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Nella martoriata regione balcanica, dice l’Ispettore Fabio Pinzari, il contributo italiano punta sulla rieducazione del detenuto
di Fabrizio Cerri

Abbiamo fatto molto, ma molto c’è ancora da fare. Né al momento sono in grado di valutare se il programma che ci siamo dati,

 noi come Amministrazione Penitenziaria italiana inserita nella più vasta e complessa amministrazione internazionale sotto l’egida dell’ONU, sarà possibile portarlo a termine: la scadenza del 2005 è proprio dietro l’angolo…».
Stiamo parlando del Kosovo (la martoriata regione balcanica nella quale è stato ed è tuttora consistente il contributo in termini di uomini, idee, mezzi offerto dall’Italia, in particolare proprio dalle strutture del ministero della Giustizia e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) e i riferimenti sia a quanto è stato fatto che alle prossime scadenze amministrative e istituzionali sono dell’Ispettore Fabio Pinzari, nel Kosovo, appunto, ormai da diverso tempo: prima, dal settembre 2000 al settembre 2001, come consulente del governo italiano al servizio delle Nazioni Unite, successivamente, dal febbraio 2002, come dipendente a tutti gli effetti delle Nazioni Unite stesse sulla base di una proposta di contratto avanzata dall’ONU e accolta dal Governo italiano.
Di questa sua attività, di questa sua esperienza (direttore del Detention Center di Gjilan, dopo aver operato a lungo nel distretto di Dubrava), l’Isp. Pinzari ci parla con l’entusiasmo dell’età – 34 anni da poco compiuti – e di un ruolo di responsabilità e prestigio ad un tempo: è il più giovane direttore di istituto in assoluto, ed è l’unico italiano a ricoprire questo incarico nel Kosovo. (Il Detention Center ospita al suo interno oltre ai detenuti in attesa di giudizio o che abbiano da scontare una condanna fino ad un massimo di 6 mesi, anche la Corte di giustizia e il posto di Polizia: quello di Gjilan è il più grande della zona, ed ha una capienza di 90 posti letto).
«Sono arrivato per la prima volta in Kosovo – racconta – nel settembre del 2000. Doveva essere un incarico a tempo, tre mesi, sei al massimo: ma sa come si dice, vero? Non c’è nulla di più definitivo del provvisorio, anche se questo “definitivo” ormai è, almeno nel Kosovo e per quanto mi riguarda, verosimilmente agli sgoccioli. La situazione nella regione ha avuto, in questi anni, una crescita, in positivo, fortunatamente esponenziale. Quando arrivai, c’era una situazione allo sbando, dal punto di vista sociale, umano, civile. Basti dire che al nord, quasi ai confini con la Serbia, i serbi in ritirata avevano utilizzato il carcere di Dubrava, dove ero stato chiamato inizialmente ad operare, come fortilizio, per cui ci furono violenti bombardamenti che distrussero in gran parte l’istituto di reclusione. I serbi inoltre liberarono i detenuti serbi e li armarono promettendo loro la libertà se avessero ucciso gli altri prigionieri. Fu un massacro. Anche se certe immagini non si cancellano facilmente, e certe ferite si rimarginano a fatica, possiamo dire che è acqua passata».
«Ora guardiamo al futuro, dobbiamo guardare al futuro. I nostri obiettivi, nostri della presenza italiana in questo delicato settore penitenziario, sono essenzialmente due: intanto e innanzitutto la sicurezza, per gli stessi detenuti, e per la società civile; e in secondo luogo le attività volte alla rieducazione del detenuto, che in molti casi – trattandosi come sappiamo di un paese invero povero di mezzi e di strutture – si identificano in una vera e propria opera di formazione professionale che in Kosovo è molto apprezzata. Ne parlo volentieri, ed anche con cognizione di causa in quanto prima dell’assunzione della responsabilità diretta dell’istituto di Gjilan, ero incaricato proprio delle attività rieducative: ed abbiamo fatto (anzi preferisco dire: sono stati fatti), molti passi avanti in questa direzione. Nel settore agricolo, con il contributo del governo svizzero abbiamo per esempio strutturato una fattoria, con tre serre, in grado di produrre tutto il fabbisogno dell’istituto. E l’iniziativa è risultata molto gradita: perché consente all’apparato penitenziario locale di sopravvivere con mezzi propri».
«Vorrei sottolineare questo aspetto, in particolare: come sappiamo – e ne è buon testimone chi come noi ha contatto diretto con quella poco felice realtà – la situazione socioeconomica della regione non è delle più floride. Per di più percepisco quasi la sensazione che il Kosovo non sia più “di moda”: la comunità internazionale sembra ora rivolgere una maggiore attenzione verso altre situazioni, Afghanistan piuttosto che Iran, lo stesso Iraq piuttosto che la Liberia. Tanto che le donazioni per il Kosovo mi risultano essere al lumicino… Dobbiamo aiutare i kosovari – almeno per quanto riguarda l’amministrazione penitenziaria – a gestire una loro possibile autonomia».
«Il passaggio delle consegne, secondo quanto stabilito dalla risoluzione ONU, dovrebbe avvenire entro e non oltre il 2005. Meno di due anni: sono pochi, ma il nostro impegno – e devo dire anche l’impegno delle strutture kosovare che hanno dimostrato una grande sensibilità ed una notevole dose di buona volontà – è quello di presentarci all’appuntamento con la certezza di lasciare un segno tangibile della nostra opera, sia in termini di intervento diretto che di “insegnamento” a proseguire sulla strada della democrazia, della sicurezza, della libertà».
«Abbiamo aiutato a ricostruire; ora, nell’ultima parte della nostra presenza, puntiamo alla rieducazione del detenuto. Si tratta di una rieducazione sociale, come si può ben immaginare, che ha uno dei punti di forza nella rieducazione professionale, anche se mi pare che si potrebbe parlare tout court di una vera e propria formazione professionale. La disoccupazione è tanta, e va di pari passo con la scarsa qualificazione soprattutto dei giovani: che ci sia da qualche parte, sia pure in un ambiente “ristretto” come quello di un carcere, qualcuno o qualcosa che ti dia un mestiere è visto con molto favore. Proprio in gennaio vengono inaugurate due iniziative per l’insegnamento ai detenuti, grazie ad un accordo con il ministero del Lavoro locale che rilascia una sorta di attestato a quei detenuti che abbiano scontato la loro pena e siano stati “promossi” nell’attività lavorativa prescelta. La disoccupazione è tanta, ma è anche tanta la necessità di una professionalità, quale che sia. Ci stiamo adoperando anche per questo».

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