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Parla il cappellano don Rino Liberatori


Don Rino Liberatori, 60 anni, originario di Arezzo, già parroco della più grande parrocchia della città, e cappellano dal 1990, così racconta la sua missione pastorale: «È un’esperienza che mi dà molto. Naturalmente le difficoltà fanno parte del mio impegno, e non vanno usate come freno, ma come stimolo. Perché ho fiducia nell’essere umano e mi convinco sempre di più che nessuno “nasce sbagliato”, ma nasciamo tutti con un grande potenziale. Poi le circostanze, i condizionamenti in parte lo offuscano. In noi esistono già tutti i valori. Vanno solo risvegliati. Per me il problema cristiano e umano è questo: aiutare le persone a “funzionare” meglio. Nessuno è una Cinquecento, siamo tutti Ferrari. Bisogna solo aiutare gli altri a una guida più idonea. Non con teorie astratte, ma facendo riferimento al Vangelo, con una serie di principi, e usando una galleria di personaggi in carne ed ossa perché noi siamo più influenzabili da modelli in cui ci si può identificare e quindi si possono imitare. È importante quindi fare conoscere non solo la vita di Gesù Cristo, ma anche di altri personaggi, persone che hanno sbagliato. Chi non ha sbagliato? Chi vuol crescere, deve accettare anche di sbagliare. Queste persone, però, hanno utilizzato i loro sbagli come una spinta per migliorare, per progettare, per creare, per sognare. Ci hanno creduto finché è stato possibile e poi hanno organizzato la loro vita. I detenuti hanno bisogno soprattutto di ritrovare se stessi. Perché a mio parere molti di loro, dopo un po’ si sfiduciano, si convincono di non essere adatti a vivere, quindi si rassegnano. Per gli extracomunitari, anche durante la celebrazione della S. Messa, c’è uno spazio per loro: pregano nella loro fede, all’interno della celebrazione eucaristica, valorizzando la loro diversità. Io credo, però, che sia necessario anche aiutarli all’esterno, come faccio, a farli accettare dalla gente, non colpevolizzarli. Non dico che le persone vadano giustificate, ma capite sì. E vedo che invece ci sono molte persone che hanno voglia di vendetta, e questo li fa soffrire molto, ed è la sofferenza più pesante. Hanno bisogno di un contatto umano, hanno bisogno di aprire il cuore, di parlare dei loro problemi e anche dei loro progetti. E dico loro: queste difficoltà come le vogliamo trasformare in una spinta per migliorare? Sono coadiuvato nel mio impegno da alcune suore, da un frate francescano della Verna e da tanti volontari. E tutto questo mi aiuta tantissimo».

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