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Incontro con le educatrici Fabiola Papi e Maria Loreta Manetta
Fabiola Papi, educatore C2, 43 anni, originaria di Arezzo, in istituto dal 1984, racconta la sua esperienza:

«Assieme alla mia collega, ci avvaliamo di un agente di Polizia Penitenziaria, che collabora con noi per tutte le attività amministrative e pratiche, provvedendo all’organizzazione, compresa la verifica delle attività e la partecipazione dei detenuti. Quello che mi preme sottolineare è la buona collaborazione che c’è con la Polizia Penitenziaria. Debbo, infatti, dire che, nonostante il personale sia esiguo, collaborano molto nella realizzazione delle attività trattamentali. Le attività che si fanno sono molte. Dalla scuola di alfabetizzazione alla scuola media, dai corsi di musica, di pittura e di ceramica al teatro, alle attività sportive, per il quale possiamo contare su un istruttore che segue il nostro istituto da quasi quindici anni. Le difficoltà nascono a causa della esiguità degli spazi disponibili dove svolgere le varie attività. Fortunatamente abbiamo una piccola palestra, che è deputata anche per essere un luogo di ritrovo e per le attività teatrali. Possiamo inoltre disporre di una buona biblioteca che si presta anche come altro luogo d’incontro. Qui i volontari dell’Associazione “Sacro Cuore”, ogni venerdì pomeriggio organizzano momenti di colloqui e di scambio culturale. Secondo me bisognerebbe incrementare soprattutto le attività lavorative e i corsi professionali, andando oltre le classiche attività domestiche. Ora c’è in progetto di realizzare una lavanderia. Gran parte della popolazione detenuta ha grosse difficoltà economiche e offrire lavori a tutti diventa difficile. Se noi riuscissimo a realizzare anche solo alcune lavorazioni, come per esempio la lavanderia, potrebbe essere già un grosso aiuto in più. Dobbiamo centellinare le attività, anche a causa degli spazi, cercando di incastrare gli orari destinati alle diverse attività».
Maria Loreta Manetta, originaria dell’Aquila, 46 anni, educatore C2, da 18 anni in istituto, proveniente da Piacenza, aggiunge: «Io mi occupo delle situazioni di emergenza, ed è un lavoro non facile, che richiede molta attenzione, disponibilità e umanità. Soprattutto per gli stranieri che hanno bisogno innanzitutto di caricarsi di fiducia in se stessi. Sono già emarginati fuori, e in carcere lo sono ancora di più, specie quando si trovano a vivere situazioni di emergenza. Cerchiamo di creare per loro un percorso di maggiore attenzione, con l’aiuto anche di mediatori culturali. C’è in loro un grande dolore, una grande sofferenza, che noi cerchiamo di lenire fin dove è possibile».

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