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I tanti problemi dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario della cittadina campana non hanno impedito la realizzazione di cambiamenti che stanno caratterizzando il nuovo corso
Giuseppe Mazzella
Incontro con Adolfo Ferraro direttore dell'OPG di Aversa
È dal 1876, da quando fu creata la prima sezione carceraria per "maniaci", che Aversa, popolosa città di sessantamila abitanti in provincia di Caserta, deve contrastare una cattiva nomea: essere ricordata soprattutto per il suo ospedale psichiatrico giudiziario, noto, prima della legge di riforma, come

manicomio criminale. Memorie tristi che per troppi anni hanno penalizzato la città che sorge al centro della fertile pianura che si estende a nord di Napoli, ricca di chiese settecentesche e nota anche per aver dato i natali al grande musicista Domenico Cimarosa. Oggi l'Ospedale Psichiatrico Giudiziario Filippo Saporito", nonostante i tanti problemi da risolvere, è al centro di un dibattito culturale sui nuovi indirizzi da dare al trattamento dei malati di mente che si sono macchiati di reati. L'O.P.G, infatti, da alcuni anni dà vita a numerose iniziative di ricerca e di studio, e organizza periodicamente un importante convegno sulle tematiche di psichiatria e giustizia, al quale concorrono studiosi del settore.
Il dottor Adolfo Ferraro, medico specialista in psichiatria forense e criminologia, con incarichi di docenza negli atenei di Roma, Napoli e Bari, dirige dal 1996 l'ospedale psichiatrico di Aversa dove lavora, per la verità, dal 1980, da quando cioè arrivò per assumere l'incarico di vicedirettore. Una conoscenza ultraventennale, che gli dà la possibilità di tracciare un primo bilancio dei cambiamenti che si stanno verificando in questa importante istituzione dello Stato. Nel riceverci nel suo studio, il dott. Ferraro entra subito nel merito delle questioni. "Le problematiche principali che ho dovuto affrontare nella mia direzione dell'O.P.G. di Aversa - afferma - nascono fondamentalmente dall'ambiguità con cui questo tipo di istituti sono stati mantenuti nel corso di questi anni. Quando fu organizzato l'istituto di Aversa, fu ideato come luogo in cui ricoverare i folli-rei e i rei-folli, cioè i malati di mente che avevano commesso dei reati, ma anche quelli che stavano all'interno del carcere e che davano dimostrazione di insanità mentale. Bisognerà aspettare dapprima il codice Zanardelli, per cominciare ad individuare la non imputabilità, e successivamente il codice Rocco del 1930 per impostare le misure di sicurezza. Per questo oggi gli internati sono trattenuti per un periodo di cura che varia da due a cinque o dieci anni, secondo il tipo di reato di cui si sono resi autori.
Bisogna ricordare che il Novecento è stato un secolo in cui ci sono stati dei cambiamenti molto forti in tutte le strutture sociali, mentre all'interno del manicomio giudiziario tutto restava fermo, legato al pensiero positivista di tipo lombrosiano. Tutto quello che accadeva al di fuori, dalla psicanalisi agli psicofarmaci, alle interpretazioni di quella che poteva essere la malattia mentale, non ha avuto che tiepidi echi all'interno. Questo ha fatto sì che l'O.P.G., non solo ovviamente di Aversa, divenisse soprattutto istituto di custodia, piuttosto che un istituto di cura. Queste strutture, proprio in relazione alla condizione di ambiguità che vivono, non sono entrate né nei cambiamenti normativi, per quanto riguarda le leggi legate specificamente alla psichiatria, la "180", e neppure hanno toccato quelle modifiche normative che in qualche modo erano interessanti per i detenuti. La legge Gozzini non sappiamo neanche cosa sia, qui dentro".

Quali sono state le prime emergenze sulle quali ha dovuto intervenire nel 1996?
"Le prime emergenze sono state quelle di una sorta di "sanitarizzazione" dell'istituto. Per cui abbiamo incominciato a diminuire un certo tipo di controllo, assolutamente antiterapeutico, adottando un modello di pensiero che teneva in considerazione più la cura che la custodia".

Di quanti collaboratori sanitari dispone l'istituto?
"A fronte degli attuali circa 180 internati, provenienti dalla Campania e dal Lazio e in minor misura da altre regioni, con un'età che varia dai 22 ai 42 anni, l'istituto si avvale oltre a me, di un vicedirettore, il dottor Salvatore De Feo, psichiatra, di alcuni consulenti psichiatrici, di cinque medici incaricati, e di specialisti come cardiologi, dentisti, eccetera, che sono presenti a turnazione. A questi vanno aggiunti poco più di 50 infermieri, di cui 40 appartengono all'Amministrazione Penitenziaria, e i restanti dipendono dal ministero della Sanità".

In questo momento qual è l'emergenza più grave?
"Il primo problema è quello strutturale. I reparti dell'istituto, del tutto obsoleti, sono stati organizzati secondo un modello di pensiero che prevedeva il controllo e non la cura. Assicurare anche le semplici pulizie è oggi per noi un problema che stentiamo a risolvere, anche se, quanto prima, con una gara d'appalto di prossima emanazione, affideremo a una ditta esterna la pulizia dell'istituto".

Quali le altre questioni da risolvere?
"La principale è sviluppare in maniera più consistente gli aspetti sanitari, organizzando un luogo di cura altamente specializzato per i soggetti malati di mente socialmente pericolosi.
Un obiettivo verso cui si devono indirizzare tutti gli ospedali psichiatrici d'Italia. Dei ricoverati che noi abbiamo all'interno di queste strutture, il 60-70 per cento sono soggetti che hanno commesso reati che, se fossero stati curati, probabilmente non avrebbero commesso. Persone con una pericolosità estremamente limitata.
Noi abbiamo l'obbligo di curare i soggetti che hanno una pericolosità sociale particolarmente elevata, con i serial killer, soggetti che commettono crimini particolarmente efferati.
Mentre è inutile la medicalizzazione di soggetti a bassissima pericolosità, che potrebbero essere curati normalmente in altre strutture".

Quali sono oggi i mezzi terapeutici adottati per i ricoverati?
"In determinate condizioni si possono manifestare patologie mentali, fondamentalmente date dall'alterazione di tre elementi, che sono lo spazio, il tempo e le relazioni. È importante quindi non ricorrere solo alla strategia terapeutica del farmaco, che comunque utilizziamo, ma far recuperare ai soggetti malati quelli che sono i propri spazi, i propri tempi e le proprie relazioni. Abbiamo impostato una certa quantità di iniziative che definiamo trattamentali, che realizzano quelle condizioni che possono fare esprimere nuovamente questi soggetti. Per fare questo, abbiamo cominciato aprendo un'area verde, scegliendo tutti i soggetti che venivano da una cultura contadina o di pastorizia, affidando loro, grazie alla Lega Ambiente e al WWF, alcuni esemplari di animali in via di estinzione. Abbiamo così organizzato questa prima attività trattamentale. Altre iniziative sono state la musicoterapia, il laboratorio del colore e un'attività trattamentale più intensa, quella teatrale. Non un teatro tipo farsa scarpettiana, ma uno psicodramma in cui i ricoverati lavorano molto, una vera e propria psicoterapia".

Dal punto di vista strutturale come è diviso l'O.P.G.?
"Noi li chiamiamo reparti, naturalmente, e in questo momento ne sono funzionanti solo sette, perché alcuni sono chiusi essendo fatiscenti. Le stanze sono singole, o per due o, al massimo, tre persone. I ricoverati all'interno di queste strutture sono divisi in relazione alla loro patologia mentale più o meno grave. Un reparto ospita quanti hanno bisogno di maggiore attenzione sia dal punto di vista sanitario che custodialistico, mentre un altro reparto-pilota non ha nessun agente, qui i ricoverati vivono liberamente, impegnati nelle attività trattamentali".

Più in dettaglio, quali sono le attività trattamentali?
"Oltre all'area verde, al laboratorio del colore, alla musicoterapia, dove è utilizzata la musica come situazione espressiva, c'è anche la scuola, la scuola elementare, che tende alla rialfabetizzazione di chi ha avuto la perdita della capacità di alfabetizzazione. Abbiamo anche un laboratorio di ceramica, un laboratorio di sartoria, ai quali si aggiungono proiezioni cinematografiche e le attività teatrali. Anche la rivista interna "La storia di Nabuc", su cui scrivono liberamente gli internati, ha una rilevante funzione trattamentale".

Quali sono le collaborazioni da parte di gruppi esterni?
"Si tratta di singoli volontari, psicologi o sociologi, o gruppi come l'ISFON, un istituto di musicoterapia di Napoli diretto da Gian Luigi Di Franco. Abbiamo rapporti anche con l'associazione di Capo d'Arco e persino Giovanni Paolo II l'anno scorso ci ha voluto inviare una somma di denaro per le nostre attività trattamentali".

Quale è il suo sogno nel cassetto?
"I Convegni che noi facciamo, e ne facciamo uno ogni anno, servono fondamentalmente a dare un'identità alla struttura. Tutto questo rappresenta lo sforzo che stiamo facendo all'interno dell'istituto, cercando di affermare sempre più che questa deve essere una struttura sanitaria. Siamo consapevoli che c'è un lungo tragitto da fare e ancora grandi difficoltà da superare. Il nostro sogno nel cassetto è di far sì che a queste persone sia riconosciuto lo stato di malato di mente e sia loro offerta la possibilità di cura: queste sono persone che hanno solo bisogno di essere aiutate".
Anche il vice-direttore, Salvatore De Feo, psichiatra, da 14 anni all'O.P.G. di Aversa, è convinto dell'importanza di perseguire una separazione più netta fra il circuito che assiste le persone che hanno commesso un reato in uno stato di infermità psichica e il circuito penitenziario ordinario, aggiungendo: "Se c'è stata la proposta di fare un circuito differenziato per i tossicodipendenti e uno per gli extracomunitari, dovrebbe esistere un circuito differenziato per i malati di mente. Quello che vorremmo realizzare è la creazione di strutture intermedie tra l'ospedale psichiatrico giudiziario nel senso stretto, cioè la detenzione, e la liberazione, cioè l'affidamento totale al sistema sanitario nazionale".

L'Istituto in cifre

Tipo: OPG
Indirizzo: via S. Francesco, 2 - Aversa
Anno di costruzione: 1876
Capienza internati: 300
Presenza effettiva: 180
Numero sezioni: 7
Numero di camere detentive: 120

Elementi specifici
Strutture sportive: campo sportivo
Ricreative: sale ricreative nei reparti
Religiose: chiesa
Lavorative: =
Spazi sociali: Teatro, Area verde

Dati relativi al personale
Personale di Polizia Penitenziaria: 130
Uomini: 125
Donne: 5
Area educativa: 4 educatori, 2 psicologhe ex art. 80
Area amm.-contabile: 5 collaboratori amm.-contabili, 13 operatori amministrativi
Area sanitaria: 5 consulenti psichiatri, 5 medici incaricati, 8 medici specialisti, 50 infermieri

Rapporti con
Volontariato: Vari volontari individuali
Enti locali: =
Altri Enti: =

Attività
Scolastiche: Scuola Elementare/Media
Culturali: Laboratorio teatrale, Laboratorio colore, Biblioteca,
Museo storico
Ricreative: Sale film
Altro: =

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