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Parlano il dottor Umberto Carlesimo e l’infermiera Cristina Kovalska


Il dottor Umberto Carlesimo, medico incaricato, 44 anni, originario di Benevento, da 3 anni ad Arezzo, coordinatore dell’area sanitaria, racconta: «Nell’organizzazione del lavoro posso contare su quattro medici di guardia, 4 infermieri, di cui una dell’Amministrazione e 3 a parcella. Poi ci sono 4 convenzioni specialistiche, con il dermatologo, l’oculista, l’odontoiatra e lo psichiatra. C’è anche una équipe del Sert, che è presente nell’istituto, con un medico del presidio con 12 ore settimanali e un medico coordinatore. Oggi ci sono stati cambiamenti abbastanza significativi nella medicina penitenziaria, con il decreto che ha passato la competenza anche della medicina penitenziaria alle ASL. In realtà al momento sono solo due i settori che sono passati: la prevenzione e il Sert. Devo dire che da quando sto ad Arezzo l’impostazione è sempre stata quella di una grande attenzione ai problemi. C’è una presenza di tossicodipendenti che oscilla intorno al 40% e di conseguenza molte sono le malattie correlate alle tossicodipendenze, soprattutto l’epatite di tipo C. Consideri che la metà degli ex tossicodipendenti è affetta da epatopatia C correlata. Quello di cui abbiamo maggiormente bisogno è riequilibrare il taglio recente delle risorse finanziarie destinate al settore sanitario. Devo dire con soddisfazione che qui il fenomeno dell’autolesionismo è piuttosto raro. E non solo. Anche atti estremi sono da anni sconosciuti».
«Noi infermieri assicuriamo la presenza durante la giornata, - afferma Cristina Kovalska, 40 anni, di origine polacca, da circa tre anni infermiera a parcella, con una presenza di 36 ore settimanali - ma il servizio di notte rimane scoperto, senza medici né infermieri. Avendo avuto precedenti diverse esperienze nel 118 e in alcune case di riposo, non trovo nessuna difficoltà a lavorare in carcere, e sono gratificata del mio lavoro, se non fosse per la carenza di spazi. A volte siamo costretti a lavorare noi infermieri, medici e pazienti in contemporanea in uno stesso ambiente in presenza di diversi detenuti. E questo non giova a nessuno».

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