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Con il sistema delle videoconferenze numerosi procedimenti giudiziari hanno acquistato in sicurezza, tempestività, economicità
di Fabrizio Cerri

Consulti medici, insegnamento a distanza fino alla laurea, riunioni dei Consigli di amministrazione.

L’utilizzo di quella tecnologia che viene chiamata videoconferenza sta prendendo sempre più piede, non solo a livello, diciamo così, sociale e/o aziendale, ma anche trovando ormai sempre più frequente uso anche a livello privato e personale, come attestano le statistiche sulle chat line e l’impiego soprattutto da parte dei più giovani dei telefonini di ultima generazione, che consentono oltre alla trasmissione di suoni anche quella di immagini.
Di videoconferenza si cominciò a sentir parlare a metà degli Anni Settanta. Quasi di pari passo con altre tecnologie che mutuavano dall’“invenzione” del telefono e della televisione (e soprattutto dalle loro successive modificazioni migliorative) la possibilità di ampliare il raggio d’azione della comunicazione, gli esperti del settore disegnavano uno scenario che avrebbe modificato il modo di vivere della società. Poteva sembrare futuro remoto, e soprattutto molto lontano dalla sua realizzazione concreta e da tutti fruibile: ma quei primi collegamenti, un tantino macchinosi, non senza intoppi tecnici e qualche interruzione, cui assistevano rappresentanti delle istituzioni, della società e della stampa, costituivano una svolta. Che di lì a poco sarebbe stata recepita anche nei palazzi della politica. Nacquero così, con queste premesse di natura tecnica e con le altre di natura sociale e giuridica, la legge n. 356 del 1992, che introduceva il sistema della videoconferenza per l’esame a distanza di collaboratori di giustizia, e qualche anno più tardi la legge 7 gennaio 1998, n. 11 (“Disciplina della partecipazione al procedimento penale a distanza e dell’esame in dibattimento dei collaboratori di giustizia, nonché modifica della competenza sui reclami in tema di articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 30 del 6 febbraio 1998) che istituiva il servizio di multivideocomunicazione.
La normativa, per fare un po’ di storia, era stata presentata come disegno di legge di iniziativa governativa un paio d’anni prima, nel luglio 1996, con l’intento di superare alcuni “macigni” di natura procedurale, pratica ed anche economica che rendevano macchinosi e lenti i procedimenti giudiziari nei confronti degli imputati dell’art. 41-bis. Per limitare il “gigantismo” di questi processi – determinato dall’elevato numero di imputati coinvolti, dagli accertamenti, dalla lunga escussione dei testi, insieme con l’esigenza degli imputati a dover presenziare contemporaneamente a più giudizi, ed anche in luoghi distanti tra loro – si prospettò quindi la necessità di prevedere, ed applicare, nuove forme di partecipazione al procedimento penale attuabili – sulla falsariga di sistemi già da tempo sperimentati in altri Paesi, tra cui in particolare gli Stati Uniti, che lo adottavano preferibilmente per testimonianze di testimoni protetti – attraverso collegamenti audiovisivi tra l’aula di udienza ed il diverso luogo in cui l’imputato o il testimone si trova, in ogni caso salvaguardando in massimo grado, nella forma e nella sostanza, il diritto alla difesa, garantito dalla Costituzione.
La legge – come hanno spiegato i responsabili del servizio che al DAP fa capo all’Ufficio II della Direzione Generale Detenuti e Trattamento: direttore generale dott. Sebastiano Ardita, direttore dell’ufficio dott.ssa Valeria Procaccini, vice direttore dott.ssa Grazia De Carli, responsabile isp. Luigi Chiani – non ci colse del tutto impreparati, in quanto il ministero disponeva di numerosi sistemi di videoverbalizzazione che collegavano gli istituti penitenziari di massima sicurezza con numerosi uffici giudiziari. Tuttavia, ricorda Chiani, «come sistema di videoconferenze propriamente detto ci siamo dovuti attrezzare e in un paio di settimane – praticamente nel mese o giù di lì intercorso tra l’approvazione del Parlamento e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale – fummo in grado di predisporre le prime salette: che nel 1998 erano una trentina, per poi aumentare fino ad avere una consistenza di 181 aule dibattimentali e 124 aule presso i 18 istituti penitenziari attrezzati (Ascoli Piceno, Cuneo, L’Aquila, Novara, Parma, Pisa, Roma N.C., Secondigliano, Spoleto, Terni, Tolmezzo, Viterbo, Alessandria, Aosta, Palermo Pagliarelli, Prato, Roma C.R., Sulmona)».
L’aspetto tecnico del sistema di VDC è facilmente comprensibile dagli schemi che pubblichiamo in queste stesse pagine (il principio di funzionamento, con i collegamenti e i “ponti”, e la strutturazione di una sala penitenziaria): “cuore” e “cervello” è l’Ufficio del DAP preposto al servizio. Qui arrivano – e si tratta di migliaia – le richieste, con congrui periodi di anticipo; qui vengono valutate e esaudite; qui vengono programmate, calendarizzate e soprattutto comunicate a tutte le parti interessate. Senza escludere – sottolinea in particolare l’agente Maria Carmela Popolo che opera proprio in questo settore – la possibilità di interventi dell’ultim’ora, quando per esempio un detenuto sia trasferito da un istituto penitenziario ad un altro, e sia di conseguenza necessario modificare la struttura operativa.
Non meno importante del “cuore”, sono sia i “muscoli” (il centro tecnico di Telecom ubicato a Pomezia, che raccoglie e smista i segnali video e audio, in stretta connessione con la società Lutech, che coordina e gestisce il personale tecnico operante nelle varie sedi), che le “vene”, vale a dire i tanti dipendenti della Polizia Penitenziaria che con professionalità, preparazione, competenza, acume sono le guide del sistema. Siano Agenti o Assistenti, Ispettori o Sovrintendenti, sono loro ad aver cura delle persone e degli spazi che sono incaricati di gestire secondo un protocollo giuridico formale ed uno umano sostanziale. A Rebibbia, per esempio, 12 hanno la qualifica e le funzioni di Ufficiali di Polizia Giudiziaria (ecco il tema della tutela costituzionale del diritto alla difesa…) e 16, tra cui tre unità femminili, sorvegliano salette e corridoi; assicurano la traduzione degli imputati dalle celle ai piccoli ambienti che di lì a poco, con i collegamenti in videoconferenza, si trasformano, e sono a tutti gli effetti, aule di tribunale; fanno da ciceroni alle delegazioni straniere che sempre più frequentemente visitano queste particolari “aule di udienza” per verificarne le motivazioni e apprenderne la tecnica. Anche per questo, ma evidentemente non solo per questo, quanti operano in questo delicato settore, soprattutto negli istituti, si dichiarano soddisfatti per l’interesse sociale ed anche personale che essere parte attiva di questi procedimenti comporta, ancorché lamentino – se ne sono fatti portavoce l’Isp. Capo Luigi Bove e l’Isp. Dario Rinna, che insieme con l’altro Isp. Capo Marco Santolamazza, “gestiscono” le videoconferenze di Rebibbia – di non poter programmare in genere i loro orari, che sono strettamente legati alle esigenze processuali (da qui l’attesa per un qualche riconoscimento della loro “specializzazione”?).
Il sistema delle videoconferenze applicate al meccanismo della giustizia, vale infine la pena di sottolineare, è una peculiarità del nostro Paese. Che ne ha tratto benefici in termini procedurali, di sicurezza e di costi. Sicurezza, perché è stato limitato, se non del tutto abbattuto, sia il problema dei trasferimenti degli imputati da un luogo all’altro, sia la possibilità per gli imputati stessi di esercitare – ricordiamo che si tratta in genere di persone ad alta pericolosità sociale – la loro influenza nei confronti di familiari e possibili accoliti con la sola loro presenza nell’aula di tribunale. Costi, perché le spese che l’amministrazione sostiene (personale tecnico, ponti, canone di esercizio, trasmissione e altro) sono di gran lunga inferiori a quelle sostenute in precedenza.

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