Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

La sentenza che pubblichiamo ha parzialmente accolto il ricorso proposto da un detenuto contro lo Stato italiano il quale, secondo la Corte di Strasburgo, non ha rispettato l’obbligo, sancito dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, di assicurare la tutela giurisdizionale di diritti asseritamente lesi.


Il caso è ricostruito con chiarezza nella motivazione della sentenza: un detenuto sottoposto al regime dell’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario si è rivolto più volte ai tribunali dello Stato senza ottenere una decisione sulla legittimità dei decreti del ministro.
Nella situazione esaminata, dunque, si è realizzata una disfunzione più grave di quella altre volte portata all’attenzione della Corte (ad esempio, nel caso Messina c. Italia, richiamato nella motivazione), posto che non si è trattato soltanto di ritardi nelle decisioni, ma addirittura, in un certo numero di casi, di mancata decisione sui ricorsi.
Secondo la Corte, in presenza di restrizioni al regime penitenziario, come quelle che conseguono al decreto previsto dall’art. 41-bis, si deve affermare l’applicabilità dell’art. 6 della Convenzione. Il ricorrente, pertanto, ha torto quando richiama la disposizione della Convenzione relativa alle garanzie del processo penale (vedi punti 20 e 22 della motivazione), ma ha ragione, secondo la Corte, quando afferma che la materia verte su diritti (l’espressione “di carattere civile” sta a significare diritti riconosciuti in via generale dall’ordinamento dello Stato) e che deve esistere una autorità giudiziaria che su tali diritti possa e debba provvedere con le forme e la tempestività richieste dalla Convenzione stessa.
La Corte non ha condannato lo Stato italiano al versamento di una somma a titolo di equa riparazione, talché la pubblicazione dell’importante decisione, pur riguardante un’applicazione dell’art. 41-bis nella formulazione precedente alla modifica apportata alla disposizione dalla legge 23 dicembre 2002, n. 279, è quanto mai opportuna ad evitare che possano ripetersi in futuro analoghe violazioni.
Per vero, la giurisprudenza di Strasburgo porta a concludere che la tutela giurisdizionale dei diritti del detenuto è imposta non soltanto dalla decisione – pure richiamata dalla Corte Europea – della Corte costituzionale dell’8 febbraio 1999, n. 26, ma anche alla stregua dell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. (GT)
Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

PRIMA SEZIONE

Causa Ganci contro Italia
(Ricorso n° 41576/98)

SENTENZA
Strasburgo - 30 ottobre 2003

Questa sentenza diverrà definitiva alle condizioni definite dall’articolo 44 § 2 della Convenzione. Potrà avere modifiche di forma.

Nella causa Ganci contro Italia,
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (prima sezione) riunita in una camera composta da:
M. C.L. Rozakis, presidente
Mme F. Tulkens, giudice
Mme N. Vajic, giudice
M. E. Levits, giudice
Mme S. Botoucharova, giudice
M. A. Kovler, giudice
M. V. Zagrebelsky, giudice
e da M. E. Fribergh, cancelliere della sezione,
Dopo aver deliberato in camera di consiglio il 9 ottobre 2003, pronuncia la seguente sentenza, adottata nella data sopraindicata:

PROCEDURA
1. La questione trae origine dal ricorso (n° 41576/98) diretto contro la Repubblica italiana, un cittadino della quale, sig. Domenico Ganci («il ricorrente») aveva adito la Commissione europea dei Diritti dell’Uomo («la Commissione») il 23 marzo 1998 in forza del vecchio articolo 25 della Convenzione sulla salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (« la Convenzione»).
2. Il ricorrente è rappresentato davanti alla Corte dalla sig.ra D. La Blasca, avvocato a Palermo. Il governo italiano («il Governo») è rappresentato dal suo agente, Sig. I. M. Braguglia, e dal suo coagente, Sig. F. Crisafulli.
3. Il richiedente allegava in particolare la violazione dell’articolo 6 della Convenzione lamentando il regime detentivo previsto dall’articolo 41-bis, nonché della legge n° 11 del 1998 e dei ritardi nell’esame da parte del tribunale di sorveglianza dei ricorsi proposti contro i decreti del Ministro della Giustizia.
4. La richiesta è stata trasmessa alla Corte il 1° novembre 1998, data di entrata in vigore del Protocollo n° 11 della Convenzione (articolo 5 § 2 del Protocollo n° 11).
5. Il ricorso è stato attribuito alla seconda sezione della Corte (articolo 52 § 1 del regolamento). All’interno di quest’ultima, la camera incaricata di esaminare la causa (articolo 27 § 1 della Convenzione) è stata costituita in conformità all’articolo 26 § 1 del regolamento.
Con delibera del 20 settembre 2001, la camera ha dichiarato irricevibili alcuni punti del ricorso.
6. Il 1° novembre 2001, la Corte ha modificato la composizione delle sue sezioni (articolo 25 § 1 del regolamento). Il presente ricorso è stato assegnato alla prima sezione così modificata (articolo 52 § 1).
7. Con delibera del 3 ottobre 2002, la camera ha dichiarato ricevibile la restante parte del ricorso.
8. Il ricorrente ha depositato osservazioni scritte sul merito della questione, laddove il Governo non lo ha fatto (articolo 59 § 1 del regolamento). La Corte ha deciso, dopo consultazione delle parti, che non era necessario tenere un’udienza sul merito della questione (articolo 59 § 2 in fine del regolamento).

IN FATTO
I. LE CIRCOSTANZE DELLA FATTISPECIE
9. Nato nel 1958, il ricorrente è un cittadino italiano detenuto al momento della presentazione del ricorso presso la prigione di Spoleto.
Sottoposto tra l’altro a custodia cautelare per aver partecipato all’assassinio del giudice Falcone e della sua scorta, il 26 settembre 1997 il ricorrente fu condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Caltanissetta. Il 12 novembre 1997 fu condannato una seconda volta, per altre accuse, alla stessa pena dalla corte d’assise di Palermo. Questa pena è diventata definitiva il 26 novembre 1999.
10. Arrestato il 4 giugno 1993, il ricorrente è stato sottoposto al regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41-bis della legge sull’organizzazione penitenziaria, la quale deroga alle condizioni previste dalla legge sull’amministrazione penitenziaria.
Durante il periodo dal 13 novembre 1996 al 31 dicembre 2000, il ministro della Giustizia ha adottato nove provvedimenti ciascuno dei quali contiene limitazioni della durata di sei mesi per i seguenti periodi:
13 novembre 1996 – 13 maggio 1997 (decreto n°1)
13 maggio 1997 – 13 novembre 1997 (decreto n°2)
14 novembre 1997 – 14 maggio 1998 (decreto n°3)
15 maggio 1998 – 15 novembre 1998 (decreto n°4)
12 novembre 1998 – 12 maggio 1999 (decreto n°5)
11 maggio 1999 – 11 novembre 1999 (decreto n°6)
8 novembre 1999 – 31 dicembre 1999 ( decreto n°7)
28 dicembre 1999 – 28 giugno 2000 (decreto n°8)
23 giugno 2000 – 31 dicembre 2000 (decreto n°9).

Il ricorrente ha indicato di essere stato sottoposto al medesimo regime per il periodo successivo al 31 dicembre 2000, ma senza fornire informazioni precise.
11. I decreti dal n° 2 al n° 9 non costituivano formalmente una proroga del decreto precedente, bensì nuove deliberazioni che tuttavia richiamavano la deliberazione precedente.
12. I nove decreti hanno applicato al richiedente le seguenti deroghe:
a. limitazione dei colloqui con la famiglia: massimo uno al mese della durata di un’ora;
b. divieto di colloqui con terze persone;
c. divieto di utilizzare il telefono, salvo una telefonata – registrata – al mese con i membri della famiglia se il richiedente non ha effettuato colloqui;
d. divieto di ricevere o inviare all’esterno somme di denaro che oltrepassino un ammontare prefissato, ad eccezione del pagamento delle spese di difesa o delle ammende;
e. impossibilità di ricevere più di due pacchi contenenti biancheria;
f. divieto di organizzare delle attività culturali, ricreative e sportive;
g. divieto di eleggere e di essere eletto come rappresentante dei detenuti;
h. divieto di esercitare attività artigianali;
i. divieto di passare più di due ore all’aria aperta.
13. Il richiedente contestò tali decreti davanti al Tribunale di Sorveglianza. Le parti hanno esposto gli elementi di fatto che seguono.
Decreto n° 1 – Il ricorrente propose il proprio ricorso il 2 gennaio 1997. Il Tribunale di Sorveglianza di Palermo tenne un’udienza l’11 marzo 1997. Con ordinanza 11 marzo 1997, depositata in cancelleria il 15, il tribunale dichiarò irricevibile il ricorso, perché sulla base di una giurisprudenza restrittiva seguita all’epoca, il tribunale in sede giurisdizionale non aveva la competenza di esaminare il merito delle limitazioni prescritte.
Decreto n° 2 – Con ordinanza 29 luglio 1997, depositata in cancelleria il 31, il tribunale di sorveglianza di Firenze dichiarò inefficaci le limitazioni citate ai capoversi a), e) ed f) dell’elenco sopra riportato.
Decreto n° 3 – Il ricorrente si rivolse al Tribunale di Sorveglianza di Bologna in una data non precisata. Quest’ultimo tenne un’udienza il 27 gennaio 1998 e rigettò il ricorso con un’ordinanza dello stesso giorno depositata in cancelleria il 30 gennaio 1998.
Decreto n° 4 – Il ricorrente presentò ricorso il 19 maggio 1998. Il 10 ottobre 1998 il Tribunale di Sorveglianza di Perugia fissò un’udienza per il 12 novembre 1998. Il 30 marzo 1999 il presidente del tribunale di sorveglianza dichiarò irricevibile il ricorso. In effetti, constatò che il periodo di applicazione del decreto era decorso e che, per tale motivo, il ricorrente aveva perso ogni interesse al suo esame.
Decreto n° 5 – Il ricorrente non propose alcun reclamo contro tale decreto.
Decreto n° 6 – Il ricorrente propose ricorso il 14 maggio 1999. Il 9 giugno 1999 il gruppo di osservazione della prigione di Spoleto confermò un rapporto che era stato redatto precedentemente nell’ambito di un altro ricorso. Con richiesta in data 21 settembre 1999 indirizzata al Tribunale di Sorveglianza di Perugia, l’avvocato del richiedente sollecitò l’esame del ricorso. Il 4 dicembre 1999, il presidente del tribunale di sorveglianza dichiarò il ricorso irricevibile. In effetti, constatò che il periodo di applicazione del decreto era decorso e che, pertanto, il ricorrente aveva perso ogni interesse al suo esame.
Decreto n° 7 – Il ricorrente propose ricorso il 12 novembre 1999. Il 12 febbraio 2000, il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia dichiarò irricevibile il ricorso. In effetti, constatò che il periodo di applicazione del decreto era decorso e che, pertanto, il ricorrente aveva perso ogni interesse al suo esame.
Decreto n° 8 – Il 28 marzo 2000, il presidente del tribunale di sorveglianza di Perugia accordò il patrocinio al ricorrente. Il 10 aprile 2000, fissò un’udienza per il 4 maggio 2000. Con ordinanza dello stesso giorno, depositata in cancelleria l’8 maggio, il tribunale accolse il ricorso quanto alla limitazione relativa alla possibilità per il richiedente di ricevere pacchi e lo rigettò per il resto.
Decreto n° 9 – Il ricorrente propose ricorso il 28 giugno 2000. L’8 gennaio 2001, il presidente del Tribunale di Perugia lo dichiarò irricevibile per mancanza d’interesse, perché il termine di efficacia del decreto impugnato era decorso il 31 dicembre 2000.

II. IL DIRITTO E LA PRASSI INTERNA RILEVANTI
A. Il regime detentivo speciale
14. L’articolo 41-bis della legge sull’Amministrazione Penitenziaria (legge n° 354 del 26 luglio 1975), così come modificata dalla Legge n° 356 del 7 agosto 1992, attribuisce al ministro della Giustizia il potere di sospendere completamente o parzialmente l’applicazione del regime penitenziario ordinario previsto dalla legge n° 354 del 1975, attraverso un decreto motivato e controllabile dall’autorità giudiziaria, per ragioni di ordine pubblico e di sicurezza pubblica, quando il regime detentivo ordinario venga in conflitto con queste ultime esigenze.
Il regime speciale derivante dall’articolo 41-bis può essere applicato soltanto ai detenuti imputati o condannati per i reati previsti dall’articolo 4-bis della medesima legge, tra i quali figurano alcuni delitti legati alle attività della mafia.
15. L’articolo 41-bis è stato adottato a titolo temporaneo. La sua applicabilità è stata prorogata, a più riprese, fino al 31 dicembre 2002 (legge n° 4 del 19 gennaio 2001). La legge n° 279 del 23 dicembre 2002 lo ha reso una disposizione d’applicazione permanente.
16. L’articolo 41-bis non contiene alcun elenco di restrizioni autorizzate, che debbono essere determinate da un decreto del ministro della Giustizia.
17. Quanto ai mezzi di cui dispone un detenuto per contestare la decisione del ministro della Giustizia di applicargli le restrizioni, l’articolo 14-ter della legge sull’amministrazione penitenziaria autorizza a formulare un “reclamo” davanti al tribunale di sorveglianza nel termine di dieci giorni dalla data di comunicazione del decreto all’interessato. Il reclamo non ha effetto sospensivo. Il comma 2-bis dell’articolo 41-bis, introdotto dalla legge n° 11 del 7 gennaio 1998, fissa le regole in materia di competenza territoriale. Esso prevede quanto segue:
« Il Tribunale di Sorveglianza che ha giurisdizione sull’istituto in cui il condannato, l’internato o l’imputato è assegnato, è competente a decidere sui reclami avverso i provvedimenti del ministro della Giustizia emessi a norma del comma 2. Tale competenza resta ferma anche nel caso di trasferimento disposto per uno dei motivi indicati nell’articolo 42 ».
Il Tribunale deve rendere la sua decisione in un termine di dieci giorni. È possibile ricorrere in cassazione contro la decisione del tribunale di sorveglianza.

2. I mezzi di ricorso a disposizione dei detenuti
18. L’articolo 35 della citata legge n° 354 del 1975 regola il diritto di reclamo dei detenuti.
Con sentenza n° 26 dell’11 febbraio 1999, la Corte Costituzionale ha deciso che, in materia di restrizioni ai diritti garantiti dalla Costituzione, questo articolo è incostituzionale nella misura in cui non prevede una tutela giudiziaria contro le restrizioni subite dai detenuti. Non potendo indicare lo strumento giuridico cui i detenuti possono far ricorso, la Corte Costituzionale ha invitato il potere legislativo a rimediare a tale situazione.

IN DIRITTO
I. SULLA PRETESA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 6 DELLA CONVENZIONE
19. Il ricorrente lamenta i ritardi nell’esame, da parte del Tribunale di Sorveglianza, dei ricorsi proposti contro i decreti del ministro della Giustizia in applicazione dell’articolo 41-bis della legge sull’Amministrazione Penitenziaria. Il ricorrente invoca l’articolo 6 della Convenzione, così formulato:
«1. Ogni persona ha diritto ad un’equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole, davanti a un tribunale indipendente e imparziale costituito per legge, al fine della determinazione sia dei suoi diritti e dei suoi doveri di carattere civile, sia della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta. ( … )».
La Corte nota che in quattro circostanze (decreti n° 4, 6, 7 e 9), i ricorsi ai tribunali di sorveglianza sono stati dichiarati irricevibili perché il ricorrente non aveva più interesse alla decisione, in quanto la validità dei decreti all’origine dei ricorsi era scaduta a causa di ritardi nell’esame dei ricorsi.
La Corte ricorda che ha già avuto occasione di concludere nel senso della violazione disconoscimento dell’articolo 13 della Convenzione in un caso simile (Messina contro Italia (n° 2), n°25498/94, §§ 84-97, CEDH 2000-X). Tuttavia, in riferimento alla doglianza del richiedente, essa deve verificare se l’articolo 6 si applica nella fattispecie e, in caso affermativo, se il diritto del richiedente ad un tribunale è stato rispettato.

A. Sull’applicabilità dell’articolo 6
20. Il Governo contesta l’applicabilità dell’articolo 6 nel presente procedimento. Dopo aver ricordato che l’articolo 6 si applica soltanto alle procedure che riguardano «la fondatezza di ogni accusa penale», sostiene che tale disposizione non si applicherebbe a quelle che si svolgono davanti ad un tribunale di sorveglianza. Infatti, questo decide sulle controversie relative all’esecuzione della pena già inflitta dalla giurisdizione pronunciatasi nel merito dell’accusa penale. Inoltre, il secondo comma dell’articolo 41-bis della legge n° 345/1975 consente all’amministrazione penitenziaria, in caso di gravi ragioni di ordine pubblico e di sicurezza pubblica, connesse alla lotta contro la criminalità organizzata, di decidere che i detenuti condannati per i reati previsti al comma dell’articolo 4-bis della legge penitenziaria vengano sottoposti a un regime carcerario derogatorio.
21. Da parte sua, il ricorrente contesta la tesi del governo convenuto. Secondo il ricorrente, o il tribunale di sorveglianza non è una giurisdizione – e in tal caso ci sarebbe una violazione totale di tutti i diritti dell’uomo -, oppure esso è tenuto al rispetto degli obblighi imposti dalla legge e dalle convenzioni e, anzitutto, al rispetto dell’articolo 6 della Convenzione.
22. La Corte condivide l’opinione del governo convenuto secondo la quale il profilo penale dell’articolo 6 non verrebbe in questione nella fattispecie: in effetti, la materia controversa non riguardava l’ammissibilità di un’accusa penale addebitata al richiedente.
23. Per converso, la Corte deve controllare se si applichi il profilo civile poiché era in questione una «contestazione su (alcuni) diritti e doveri di carattere civile».
La Corte osserva che i procedimenti su reclamo si riferivano alla contestazione della regolarità delle restrizioni ad una serie di diritti comunemente riconosciuti ai detenuti. La questione dell’applicabilità dell’articolo 6 § 1 si pone di conseguenza sotto due aspetti: quello dell’esistenza di una «contestazione» su un «diritto» difendibile nel diritto interno; quello del «carattere civile» o non del suddetto diritto.
24. Quanto alla prima condizione, la Corte ricorda che, secondo la propria giurisprudenza consolidata, l’articolo 6 § 1 della Convenzione trova applicazione solo se esiste una «controversia» reale e seria (Sporrong e Lönnroth contro Svezia, sentenza del 23 settembre 1982, serie A n° 52, p. 30, § 81) basata su «diritti e doveri di carattere civile». La controversia può riguardare tanto l’esistenza stessa di un diritto quanto la sua estensione o le sue modalità di esercizio (vedi in particolare Zander contro Svezia, sentenza del 25 novembre 1993, serie A n° 279-B, p. 38, § 22), e l’esito della procedura deve essere direttamente determinante per il diritto in questione, non accontentandosi l’articolo 6 § 1, per essere applicabile, di un vincolo ipotetico né di conseguenze remote (vedi in particolare le sentenze Masson e Van Zon contro Paesi Bassi del 28 settembre 1995, serie A n° 327, § 44, e Fayed contro Regno Unito del 21 settembre 1994, serie A n° 294-B, pp. 45-46, § 56). Inoltre, «l’articolo 6 § 1 vale per le «controversie» relative a «diritti» [di carattere civile] che si possono asserire, quanto meno in termini difendibili, riconosciuti nel diritto interno, che siano o meno tutelati per di più dalla Convenzione» (vedi in particolare Editions Périscope contro Francia, sentenza del 26 marzo 1992, serie A n° 234-B, § 35, e la richiamata sentenza Zander).
Ora, la Corte constata che, dall’esame dei ricorsi presentati contro i decreti n° 2 e 8 (v. precedente paragrafo 13), i giudici aditi accolsero in parte le istanze del richiedente. D’altronde, la Corte Costituzionale, nella sua sentenza n° 26 del 1999 (v. precedente paragrafo 18), si è pronunciata sulla necessità di assicurare una tutela giudiziaria contro le restrizioni subite dai detenuti.
25. Quanto alla seconda condizione, la Corte osserva che quanto meno alcune delle pesanti limitazioni stabilite dai decreti del ministro della Giustizia nei confronti del ricorrente – come quelle riguardanti i contatti con la famiglia e quelle aventi una ricaduta patrimoniale – concernono sicuramente diritti della persona e, pertanto, rivestono carattere civile.
26. Di conseguenza, la Corte constata che l’articolo 6 è applicabile nel caso di specie.

B. Sul rispetto dell’articolo 6
27. Il ricorrente sostiene che un detenuto deve poter beneficiare di una tutela giudiziaria effettiva e non puramente formale. Di conseguenza, il tribunale di sorveglianza e la Corte di cassazione – davanti alla quale un detenuto può contestare la decisione della giurisdizione di prima istanza – devono deliberare durante il periodo di validità del decreto contestato. Da parte sua, il detenuto non dispone che di un periodo di dieci giorni per ciascun decreto per rivolgersi alle due giurisdizioni.
28. Da parte sua, il Governo ricorda che la Corte, deliberando su un’analoga contestazione fondata sull’articolo 13 della Convenzione, ha affermato che il semplice superamento di un termine previsto dalla legge non costituisce una violazione del diritto invocato (Messina (n°2), sopracitato, p. 52, § 94). Per quanto riguarda lo svolgimento di ciascuna procedura, il Governo sottopone alla Corte una serie di osservazioni concernenti, a seconda del caso, il numero insufficiente dei magistrati assegnati al giudice adito o il fatto che alcuni posti erano vacanti. Esso sottolinea anche l’aumento del numero di procedimenti per i quali il giudice era adito (decreto n° 9).
29. La Corte osserva che, per quanto riguarda il decreto del ministro della Giustizia che impone il regime speciale, il detenuto dispone di dieci giorni a decorrere dalla data di comunicazione del decreto per proporre un reclamo senza effetto sospensivo davanti al tribunale di sorveglianza. A sua volta, il tribunale deve deliberare nel termine di dieci giorni.
In questo caso, sulla base delle informazioni di cui la Corte dispone, il ricorrente sarebbe stato colpito da almeno nove decreti che gli imponevano un regime detentivo speciale, e ne avrebbe impugnati otto. In quattro casi non è stata resa alcuna decisione nel periodo di validità dei decreti (decreti n°4, 6, 7 e 9 – v. paragrafo 12) e, di conseguenza, i ricorsi sono stati dichiarati irricevibili, perché era venuto meno l’interesse del richiedente al loro esame.
30. Di conseguenza, la Corte è tenuta a controllare se il diritto del richiedente ad un tribunale è stato rispettato nell’esame dei quattro ricorsi che egli ha proposto.
Come ha ricordato il Governo (v. sopra, paragrafo 28), la Corte ha riconosciuto che il semplice superamento di un termine previsto dalla legge non costituisce violazione del diritto garantito. Tuttavia, nella stessa sentenza, essa ha egualmente affermato che «il tempo necessario all’esame di un ricorso [poteva] comprometterne l’efficacia» (ibidem).
31. La Corte osserva immediatamente che l’odierna causa presenta una caratteristica essenziale che la differenzia dal sopracitato caso Messina. Nella fattispecie, infatti, i giudici non hanno mai deliberato sul merito dei quattro reclami del richiedente laddove, nel caso del Sig. Messina, essi l’avevano fatto oltre i termini.
Ora la Corte non può che costatare che l’assenza di qualsiasi decisione sul merito dei ricorsi ha azzerato la portata del controllo esercitato dai tribunali sui decreti del ministro della Giustizia. D’altronde, se la legge applicabile prevede un termine di decisione di dieci giorni solamente, ciò dipende, a parere della Corte, da un lato, dalla gravità dell’impatto del regime detentivo speciale sui diritti del detenuto, e d’altro lato, dalla validità limitata nel tempo della decisione contestata.
In tali circostanze, la Corte ritiene che l’assenza di decisione da parte del Tribunale di Sorveglianza sui ricorsi proposti contro i decreti del ministro della Giustizia ha violato il diritto del richiedente a ottenere che la propria causa fosse esaminata da un tribunale.
Vi è quindi stata la violazione dell’articolo 6 della Convenzione.

II. SULLA ADDOTTA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 13 DELLA CONVENZIONE
32. All’epoca della comunicazione del ricorso al Governo convenuto, la Corte aveva anche formulato una domanda per sapere se le garanzie dell’articolo 13 – che sono meno rigorose di quelle dell’articolo 6 della Convenzione – fossero state rispettate nel caso in questione.
In tale circostanza essa aveva fatto riferimento alla propria giurisprudenza in un caso simile (sentenza Messina contro Italia (n°2) citata) in cui il richiedente aveva invocato l’articolo 13 della Convenzione.
33. La Corte rammenta che, qualora venga in questione l’accesso a un tribunale, le garanzie dell’articolo 13 sono assorbite da quelle dell’articolo 6 (Brualla Gomez de la Torre contro Spagna, sentenza del 19 dicembre 1997, Raccolta 1997-VIII, § 41)
34. Pertanto, posto che nella presente causa si è concluso nel senso della violazione dell’articolo 6, la Corte ritiene che non vi è luogo di esaminare se ci sia stata violazione dell’articolo 13 della Convenzione (v. Posti e Rahko contro Finlandia, n° 27824/95, § 89, 24 settembre 2002, non pubblicata).

III. SULL’APPLICAZIONE DELL’ARTICOLO 41 DELLA CONVENZIONE
35. In forza dell’articolo 41 della Convenzione,
«Se la Corte dichiara che vi è stata violazione della Convenzione o dei suoi Protocolli e se il diritto interno dell’Alta Parte contraente non permette che in modo incompleto di riparare le conseguenze di tale violazione, la Corte accorda, quando è il caso, un’equa soddisfazione alla parte lesa.»
36. Il ricorrente chiede un milione di euro. Egli giustifica la sua richiesta in riferimento alle sofferenze patite da lui e dalla sua famiglia a causa dell’applicazione del regime dell’articolo 41-bis.
37. Il Governo allega l’assenza di prove a sostegno delle richieste del ricorrente circa il pregiudizio materiale subito. Considera, inoltre, che la constatazione di violazione possa rappresentare un’equa soddisfazione sufficiente quanto al pregiudizio morale.
38. La Corte non riscontra nessun nesso di causalità tra la violazione constatata e il preteso pregiudizio. Essa respinge tale richiesta.
39. La Corte osserva che, nelle circostanze della causa, la constatazione di violazione della Convenzione costituisce in sé un’equa soddisfazione sufficiente (sentenza Messina (n °2) citata).

PER QUESTI MOTIVI, LA CORTE, ALL’UNANIMITÀ,
1. dichiara che l’articolo 6 della Convenzione si applica nella fattispecie e che c’è stata la violazione di tale disposizione;
2. dichiara che non vi è luogo ad esaminare se c’è stata violazione dell’articolo 13 della Convenzione;
3. dichiara che la constatazione di una violazione fornisce in sé un’equa soddisfazione sufficiente per il danno morale subito dal richiedente.
Redatto in francese, poi comunicato per iscritto il 30 ottobre 2003 in applicazione dell’articolo 77 §§ 2 e 3 del regolamento.

Erik Fribergh
Cancelliere

Christos Rozakis
Presidente

(traduzione non ufficiale a cura dell’Ufficio Studi del DAP)

Joomla templates by a4joomla