuna parte (condannato, avvocato, rappresentante del pubblico ministero) viene ascoltata “a porte chiuse” (camera di consiglio), le misure di assegnazione all’esterno (placement à l’extérieur), di semilibertà, di frazionamento o sospensione della pena, di sorveglianza elettronica e di liberazione condizionale sono accordate, rinviate, rifiutate, ritirate e revocate da decisioni motivate del JAP; questo giudice procede d’ufficio o su richiesta del condannato o per decisione del Procuratore della Repubblica (articolo 722, comma 6, del Codice di procedura penale); in prima istanza il dibattito in contraddittorio si svolge generalmente all’interno dell’istituto penitenziario;
- entro il termine di dieci giorni, la decisione presa dal JAP, giudice unico, può essere contestata in appello davanti alla camera di appello correzionale della corte d’appello, giurisdizione collegiale di secondo grado;
- quando si tratta di una domanda di liberazione condizionale proveniente da un condannato a una o più pene, la cui durata sia superiore a dieci anni o, quale che sia la lunghezza della pena, quando la parte della pena che resta da scontare sia superiore a tre anni, è competente la Giurisdizione regionale della libertà condizionale (JRLC); questa giurisdizione di primo grado è collegiale, presieduta da un magistrato della corte d’appello assistito da due JAP, di cui uno conosce il condannato; gli appelli contro le decisioni prese dalla JRLC vengono esaminati dalla Giurisdizione nazionale della libertà condizionale (JNLC), giurisdizione collegiale presieduta dal primo presidente della Corte di Cassazione (o da un suo rappresentante) e comprendente altri quattro membri: due magistrati della Corte di Cassazione, un responsabile di un’associazione per il reinserimento dei condannati e un responsabile di un’associazione delle vittime;
- i motivi di concessione della liberazione condizionale sono stati estesi: oltre al “serio impegno di reinserimento sociale” motivato con l’esercizio di una attività professionale, con la partecipazione a un corso di studi o di formazione, con la partecipazione attiva alla vita di famiglia o con una terapia medica, la legge del 15 giugno 2000 ha previsto un motivo supplementare: l’esercizio dell’autorità parentale su un giovane di meno di 10 anni che abbia la sua residenza abituale presso il genitore condannato. Per beneficiare di una tale modifica della pena, il richiedente non deve essere stato condannato a una pena detentiva superiore ai quattro anni (o non deve ancora scontare una pena residua superiore a questa durata) e non deve essere stato condannato per un crimine o un reato commesso ai danni di un minore.
Nondimeno, questa rivoluzione giurisdizionale sembra ancora incompleta:
- in ambiente “chiuso”, non può essere applicata alle misure di riduzione di pena13, di permesso di uscita14 e di autorizzazione di uscita sotto scorta; per scrupolo di realismo – sia in ragione del numero importante di decisioni pronunciate in materia (circa 130.000) sia in ragione dell’esiguo numero di JAP (circa 200) – il legislatore non ha voluto generalizzare la giurisdizionalizzazione dell’applicazione delle pene all’insieme delle misure di modifica della pena; quindi i provvedimenti di “amministrazione giudiziaria” non sono stati completamente soppressi;
- in ambiente “aperto”, le misure di probation pronunciate dalle giurisdizioni di competenza (sospensione con messa in prova, lavori socialmente utili) non sono (ancora) state toccate dalla giurisdizionalizzazione, e il JAP deve ancora domandare al pubblico ministero di rivolgersi alle giurisdizioni competenti quando intende revocare misure che si svolgono sotto il suo controllo;
- dal 2002, cioè dopo meno di un anno dalla completa entrata in vigore della giurisdizionalizzazione dell’applicazione delle pene15, la pratica del dibattito in contraddittorio – atto giurisdizionale per eccellenza – è diventata opzionale o in casi di urgenza (art. D. 116-12 del codice di procedura penale) o quando, con l’accordo del Procuratore della Repubblica e del condannato o del suo avvocato, il JAP abbia deciso di concedere una misura di liberazione condizionale, di semilibertà, di assegnazione all’esterno, di sospensione o frazionamento della pena oppure di sorveglianza elettronica.
In pratica, la mancanza dei mezzi umani e materiali necessari alla completa attuazione della giurisdizionalizzazione nell’esecuzione delle pene ha imposto al legislatore un pragmatismo che deve accontentarsi di disposizioni che applicano solo parzialmente le norme e i principi fondamentali della procedura penale. Così non tutti i condannati detenuti sono uguali di fronte al diritto di ricorso: ad esempio se un condannato contesta una decisione del JAP può prima di tutto fare appello e poi, eventualmente, ricorrere in cassazione. Quest’ultima via di ricorso non è aperta ai condannati che contestano davanti alla JNLC una decisione pronunciata da una JRLC: in realtà la decisione motivata fornita dalla JNLC, composta per la maggior parte da magistrati della Corte di Cassazione, “non è suscettibile di alcun ricorso, di qualsiasi natura esso sia” (art. 722-1, comma 6, del Codice di procedura penale). Di fronte a una giurisdizionalizzazione “perfettibile”16, e nonostante l’abbandono da parte del governo di un vasto progetto di legge penitenziaria, gli esperti e la dottrina si augurano che il legislatore prosegua sul cammino avviato tre anni or sono.

Indifferente alle alternanze politiche, dato che si inscrive in un profondo movimento di riforma della giustizia penale, la giurisdizionalizzazione dell’applicazione delle pene potrebbe conoscere nuovi sviluppi nel corso della prossima adozione del progetto di legge presentato al Parlamento nella primavera del 2003 dalla guardasigilli Dominique Perben, per adattare il diritto all’evoluzione della criminalità. Grazie a una fortunata combinazione di competenze, il deputato Jean-Luc Warsmann, vice presidente della Commissione delle leggi dell’Assemblea nazionale e relatore di questo progetto, è anche il redattore di un rapporto relativo alle pene alternative alla detenzione, alle modalità di esecuzione della carcerazione breve e alla preparazione dei detenuti all’uscita di prigione17. Consegnato al ministro della giustizia il 28 aprile 2003, questo documento contiene numerose proposte interessanti che intendono ampliare le competenze giurisdizionali del JAP (in particolare in materia di revoca delle misure di probation) e a inserire nella legge il principio della modificabilità (“aménagement”) della pena per coloro che sono stati condannati alla carcerazione. Nel momento in cui la giurisdizionalizzazione dell’applicazione delle pene non ha impedito il costante declino del numero delle modifiche della pena18, che anzi sono diventate “misure eccezionali”,19 è urgente perfezionare il procedimento della fase post sentenza.
La realizzazione di questa “rivoluzione” giuridica e l’estensione dei diritti dei condannati non sono incompatibili con il rispetto dei diritti delle vittime e neppure con l’attenzione alla sicurezza che anima i nostri contemporanei: l’esistenza di obblighi imposti con la modifica della pena premia gli sforzi di reinserimento dei condannati e allo stesso tempo rappresenta un controllo esercitato dalle autorità giudiziarie e penitenziarie.l

Xavier Lameyre, magistrato, maître de conférences, chargé de Formation et Recherche all’Ecole Nationale de la Magistratura, esperto internazionale di diritto penitenziario, autore di “La Guide des peines”, con B. Lavielle, Dalloz, seconda edizione, 2003, e di “Pour une étiques des soins penalement obligés” in “Revue de science criminelle et de droit pénal comparé”, 2001, n. 3, pp. 521-536.(GT)
NOTE
1 Guardasigilli, ministro della giustizia dal 4 giugno 1997 al 18 ottobre 2000.
2 Sono le giurisdizioni che, in Francia, giudicano le infrazioni più gravi, dette crimini. Esistono un centinaio di corti d’assise (una per ogni Dipartimento, che corrisponde grosso modo alle province italiane). Le infrazioni meno gravi (contravvenzioni) sono giudicate dai tribunali di polizia, quelle di gravità media (delitti) dai tribunali correzionali. Prima dell’entrata in vigore della legge del 15 giugno 2000, e in assenza di vie di ricorso (appello), solo la via della Cassazione era aperta ai giudicabili e ai magistrati della procura che intendessero contestare le decisioni penali, e ciò era contrario al principio del doppio grado di giurisdizione. Ogni anno le corti d’assise pronunciano all’incirca da 3.000 a 3.400 sentenze, i 181 tribunali correzionali da 380.000 a 400.000 giudizi e i 454 tribunali di polizia circa 700.000 decisioni, di cui circa 120.000 riguardanti le contravvenzioni più gravi (V classe).
3 Nel gennaio 2000, la pubblicazione del libro-testimonianza della dottoressa Véronique Vasseur, Médecin-chef à la prison de la Santé (Paris, Ed. Cherche Midi), che denunciava le pessime condizioni dei detenuti della prigione parigina, provocò una forte reazione dell’opinione pubblica, tanto che furono aperte due commissioni parlamentari di inchiesta. Poco dopo, nel febbraio 2000, le proposte contenute nel rapporto della commissione incaricata di elaborare la riforma della liberazione condizionale (commissione presieduta da Daniel Farge, consigliere della Corte di cassazione) hanno ispirato anche il Senato e l’Assemblea nazionale.
4 Le nuove disposizioni, votate in extremis in seconda lettura (nel febbraio 2000), poco prima del voto finale sulla legge, non sono state oggetto di alcun dibattito pubblico; soltanto gli specialisti e gli esperti in esecuzione e applicazione delle pene avevano capito che sotto il titolo III della legge, “Disposizioni diverse e di coordinamento”, e nel capitolo II “Disposizioni relative all’esecuzione delle pene” (artt. da 122 a 130 della legge), si realizzava alla chetichella una vera e propria rivoluzione giudiziaria e penitenziaria.
5 P. Poncela, Droit de la peine, II ed. aggiornata (I ed. 1995), Paris, Presses universitaires de France (coll. “Thémis”, serie “Droit privé”), 2001, p. 342.
6 Segnatamente dal 1983 con la creazione del “lavoro socialmente utile” (TIG) e della sospensione (“sursis”) con obbligo di svolgere un TIG.
7 In particolare dal 1985, grazie al suo potere di modificare le pene detentive inferiori a un anno pronunciate contro condannati liberi (art. D. 49-1 del codice di procedura penale) e, a partire dal 1986, grazie all’ampliamento del campo di applicazione della semilibertà e della assegnazione all’esterno (con o senza “sorveglianza penitenziaria”), misure inizialmente create nel 1960.
8 In Francia, la Costituzione del 4 ottobre 1958 riconosce alla giustizia soltanto una “autorità” (art. 64) e non un potere.
9 Questa commissione amministrativa multidisciplinare è presieduta dal JAP. È composta dal direttore dell’istituto penitenziario e dal rappresentante del Pubblico ministero (membri di diritto), come pure da personale penitenziario (di sorveglianza e di assistenza sociale) ed eventualmente da ogni persona qualificata che conosca i detenuti (medici, psicologi, insegnanti...).
10 Prima di essere generalizzata, la sorveglianza elettronica fu sperimentata, a partire dal luglio 2000, in una decina di giurisdizioni e in quattro istituti penitenziari francesi; solo dall’ottobre 2002, dopo che il procedimento di sorveglianza elettronica venne omologato con un decreto del 1° luglio 2002, l’uso del bracciale elettronico ha potuto essere esteso all’insieme degli istituti penitenziari e delle giurisdizioni francesi. Oggi, soprattutto per combattere la sovrappopolazione delle carceri, il ministero della giustizia sostiene una politica attiva di ampliamento della sorveglianza elettronica. Al 1° giugno 2003, i JAP hanno pronunciato circa 800 decisioni di sorveglianza elettronica.
11 Con una decisione del 22 febbraio 1960 (sentenza Dame Fargeaud d’Epied), il Tribunale dei conflitti aveva già indicato che per le misure di applicazione delle pene riguardanti “la natura e i limiti di una pena” erano competenti solo le giurisdizioni giudiziarie. Nel 1990 e nel 1994, l’incompetenza delle giurisdizioni amministrative fu ribadita dal Consiglio di Stato (sentenza Théron, 9 nov. 1990 e sentenza Korber, 4 nov. 1994). Cfr. M. Herzog-Evans, Droit de l’application des peines, Paris, Dalloz (coll. “Dalloz-Références”), 2002, p. 33.
12 M. Herzog-Evans, “Le juge de l’application des peines, juridiction du premier degré”, in Revue de science criminelle et de droit pénal comparé, n. 2, 1999, p. 289.
13 Nel sistema penale francese vi sono due tipi di riduzione di pena:
- le riduzioni ordinarie per “buona condotta” (3 mesi per anno o 7 giorni per mese, secondo l’articolo 721 del codice di procedura penale); nel 2002, il JAP ha concesso circa 75.000 riduzioni di questo tipo, cioè il 97% delle richieste; nello stesso anno circa 1.100 riduzioni sono state revocate per cattiva condotta (cioè l’1,5% del totale);
- le riduzioni supplementari di pena per “serio impegno nel reinserimento sociale” (2 mesi per anno o 4 giorni al mese a partire dal 2° anno; per il recidivo questi quantitavi sono dimezzati, secondo l’articolo 721-1 del Codice di procedura penale); nel 2002, il JAP ha concesso circa 20.000 riduzioni di questo tipo, cioè l’83% delle richieste;
14 Nel 2002, quasi 32.000 permessi di uscita sono stati accordati dal JAP; di questi, i tre quarti sono stati motivati con il mantenimento dei legami familiari e il 14% per motivi professionali. Il tasso di mancato rientro nell’istituto penitenziario è stato solo dello 0,8%.
15 Disposizioni introdotte dal decreto n. 2002-619 del 26 aprile 2002 a completamento di quelle relative all’applicazione delle pene (art. D. 49-1 del Codice di procedura penale), e dalla legge n. 2002-1138 del 9 settembre 2002 sull’orientamento e la programmazione della giustizia (art. 722, comma 7, del Codice di procedura penale).
16 P. Wardenski, “La juridictionnalisation de l’application des peines issue de la loi du 15 juin 2000”, in SYN.A.P.SE (Synthèse d’actualité pénitentiaire et de sensibilisation, pubblicata dall’École nationale d’administration pénitentiaire), n. 4, nov. 2001.
17 Il testo del rapporto è consultabile e scaricabile sul sito del Ministero francese della giustizia (www.justice.gouv.fr/publications/rapports).
18 Tra il 2001 e il 2002, il numero delle liberazioni condizionali concesse si è abbassato del 14,2%. Nel 2002, 4.876 misure di questo tipo sono state concesse dai JAP (nel 1987, erano 8.357). Quanto alle semilibertà, il loro numero è stato di 2.942 nel 2002 (stabile da circa 12 anni). Il numero delle assegnazioni all’esterno è stato di soli 2.550 casi nel 2002, mentre raggiungeva i 3.477 nel 1994.
19 I ricercatori P.V. Tournier e A. Kensey hanno dimostrato che attualmente l’82% dei detenuti esce di prigione senza beneficiare del controllo e dell’assistenza conseguenti a una modificazione della pena (liberazione condizionale, semilibertà, collocamento all’esterno) (cfr. “L’aménagement des peines privatives de liberté, des mesures d’exception”, in Questions pénales, bollettino del Centro di ricerca sul diritto e le istituzioni penali - CESDIP), giugno 2000, XIII.3 (testo consultabile e scaricabile sul sito del CESDIP, www.cesdip.msh-paris.fr).

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