Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

Le ha raccolte in un volume il celebre giornalista Candido Cannavò. Una lunga serie di incontri che definisce «la più grande esperienza umana della mia vita»
di Rossana Arzone

Intervista a Candido Cannavò ex direttore de “La Gazzetta dello Sport”  
Racconti di persone, di vite profondamente diverse, di errori, di paure e di passioni.

Il mondo di un carcere “difficile” come San Vittore, a Milano, ha preso forma sul taccuino di appunti di un simbolo del giornalismo sportivo. Candido Cannavò ha, infatti, ascoltato queste storie, le ha condivise e le ha trascritte in un volume appassionato. “Libertà dietro le sbarre”, questo il titolo del libro, è dedicato, tra gli altri, al direttore del carcere, Luigi Pagano, ai detenuti e alle loro speranze, agli agenti, ai volontari… e a tutti coloro che, leggendolo, guarderanno il carcere con maggiore comprensione e rispetto.

Il suo ultimo libro nasce da una lunga frequentazione del carcere milanese di San Vittore e dall’incontro di molte persone, uomini e donne, detenuti. Cosa le ha dato umanamente questa esperienza? Cosa le ha lasciato?

«È stata sicuramente l’esperienza più importante della mia vita. Ho fatto il giornalista per 50 anni, ho girato il mondo, ho conosciuto i più grandi campioni sportivi, diversi Capi di Stato, mi sono capitate cose molto grandi, belle e anche molto tragiche, ma posso dire che umanamente questa la considero la più grande esperienza della mia vita. Il libro che racconta di questi incontri è un libro che amo, che sarei stato felice di poter anche scrivere solo per me e per i detenuti. Mi interessava farlo, vivere questa esperienza e regalarla a loro come testimonianza della loro presenza nella società».

Qual è stato il sentimento prevalente nel vivere questi incontri: amarezza, rabbia, disorientamento o che altro?

«Non mi sento di fare una classificazione dei sentimenti che ho provato. Il carcere è una parte della vita, una parte dolorosa della vita, è inutile negarlo, fatta di privazione e angoscia, ma in mezzo a tutto questo ci sono delle grandi risorse di umanità e di fantasia, di sentimenti e di affetti che nessuno si immagina. E soprattutto è importante ricordare che quando parliamo di detenuti parliamo di persone, non della spazzatura del mondo come certa gente pensa. Il mio obiettivo con questo libro è cercare, nel mio piccolo, di modificare almeno un po’ il rapporto della gente con il carcere, l’idea che la gente ha di questo mondo».

La prima volta che lei è entrato a San Vittore che sensazione ha avuto: è rimasto impressionato favorevolmente o no?

«Dobbiamo prima chiarire un fatto. Il libro nasce da una lunga frequentazione del carcere, iniziata 15 anni fa. La mia presenza a San Vittore risale a quando, come direttore della “Gazzetta” portavo tra i detenuti qualche campione dello sport o mi occuavo dei loro piccoli tornei. Via via ho cominciato a conoscere quelle persone, primo fra tutti il direttore Luigi Pagano, che è un uomo straordinario, un uomo che ha un rigorosissimo senso della legge e una profonda umanità, cose che gli permettono di rendere il carcere il più umano e vivibile possibile».

Secondo lei il carcere così come è organizzato oggi, può realmente aiutare una persona al reinserimento nella società? Può aiutarla a migliorare o almeno a ritrovare se stessa?

«Esistono in realtà due anime diverse del carcere. Se si guarda a certi raggi di un istituto penitenziario, lì un detenuto è solo un dannato, non c’è altra via. Ci sono altre aree invece che sono diverse, dove il lavoro aiuta a migliorarsi. Esistono tante forme di lavoro in carcere, faccio l’esempio di questa ultima iniziativa della realizzazione di un Call Center all’interno dell’istituto. Io l’ho visto nascere, ho visto le persone che ci hanno lavorato e che l’ultimo giorno piangevano perché non volevano lasciare questo lavoro, questa missione che era stata data loro. Il capo di questo Call Center è un detenuto che ha la pena dell’ergastolo, un ragazzo splendido e intelligentissimo che io ho conosciuto sette anni fa, quando già frequentava un corso di computer».

Durante le sue frequentazioni ha avuto modo di farsi un’idea anche del lavoro della Polizia Penitenziaria?

«Devo dire che tutta l’oleografia esistente sulla Polizia Penitenziaria fatta di persone dure non trova proprio riscontro. Durante tutti questi anni di miei incontri in carcere ho solo avuto a che fare con persone professionalmente molto preparate e con una grande sensibilità umana. È gente che è capace di dialogare e di comunicare, che agisce con grande preparazione e senso del dovere, ma anche con grande umanità, sia che si tratti di uomini che di donne. Grandissimo valore in carcere ha anche l’azione dei tantissimi volontari che in varie forme vi dedicano il loro tempo. Nel periodo estivo ricordo che venivano organizzati degli incontri nel giardino dell’istituto per i bambini che andavano a trovare le mamme o i papà in carcere. C’erano clown e giochi, organizzati dai volontari. Questo non allenta la disciplina del carcere ma gli fa solo bene».

Tra le storie che lei ha ascoltato quale ricorda con più emozione?

«Chi mi ha fatto scoccare la scintilla di scrivere questo libro, che per altro avevo in animo di scrivere già da tempo, è stata una ragazza di nome Melodia, una ragazza dolcissima e intelligente della Guinea Equatoriale con otto anni da scontare per droga. La sua storia suona assurda: arriva in Italia proveniente da Madrid col fidanzato al quale trovano molta cocaina addosso. Lui viene condannato, patteggia e gli danno 5 anni, lei che si dichara innocente e non patteggia ne deve scontare 8. Questa storia mi ha preso molto e mi ha fatto riflettere. Sono stati tanti i momenti che ho vissuto in questo carcere e che mi hanno regalato grandi emozioni. Mi ha toccato, per esempio, l’esperienza di una Messa che ho seguito nella sezione femminile, dove la spiritualità e la profonda partecipazione delle detenute si toccavano con mano. Dove tutto era semplice, essenziale, soprattutto vero. Ho anche voluto partecipare l’8 marzo alla Festa della donna, per vedere come viene vissuta una giornata così dietro le sbarre. Una recita, musica e balli, la voglia di sentirsi per un giorno “normali” e tanta, tanta emozione».

Ascoltando queste persone, venendo a parte delle loro speranze, angoscie, paure, qual era il sentimento prevalente che provava? Rabbia, pena, malinconia?

«Non voglio fare delle considerazione smielate. È chiaro che quando ho avuto, per esempio, un colloquio con una persona che aveva due omicidi alle spalle, certo non ho potuto dimenticarmi di questo, però ho sempre cercato di vedere oltre, di vedere dentro queste persone. Tanta di questa gente è intelligente e sensibile, è gente che se avesse imboccato la strada giusta avrebbe sicuramente avuto una vita diversa. Senza dimenticare le loro colpe, si prova per questa gente una grande pena. Soprattutto per gli extracomunitari che qui non hanno nessuno, non hanno parenti, non hanno avvocati a cui appellarsi; alcuni in segno di protesta si sono addirittura cuciti le labbra, con ago e filo, li ho visti con i miei occhi, a voler significare che tanto lì nessuno li ascolta. Il carcere è un mondo, un cocktail di vite e di storie che ti stordisce, ma alla radice di tutti e di tutto trovi sempre delle persone che hanno qualcosa da dire e da insegnarti».

Se lei potesse, cosa cambierebbe del carcere?

«Alleggerirei il carcere di molti reati minori. Così come troverei una soluzione per l’indecente situazione dei bambini che si trovano in carcere con le loro mamme. A Milano si sta cercando di risolvere il problema utilizzando alcune aree dismesse del Museo della Scienza e della Tecnica, che si trova vicino a San Vittore per realizzarvi degli appartamenti per mamme e bambini. Tenere i bambini in carcere non solo è una pena, ma è un profondo segno di inciviltà. La nostra legge che prevede che un bambino resti in carcere con la madre fino a tre anni e poi, a tre anni e un giorno, venga separato dalla madre fa subire al bambino una doppia barbarie».

Joomla templates by a4joomla