Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

Se il carcere rappresenta la cifra degli errori della società è giusto allora ripartire da qui per realizzare un nuovo modo di stare insieme. Con l’aiuto della città. Così pensa il direttore del piccolo carcere toscano  
di Giuseppe Mazzella

Incontro con Paolo Basco Direttore del carcere di Arezzo


Il carcere è lo specchio in nero della nostra società, è la nostra coscienza sporca, è la somma dei nostri fallimenti e può essere un’occasione formidabile per farci capire dove abbiamo sbagliato nell’organizzare la vita sociale, nel gestire il pubblico benessere, il disadattamento e l’emarginazione che continuano a fare vittime più o meno consapevoli. Se accettiamo che il carcere rappresenta il limite di questa società, possiamo ripartire da esso per ricostruire una filosofia nuova dell’ “essere insieme”».
Nel riceverci nel suo ufficio, il direttore della Casa circondariale di Arezzo, il dottor Paolo Basco, chiarisce subito la qualità del suo impegno professionale e umano, aggiungendo: «Il carcere è anche soprattutto una comunità nella comunità, rimane quindi il problema del rapporto con l’esterno. La società appare sempre più costituita da una somma di individui, spesso isolati e non comunicanti fra loro: più la società soffre di una crisi di valori, più semplifica i suoi criteri di esclusione. Risolvere la chiusura del carcere significa, quindi, risolvere anche quella della società». Il dottor Basco, 48 anni, originario della provincia di Caserta, sposato con due figli, è entrato a 22 anni nell’Amministrazione Penitenziaria come ragioniere, per passare nel 1991 nella carriera direttiva, con incarichi a Forlì, Ancona, Grosseto e Volterra, prima di assumere nel 1993 la direzione della Casa circondariale di Arezzo, impegno che divide con quello dell’istituto a trattamento avanzato di Massa Marittima. Attorniato dai suoi collaboratori, si presta volentieri a rispondere alle nostre domande.

Quando è arrivato ad Arezzo quale era la situazione che ha trovato?
«Quando sono arrivato la struttura era in condizioni veramente precarie. Abbiamo subito cominciato a renderla più funzionale, creando dei piani al posto degli ex ballatoi. Questo ha consentito una maggiore socialità nel contatto tra i detenuti e di conseguenza migliore vivibilità. Mi sono subito impegnato, assieme ai miei collaboratori, come scelta politico-istituzionale su tre livelli. Innanzitutto migliorare la struttura, in tutti gli ambienti, a partire dal cambio del colore, al risanamento delle celle, dei locali comuni e degli ingressi, ai sistemi di efficienza e sicurezza. Tutte cose che hanno finito per migliorare la vita dell’istituto nelle sue varie attività. Poi, il secondo livello, creando un programma pedagogico, con un modello trattamentale che valorizzasse la potenzialità delle persone detenute, attraverso momenti di ascolto e di incontro con operatori e specialisti, facendo in modo di rispondere alle diverse esigenze. Abbiamo strutturato un modello che abbiamo definito “a maggior indice trattamentale”, dedicando proprio una sezione a questa specificità, che ha dato negli anni risultati molto positivi, in quanto si sono completamente azzerati i momenti di conflittualità e di autolesionismo. Questa sezione è diventata un po’ il faro, che caratterizza tutto l’istituto. Questo ha permesso di dar vita a una cooperativa sociale, chiamata “Plurale”, che è organizzata attorno a un progetto innovativo di modernizzazione d’impresa, che accoglie e valorizza la specificità dei detenuti, operando sul territorio aretino. Chiaramente, visti i risultati, abbiamo l’aspirazione di far conoscere e diffondere anche in altri istituti questo modulo trattamentale. Infine, il terzo livello, rappresentato da un modello pedagogico che preveda fondamentalmente anche l’apertura all’esterno. La scelta strategica è stata quella di rendere trasparente il carcere, creando momenti di incontro importanti, in modo che vi fosse una caduta dei pregiudizi e una maggiore sensibilizzazione da parte degli Enti locali a dare più contributi, considerando il carcere come una risorsa per la società. Abbiamo stretto un patto di alleanza sia con il Comune sia con la Provincia di Arezzo, confluito nella “Carta degli intenti”, che ha avuto alla firma, nel 1996, anche l’onore di avere la presenza dell’allora ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick. In questo processo mi sono avvalso della collaborazione di personale penitenziario che è stato stimolato e preparato con continui corsi di formazione e aggiornamento. Personalmente credo che i corsi siano lo strumento più importante per l’elevazione non solo di tipo professionale, ma anche di tipo personale. Il nostro è un impegno in cui non basta conoscere le tecniche, ma bisogna impegnarsi con passione, metterci il cuore, per coniugare legalità e umanità».

Quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano nella gestione dei detenuti?
«Rispetto a qualche anno fa la tipologia dei detenuti è cambiata. Sono aumentati gli extracomunitari, che sfiorano quasi il 50 per cento, e dalle fasce mediterranee, come tunisini e algerini, si sono spostati verso le zone slave, con albanesi e rumeni. Tra gli italiani abbiamo soprattutto aretini e persone provenienti dalle zone limitrofe, ma anche molti meridionali, perché Arezzo è un importante snodo commerciale. Il nostro piccolo istituto, essendo una Casa circondariale, con detenuti condannati, appellanti e ricorrenti, soffre le difficoltà di un turn over incredibile. Abbiamo una media di circa 600-700 movimenti all’anno, che per una popolazione di circa 100 detenuti è veramente enorme. Siamo secondi solo a Sollicciano. Se per i definitivi, condannati a una pena massima di cinque anni, è possibile applicare il nostro modello pedagogico, per chi resta in carcere solo pochi mesi è difficile impostare lo stesso modulo. Siamo quindi costretti a diversificare continuamente i nostri interventi, con aggravio degli impegni da parte dei nostri operatori. A questo va aggiunta la carenza di spazio, per cui assieme alle celle singole e a quelle doppie, siamo costretti a tenere i detenuti anche in numero di sei per cella. In questi ambienti vengono consumati anche i pasti che sono di buon livello, poiché possiamo contare su un certo numero di detenuti impegnati nella ristorazione, a ciò preparati con appositi corsi di formazione».

Se lei dovesse dare un nome a questo istituto dal punto di vista del progetto che persegue, quale proporrebbe?
«Lei mi fa una domanda che mi fa riaffiorare molti ricordi. Intanto è una comunità penitenziaria. Io l’ho vissuta profondamente e con me chi ha lavorato con passione. Credo che si possa così sintetizzare: “per far nascere un nuovo umanesimo penitenziario”. Una dichiarazione forte che in qualche modo ha accompagnato per anni non solo me, ma anche tutti i miei collaboratori, interni ed esterni, assieme ai tanti volontari, che hanno dato linfa e forza a questo progetto, all’insegna della legalità e dell’umanità. Forse possono apparire parole forti e retoriche, ma posso assicurare che sono autentiche».

A cosa si deve questa grande partecipazione della città?
«Va ricordato, innanzitutto, che Arezzo è una delle città più vivibili d’Italia, dove ho ritrovato disponibilità e grandi stimoli. Inoltre ha una grande tradizione di volontariato anche se, forse, nei confronti del carcere andava un po’ incentivato. Cosa che abbiamo ovviamente fatto, creando il cosiddetto “coordinamento del volontariato”. Abbiamo un associazionismo molto diversificato, che si occupa dei detenuti e delle loro esigenze più svariate dai tanti bisogni materiali al concorso di poesia, dalla competizione di pittura alle manifestazioni teatrali (che hanno permesso di realizzare anche pregevoli videolibri), ai numerosi corsi di formazione. Il teatro, in particolare, proprio per la sua forza di coinvolgimento, sta dando ottimi risultati. Dopo lo spettacolo, infatti, le persone esterne hanno la possibilità di confrontarsi con il detenuto, possono avere un contatto umano e accorgersi che non ci sono “mostri” nelle carceri. Sono ormai da 27 anni nell’Amministrazione e ciò che ho notato è l’esistenza di un immaginario collettivo che pregiudica un po’ l’idea di carcere, però attraverso il teatro, quando le persone entrano nel carcere, e hanno un contatto con questa realtà, cambiano immediatamente opinione. È importante conoscere per superare i pregiudizi. Il carcere in questo senso è una forza attiva. Perché cambia le mentalità, fa cadere le barriere. Quello di cui difettiamo ancora, purtroppo, è il lavoro. Oltre alle poche incombenze domestiche, come le attività di refezione, e poche altre, non abbiamo niente. Certo sono del tutto insoddisfacenti per venire incontro all’estrema povertà della popolazione penitenziaria, specie quella extracomunitaria».

Il suo impegno continua. Quali le prossime mète?
«Con la precedente Amministrazione comunale abbiamo iniziato dei contatti per acquisire un immobile che si trova a fianco del carcere, ed è la vecchia caserma dell’Esercito, ora inutilizzata. L’immobile, dopo essere tornato al Comune, non ha trovato ancora la sua definitiva destinazione. Noi l’abbiamo richiesto per allargare i nostri spazi, per spostare all’esterno la caserma agenti, e realizzare anche una Scuola di formazione. In questo modo potremmo allargare la capienza dell’istituto di altre 50 unità per i detenuti. Garantiremmo inoltre una maggiore vivibilità per operatori e per detenuti e potremmo creare una scuola di formazione utilissima per far fronte ai repentini cambiamenti della società. Tutto questo sarebbe possibile impegnando somme abbastanza contenute. L’attuale Giunta appare però molto fredda nel venire incontro alla nostra richiesta».

In che modo si può migliorare ulteriormente il suo lavoro e quello dei suoi collaboratori?
«Poter disporre di libertà d’azione e di autonomia gestionale. Perché è una contraddizione permanente quella di dover ottenere dei risultati in una realtà complessa come è quella di un carcere. La prima cosa importante da ottenere sarebbe quella di poter essere dei manager dal punto di vista della gestione delle risorse. Nel nostro lavoro abbiamo ancora troppi paletti. E questo è un assurdo in una società che è in continuo mutamento. I risultati che raggiungiamo, secondo me, hanno già dell’incredibile. Per operare al meglio abbiamo bisogno di maggiore serenità. Serenità significa condivisione di queste difficoltà. Non si può lavorare soltanto avendo la forza della mission. Bisogna avere la forza delle risorse, altrimenti i risultati saranno sempre più difficili da raggiungere. Il primo punto importante, quindi, è avere una maggiore possibilità di risorse economiche e di autonomia di utilizzo, perché abbiamo una professionalità che andrebbe maggiormente valorizzata. Anche perché abbiamo un’Amministrazione che per certi versi ritengo essere la migliore, dal punto di vista delle Amministrazioni pubbliche, perché gestisce persone e bisogni, sicurezza e recupero umano, con una grande apertura mentale. Ma c’è qualcosa che blocca la stessa Amministrazione. Io credo che vi sia un disagio diffuso da parte degli operatori, dal vertice alla base, come se tutti avessimo una grande forza, una grande volontà di fare, ma allo stesso tempo ci fosse sempre qualcosa che ce lo impedisce. Tutti abbiamo a cuore questa voglia di crescere, c’è un grande impegno di riforme e tutto il Dipartimento è impegnato molto nella formazione del personale. Oggi, però, dobbiamo rispondere a una dinamicità che per certi versi ci ha colto impreparati, come per esempio dover rapportarci con una popolazione di detenuti stranieri sempre più numerosa. Negli ultimi anni la società ha avuto una velocizzazione dei suoi processi ai quali noi non siamo sempre in grado di rispondere adeguatamente. L’autonomia e la libertà gestionale ci permetterebbero una gestione più snella e immediata. Credo che ci si debba muovere in questa direzione per essere preparati al futuro». l

L’Istituto in cifre

Tipo: Casa circondariale
Indirizzo: via Garibaldi, 259 – 52100 Arezzo
Anno di costruzione: 1926
Capienza detenuti: regolamentare 77 – tollerabile 96
Presenza effettiva: 105-110 al 31/1/04
Numero sezioni: 3
Numero camere detentive: 37

ELEMENTI SPECIFICI
Strutture sportive: 1 palestra attrezzata
Formazione: cucina ex sezione femminile adibita a laboratorio professionale per il corso di ristorazione veloce ed occasionalmente per altre attività
Religiose: 1 Cappella, 1 Sacrestia ed ex cella dove nel 1944 furono uccisi tre partigiani da una rappresaglia fascista
Lavorative: nessuna
Spazi sociali per detenuti: 2 cortili passeggi (1 all’aperto ed 1 al coperto), 1 biblioteca utilizzata per diverse attività
Spazi sociali per il personale: edificio caserma (all’interno), 1 bar

DATI RELATIVI AL PERSONALE
Personale di Polizia Penitenziaria: Uomini 59, Donne 9
Personale Area pedagogica: 2
Personale Area amministrativo/contabile: 6
Personale Area sanitaria: 1 medico incaricato, 4 medici di guardia, 4 infermieri professionali a convenzione, 4 convenzioni specialistiche

ATTIVITÀ
Attività varie: motoria e sportiva, Laboratorio teatrale, Corso musica, Corso pittura
Attività scolastiche: Scuola alfabetizzazione con CTP (Elementare), Scuola Media, Corso di formazione ristorazione veloce ed orientamento al lavoro, concerti musicali e spettacoli teatrali

RAPPORTI CON:
Enti locali e volontariato: Gruppo “Sacro Cuore”: gestione biblioteca
Presenza del volontariato Caritas e San Vincenzo
Università di Siena: tirocinanti
ARCI: Corso di musica
Provincia: Corsi professionali, Premiazione Concorso di Poesia “Dal disagio alla Poesia”
SERT: Gruppo Discussione
GAT: (Gruppo Alcolisti Tossicodipendenti): incontri settimanali
Rapporti con Comunità: CEIS, Nuovi Orizzonti, Mondo X, Emmaus Progetto Porto franco, Centro Interculturale Regione Toscana, Mediazione Culturale finanziata Provincia AR

ATTIVITÀ
Attività di piccolo artigianato: realizzazione di maschere e pigotte vendute dall’Unicef ed Associazioni locali di volontariato
AASP: sportello informativo settimanale

Joomla templates by a4joomla