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Tecnologie e nuovi rapporti con istituzioni e imprenditoria alla base del rilancio del lavoro in carcere
di Fabrizio Cerri

Da dove cominciare? Sul prossimo numero della Rivista – annunciò il Direttore – dobbiamo fare un articolo sul lavoro in carcere: e la scelta è caduta su di me.

Facile, certo: perché la pubblicistica non manca di riferimenti, compreso un bel servizio apparso proprio di recente nel corso di un’importante e seguita trasmissione di RaiTre. Facile, certo: anche per l’abbondanza di documentazione – numeri, relazioni, percentuali, minute, appunti, analisi, e altro ancora – che ti viene illustrata con dovizia di particolari e messa a disposizione da funzionari tanto competenti quanto entusiasti del ruolo svolto. Poi, quando hai letto un po’ di roba, fatto qualche clic sul computer, girato e rigirato tabelle e grafici, e ti devi mettere a scrivere, il primo quesito che ti si presenta è proprio quello: da dove cominciare?
Dai dati significativi, ancorché poco inclini all’ottimismo, che danno una percentuale di detenuti lavoranti di poco inferiore al 24 per cento sul totale della popolazione carceraria, contro il 40 e passa che si registrava una quindicina d’anni fa? O dalla laboriosità dei tanti che si applicano in mestieri spesso appresi proprio in carcere e che danno un senso operativo al loro essere detenuti, confezionando magliette, inventando loghi e slogan, rilegando libri, cimentandosi con l’informatica, sfornando cibi, ingegnandosi ai torni, producendo verdure o laccando mobili? Dalla scarsa conoscenza di imprese e cooperative sui benefici anche fiscali per chi opera con lavoratori detenuti (o ex detenuti, o in regime di semilibertà)? O dall’impegno che l’Amministrazione Penitenziaria ha posto e pone per far sì che il dettato costituzionale sul reinserimento sociale del detenuto non rimanga lettera morta, ma abbia effettiva attuazione?
Anche il lettore non avvezzo alle problematiche del mondo penitenziario avrà già capito quanto vasto e complesso sia questo tema del lavoro in carcere, che converrà qui affrontare con una prima stesura per capitoli, quasi un’enunciazione delle singole sfaccettature che l’argomento comporta e merita, lasciando poi successivo spazio agli inevitabili approfondimenti e – perché no? – alle possibili meditazioni. E ci sembra quindi giusto cominciare con l’enunciazione dei progetti avviati o in corso di realizzazione.
Per dare concretezza all’obiettivo primario di definire un progetto di rilancio del trattamento penitenziario, con particolare riferimento al lavoro, l’Ufficio IV della Direzione Generale Detenuti e Trattamento e del DAP, Osservazione e Trattamento intramurale, ha deciso di dedicarsi con attenzione – spiega la dott.ssa Maria Pia Giuffrida, cui è affidato il progetto di rilancio del lavoro penitenziario – alla creazione, o alla rimodulazione, di una rete stabile di rapporti e di collaborazioni con istituzioni e imprenditoria, vòlta prima di tutto a dare la massima pubblicità alle iniziative e ai benefici strutturali e fiscali che il coinvolgimento di questi “attori” nell’operazione “lavoro in carcere” comporta, e subito dopo a far sì che le lavorazioni carcerarie siano conformi a criteri innovativi di imprenditorialità e di concretezza, aumentando i posti di lavoro dei detenuti. È per questo che è stata subito sollecitata ai Provveditorati regionali la valorizzazione degli Osservatori regionali per l’occupazione istituiti a seguito del progetto Polaris.
Come seconda fase, dalla rinnovata collaborazione con il ministero del Lavoro è emersa la necessità di assumere impegni straordinari che portino a nuove opportunità occupazionali delle persone detenute: per questo un cosiddetto “Tavolo tecnico permanente”, costituito da funzionari e dirigenti dei due dicasteri, il Lavoro appunto e naturalmente la Giustizia, ha aggiornato e integrato il protocollo d’intesa già esistente tra i due ministeri; ha poi dato un contributo di consulenza al “Piano di azione nazionale contro la povertà e l’esclusione sociale (2003-2005)”; ha, infine e soprattutto, ridefinito progetti finanziati dal ministero del Lavoro in aree di intervento del ministero della Giustizia e che giustamente stanno a cuore al Dipartimento: vale a dire, l’automazione delle procedure di gestione della banca dati sulle caratteristiche professionali dei detenuti; e l’affidamento di attività di consulenza a sostegno dei Servizi pubblici per l’impiego per favorire il reinserimento lavorativo dei detenuti.
La massima attenzione è stata rivolta soprattutto alla gestione della banca dati circa le caratteristiche professionali dei detenuti: attualmente i dati di riferimento sono poco attendibili perché di fatto poggiano sulla semplice dichiarazione dell’interessato, senza altre verifiche, mentre questa banca dati è importante perché ritenuta “spendibile” anche nel mondo libero e quindi funzionale alla maggiore attendibilità delle conseguenti lavorazioni di quanti ne siano interessati.
Sul piano diciamo così tecnologico da rilevare anche la grande attenzione che l’Ufficio sta dedicando al monitoraggio della legge Smuraglia: dall’analisi fin qui condotta sui risultati della legge 193/2000, emerge in realtà il senso di una sua scarna applicazione, forse dovuta al basso interesse o alla scarsa conoscenza, da parte del mondo dell’imprenditoria; di contro, si registra una maggiore motivazione da parte delle cooperative.
Ci sono poi due Programmi Esecutivi di Azione (PEA), presentati per il 2003, uno per l’affidamento a terzi del servizio confezionamento pasti negli istituti penitenziari, l’altro per la creazione di una rete stabile di comunicazione tra Amministrazione penitenziaria e Camere di commercio con l’obiettivo di una capillare diffusione delle informazioni sui benefici offerti dalla legge Smuraglia.
Con il primo PEA, si punta al passaggio della gestione del servizio dall’Amministrazione a imprese e/o cooperative convenzionate, puntando al risparmio delle mercedi, al risparmio sui costi di gestione delle cucine, alla migliore qualità dei pasti, ad una maggiore competenza professionale dei detenuti addetti. Senza considerare che, come si è già verificato, i pasti confezionati da imprese/cooperative non sono in genere rifiutati, come invece avviene, con abituale puntualità, dai detenuti non stranieri... La fase operativa di questo progetto è stata avviata ai primi di ottobre a Rebibbia Reclusione, Ragusa e Trani, dove la cooperativa interessata ha già ampliato il suo raggio d’azione preparando anche il catering per le scuole, e dai primi di novembre anche a Rebibbia Nuovo Complesso.

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