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Molte cose stanno cambiando nella percezione che la società italiana ha del “pianeta” carcere.

 Basta leggere i giornali per capire che verso il mondo dei reclusi si sta diffondendo un’attenzione più matura e consapevole dei problemi che attraversano questo delicato segmento delle istituzioni.
Il carcere è sempre stato visto come un serbatoio di inquietudine e di malessere; un malessere opaco da confinare nel limbo della coscienza, lontano dalla comune responsabilità dei cittadini.
Oggi non è più così. E lo dimostrano le tante iniziative che partono dall’interno e dall’esterno del sistema penitenziario, per creare un anello di comprensione e di solidarietà umana.
Il lavoro, la cultura, le arti, lo sport: non c’è settore nel quale non si muovano iniziative, geniali e gioiose, che rompono l’isolamento e cercano di introdurre all’interno del carcere, una prospettiva di riscatto e di speranza.
Perfino la moda ha attraversato i cancelli di Rebibbia e ha portato alla ribalta quel valore della bellezza che il carcere sembrava aver mortificato.
Un pensatore tedesco, Gunther Anders, ha scritto: «L’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, tratta anche se stessa come un’umanità da buttar via».
Ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi dimostra che la voglia di chiudere gli occhi di fronte alla “città” carcere, non appartiene al nostro costume.

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