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Al Museo Criminologico di Roma, tra reperti e testimonianze storico-scientifiche, si può seguire il percorso della giustizia, del carcere e della criminalità in Italia
Assunta Borzacchiello, responsabile scientifico del Museo Criminologico
È il luogo della memoria storica dell'Amministrazione Penitenziaria, nato

circa 70 anni fa, e con i suoi reperti illustra ampi frammenti della storia della giustizia in un percorso originale e suggestivo. Il Museo Criminologico di Roma è ospitato in un palazzo ottocentesco (un edificio del 1827 voluto da papa Leone XII per ospitare una prigione per minori) ad angolo di una via stretta e breve, via del Gonfalone, e via Giulia, la strada voluta da Giulio II per collegare la città di Dio con la città terrena. Era il XVI secolo e la Roma papalina aveva raggiunto il massimo del suo splendore architettonico e artistico, coi papi mecenati occupati più in vicende terrene che nella cura delle anime. Via Giulia doveva essere, nelle intenzioni del pontefice, la cittadella giudiziaria, come testimonia la stessa toponomastica: via delle Carceri, via di Bravaria, via delle Prigioni. Nella parte alta di via Giulia sorse, per volontà di Innocenzo X, la grande prigione detta "Le Carceri Nuove" che vantava principi architettonici innovativi per l'epoca e che le meritò i complimenti del filantropo inglese John Howard nel suo viaggio nelle prigioni europee compiuto nel 1776. In questo edificio, nel 1931, fu allestito il Museo Criminale. Il cammino che condusse all'istituzione del Museo fu preceduto da accesi dibattiti e numerosi progetti a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo.
Sarà utile, quindi, far precedere la presentazione del museo da una premessa storica.

Le "raccolte criminali"
sul finire dell'Ottocento
Nella seconda metà dell'Ottocento, in Italia, come in altre nazioni europee, si affrontava il problema della riforma carceraria. Le ricerche di Cesare Lombroso - fondatore dell'Antropologia criminale - sull'uomo delinquente, gli studi dei sistemi penitenziari e gli interventi per il miglioramento delle condizioni delle prigioni, concorsero a creare un intenso dibattito parlamentare che approdò alla prima riforma delle carceri del Regno d'Italia, emanata nel 1891. L'interesse per gli studi sulle cause e sulla "cura" dell'uomo delinquente, diffusosi in tutta Europa, contribuì alla nascita dei musei dedicati al fenomeno della delinquenza, ai sistemi penitenziari, alla polizia scientifica e agli antichi strumenti di punizione. In Italia una prima raccolta fu organizzata presso la scuola degli allievi agenti di custodia, istituita nel 1873 presso il carcere romano delle Mantellate. Alcuni anni dopo, per iniziativa del direttore generale delle carceri Martino Beltrani Scalia, la raccolta fu ampliata con reperti anatomici, modelli di istituti penitenziari e mezzi di contenzione. L'auspicio era che la raccolta potesse in futuro divenire un vero e proprio museo.

Negli ultimi decenni dell'Ottocento, in occasione dei congressi penitenziari internazionali, si diffuse anche la pratica di allestire mostre ed esposizioni internazionali nelle quali gli Stati partecipanti presentavano i prodotti delle lavorazioni agricole, artigianali e industriali delle prigioni, modelli architettonici di edifici penitenziari, i risultati di studi e ricerche di igiene e profilassi carceraria. In Italia la prima esposizione di prodotti carcerari fu presentata nel 1885, nell'ambito del Congresso penitenziario internazionale di Roma; altre esposizioni si susseguirono fino al 1912.
Intanto, Cesare Lombroso, fin dal 1878, a Torino aveva allestito un museo privato dove conservava una collezione di oggetti raccolti frequentando le carceri in qualità di medico alienista, ma anche reperti acquisiti nel corso di viaggi o inviatigli da colleghi stranieri. Passarono alcuni anni e la raccolta privata di Lombroso trovò accoglienza nei locali messi a disposizione dall'Università di Torino. Il Museo di Psichiatria e Antropologia criminale di Lombroso fu ufficialmente inaugurato nel 1892. Lunga e piuttosto accesa fu la polemica tra Lombroso e l'Amministrazione delle carceri, che si contendevano il primato sulla raccolta di reperti provenienti dalle prigioni. Alla polemica pose fine una disposizione dell'Amministrazione Penitenziaria del 1908, stabilendo un'equa ripartizione dei reperti tra il museo di Torino e le raccolte conservate a Roma.

Allo scopo di acquisire materiale per gli studi di antropologia criminale e di medicina legale, il Regolamento carcerario del 1891 autorizzava le cattedre universitarie a prelevare, per scopi di ricerca scientifica, parti anatomiche dei detenuti deceduti in carcere. Alcuni reperti venivano inviati nella Scuola di segnalamento della Polizia scientifica di Roma, fondata da Salvatore Ottolenghi nel 1904, situata presso l'edificio delle Carceri Nuove a Via Giulia. In questa sede, per finalità didattiche, erano raccolte testimonianze del mondo criminale che diedero vita a un piccolo museo, arricchitosi poi di altro materiale proveniente dalle carceri. Non solo reperti anatomici, quindi, ma documenti di varia natura, scritti, disegni, prodotti artigianali, e, più in generale, testimonianze della vita carceraria.
Il 28 luglio 1924 l'Amministrazione Penitenziaria emanò una circolare con cui dispose che le armi confiscate nei procedimenti penali, con pregio d'antichità, artistico o storico, non fossero poste in vendita, bensì inviate a musei, gabinetti scientifici e scuole. Cominciava a prendere corpo il vecchio progetto di museo criminale dell'Amministrazione Penitenziaria proposto dal direttore generale delle carceri Alessandro Doria nel 1892.

1931: nasce il Museo Criminale del ministero di Grazia e Giustizia
Il Museo Criminale fu istituito dal ministro Guardasigilli Alfredo Rocco, con la circolare del 26 giugno 1930: "A cura della Direzione Generale per gli Istituti di Prevenzione e di Pena viene ordinato in Roma un Museo Criminale per raccogliere e per tenere a disposizione degli studiosi gli oggetti di maggior rilievo che attengono, anche indirettamente, alla criminalità". La circolare stabiliva che le raccolte delle Mantellate e quelle di minore importanza conservate presso altri Uffici sarebbero state cedute al nuovo Museo Criminale, mentre l'art. 615 del Codice di Procedura Penale del 1931 riprendeva la disposizione contenuta nella circolare del 1924 sull'invio presso il Museo Criminale di corpi di reato di interesse storico-scientifico.
Con le successive circolari emanate nel gennaio e nel dicembre 1932 - indirizzate rispettivamente ai direttori degli stabilimenti di prevenzione e pena ed ai procuratori generali presso le Corti d'appello del Regno - la Direzione generale per gli Istituti di prevenzione e pena impartiva disposizioni in merito all'invio, da parte dei primi, presso il Museo Criminale di strumenti di tortura o di morte già in uso in epoche passate, atti di valore storico e "oggetti attinenti all'esecuzione penale che le SS.LL. ritengano di particolare interesse, o perché sono il risultato della malizia dei detenuti, o perché attengono all'opera di emenda che si svolge negli stabilimenti di prevenzione e di pena o, infine, perché costituiscono manifestazioni tipiche o singolari dello stato di detenzione". Ai procuratori generali si ordinava d'informare il Ministero della confisca di oggetti che per il loro interesse storico, scientifico, artistico e tecnico meritassero di essere conservate al museo. Era chiesto, inoltre, di segnalare atti relativi a interrogatori, confronti, ispezioni, perizie, verbali d'udienza, sentenze ed altro che rivestissero un'importanza eccezionale per lo studio dei casi giudiziari.

Il Museo fu allestito nella vecchia prigione seicentesca delle Carceri Nuove di via Giulia, a Roma, edificata da Papa Innocenzo X. Il museo era articolato in varie sezioni: sezione del delitto (con reperti relativi a diverse tipologie di reati, dal falso all'omicidio) - attività statale contro i delinquenti (con la rappresentazione delle tecniche investigative) - esecuzione delle pene e delle misure di sicurezza (oggetti provenienti dalle carceri, definiti, in maniera suggestiva, "malizie carcerarie", ovvero espedienti inventati dai detenuti per occultare armi, per evadere, per compiere atti d'autolesionismo) e, infine, una sezione storica contenente bandi ed editti, strumenti di tortura e d'esecuzione capitale.

Nel 1968 il Museo Criminologico fu smantellato per destinare i locali delle Carceri Nuove ad altro uso, cosicché i reperti furono trasferiti nel deposito del carcere giudiziario "Regina Coeli", dove restarono fino al 1975, anno in cui il Museo (che cambierà la denominazione da Museo Criminale a Museo Criminologico) fu allestito nel Palazzo del Gonfalone (sede attuale).
Nel nuovo allestimento fu mantenuto l'ordine della suddivisione dei reperti per corpi di reato, strumenti di tortura e d'esecuzione capitale, indagini di polizia scientifica. Il Museo, rinnovato sul versante delle tecniche espositive, aveva però subìto rilevanti perdite di reperti, andati dispersi o danneggiati per la lunga permanenza nei depositi.
La difficile situazione d'ordine pubblico di quegli anni, indusse l'Amministrazione Penitenziaria a limitare l'accesso del pubblico al museo solo ai visitatori autorizzati.

Il Museo Criminologico oggi
Nel 1991 l'Amministrazione Penitenziaria, consapevole dell'importante patrimonio storico-scientifico del Museo Criminologico, diede avvio a una nuova ristrutturazione con il preciso obiettivo di aprire la struttura al pubblico.
Nel percorso museale viene proposta una ricostruzione storica delle tappe fondamentali della storia della giustizia, del carcere e della criminologia.

Piano terra
Strumenti di tortura (in parte autentici e in parte riprodotti) testimoniano la crudeltà delle antiche pratiche punitive basate sull'uso della tortura e del supplizio capitale. Tra i reperti esposti in questa prima sezione si segnalano alcune gogne, il banco di fustigazione, l'ascia per la decapitazione, la "spada di giustizia" utilizzata per la decapitazione di Beatrice Cenci nel 1599, la riproduzione della "Vergine di Norimberga", il collare spinato. La sedia di tortura, detta "ungherese", di cui il museo possiede una riproduzione, rappresenta uno degli innumerevoli strumenti inquisitori utilizzati nei secoli XVI e XVII per ottenere la confessione di donne accusate di stregoneria. La "briglia delle comari", reperto autentico, rinvenuto all'inizio di questo secolo nel fiume Adda, nel comune di Pizzighettone, è una maschera di ferro che veniva applicata sul volto di donne accusate di maldicenza e calunnia. Scudisci, fruste, un'ampia raccolta di catene (ferri) utilizzate per punire, contenere o trasportare i condannati ai lavori forzati testimoniano la crudele condizione dei famigerati bagni penali dell'Ottocento.
La sala dedicata alla giustizia sul finire del Settecento e nell'Ottocento (che chiude il percorso del piano terra) ospita il mantello rosso che Mastro Titta, al secolo Giovan Battista Bugatti, boia pontificio, indossava in occasione delle esecuzioni in piazza; una forca proveniente da Alba; tre ghigliottine, tra cui la ghigliottina che era innalzata in Piazza del Popolo a Roma e che funzionò fino al 1869; gli oggetti che l'Arciconfraternita di San Giovanni Decollato di Alessandria utilizzava per il conforto dei condannati a morte: "bussole" per la raccolta delle elemosine, la veste del confortatore che aveva il compito di prendersi cura dell'anima del condannato a morte, gli stendardi con i crocifissi che venivano innalzati durante il corteo che conduceva il condannato al patibolo e i bicchieri di zinco dal quale il condannato beveva l'ultimo sorso di vino prima del taglio della testa.

Primo piano
Il percorso prosegue con la sezione dedicata all'Ottocento dove vengono presentati gli studi di Antropologia criminale, le tecniche di polizia scientifica, "frammenti" di storia del carcere nel corso del XIX secolo, compresa la nascita dei manicomi giudiziari.
Gli studi di Cesare Lombroso sull'uomo delinquente sono testimoniati dal calco del cranio di Giuseppe Villella (su cui Lombroso "scoprì" nel 1872 la prova della delinquenza atavica: la fossetta occipitale mediana), dai libri che meglio rappresentano gli studi sull'uomo delinquente condotti, oltre che da Lombroso, dai celebri criminologi Niceforo, Ferri, Sighele e altri. Il cranio, il cervello e gli scritti dell'anarchico lucano Giovanni Passannante, che attentò alla vita del re Umberto I, a Napoli, nel 1878, rientrano nel filone degli studi di Antropologia criminale. Lungo il percorso si alternano testimonianze storiche di fenomeni sociali e avvenimenti di cronaca dell'Ottocento: lo spazio dedicato agli attentati politici espone, tra l'altro, la pistola con cui Gaetano Bresci uccise nel 1900 il re Umberto I e oggetti personali del regicida. Uno spazio è dedicato alla storia delle tecniche d'identificazione del delinquente, dal bertillonage alla dattiloscopia, alla segnalazione attraverso l'uso della fotografia e alle caratteristiche antropomorfe.
Un breve excursus sul carcere italiano nel XIX secolo è ricostruito attraverso stampe che illustrano le divise del personale di custodia, cimeli carcerari, regolamenti e suppellettili carcerarie; illustrazioni e planimetrie di antiche prigioni (l'ergastolo di Santo Stefano, il carcere giudiziario di Roma "Regina Coeli" e di Milano "San Vittore") illustrano i sistemi architettonici penitenziari utilizzati nell'Ottocento.
Il tema della nascita del manicomio criminale, il cui primo esperimento si ebbe ad Aversa nel 1876, è rappresentato dal letto di contenzione, camicie di forza, forcina per spingere gli agitati e dipinti eseguiti da internati.

Secondo piano
Il percorso diventa una sorta di Wunderkammer del crimine per l'eterogeneità degli oggetti esposti: reperti provenienti dalle carceri italiane in un arco di tempo che va dagli anni Trenta agli anni Novanta del Novecento; testimonianze di fenomeni devianti e criminali; spionaggio; criminalità organizzata (sono esposti oggetti appartenuti a Salvatore Giuliano e Gaspare Pisciotta, l'anello di Gennaro Cuocolo, le pistole di Pupetta Maresca); terrorismo; gioco d'azzardo; corpi di reato relativi a furto e falsificazione di opere d'arte, documenti e banconote. Un'area è dedicata agli omicidi ed ai fatti di cronaca che suscitarono molto scalpore negli anni del secondo dopoguerra, in particolare i reperti relativi a Leonarda Cianciulli, detta la "Saponificatrice di Correggio", la pistola con la quale la contessa Maria Pia Bellentani, nel 1946, durante una serata mondana, uccise l'amante, l'arma del delitto Graziosi, le armi della banda Casaroli, gli oggetti appartenuti ad Antonietta Longo "la decapitata di Castelgandolfo", gli "strumenti" della rapina di Via Osoppo a Milano avvenuta nel 1958.

Il Museo Criminologico ospita l'Archivio fotografico delle carceri italiane e l'Archivio storico che saranno illustrati prossimamente su Le Due Città.

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