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Sorta nel 1968 per aiutare i bambini della periferia romana, la Comunità di Sant'Egidio è oggi diffusa in tutto il mondo ed opera in favore degli immigrati, dei senza tetto, dei malati di Aids. Ed anche dei detenuti
Fabrizio Cerri
"Sul fronte della povertà degli immigrati e dei senza fissa dimora, la Comunità di Sant'Egidio ha attivato da 14 anni, con il sostegno del Comune di Roma, una mensa pomeridiana nel quartiere di Trastevere. Con i suoi oltre

mille pasti al giorno costituisce una porta aperta sul fronte della "vita di strada" che, insieme con i centri di ascolto, ci ha permesso di incontrare tanti poveri italiani o immigrati e i drammi della solitudine, dell'alcolismo, delle tossicodipendenze, dell'AIDS. Da qui, indubbiamente, ha preso il via la significativa presenza di alcuni nostri volontari all'interno degli istituti penitenziari della città di Roma: a Rebibbia Casa di Reclusione, al Nuovo Complesso, a Rebibbia Femminile e a Regina Coeli".
Stefania Tallei - responsabile del Servizio Carcere e della Campagna contro la pena di morte della Comunità di Sant'Egidio di cui è tra i "soci" più anziani - sintetizza e anticipa così l'identikit della Comunità che ha individuato proprio negli interventi in favore di chi non ha più la libertà un'altra della sue "ragioni sociali", meglio, delle sue ragioni di vita.
"Il nostro intervento - spiega la dott. Tallei, professionalmente impegnata presso l'ospedale Nuovo Regina Margherita e che dedica il resto della sua giornata in opere di volontariato in favore della Comunità - è naturalmente indirizzato a tutti, senza alcuna distinzione di sesso, nazionalità, razza, stato civile, situazione psicofisica e si caratterizza per l'attenzione alla singola persona attraverso iniziative di natura umana e psicologica (colloqui regolari, animazione culturale, rapporti con le famiglie, sostegno nel momento dell'uscita dal carcere), assistenziale (distribuzione di indumenti, soprattutto nelle sezioni di prima accoglienza), giuridica e legale (dal monitoraggio del rispetto dei diritti della persona e delle condizioni di vita e delle eventuali difficoltà segnalate dai detenuti, alle piccole pratiche burocratiche e ai contatti con gli avvocati o i magistrati di sorveglianza)".
Ma c'è dell'altro: ed è l'aspetto più intrisecamente religioso di cui la Comunità, nel suo insieme e nei suoi singoli appartenenti, è permeata e che traspare, come vedremo, anche nelle iniziative che vengono prese. Per questo, per capire meglio dall'interno il senso, la portata, il valore e l'intensità delle opere di solidarietà compiute in ogni angolo del mondo dai volontari della Comunità di Sant'Egidio è bene ripercorrerne, seppure in breve, la storia e le motivazioni che a questa storia hanno dato vita.
È stato Andrea Riccardi, allora giovane liceale, ad avere nel 1968 l'idea di riunire un gruppo di amici, poco meno che ventenni come lui e come lui studenti, "per ascoltare e mettere in pratica il Vangelo". La lettura degli Atti degli Apostoli e di Francesco d'Assisi portò subito quei giovani a compiere opere di sostegno concreto in favore dei poveri. Il piccolo gruppo cominciò ad andare nella periferia romana, tra le baracche che in quegli anni cingevano Roma e dove vivevano molti poveri, realizzando un doposcuola pomeridiano (la "Scuola popolare", oggi "Scuole della pace" in tante parti del mondo) per i bambini. Nacque così il primo dei servizi della comunità, quando ancora non aveva preso il nome di Sant'Egidio: la scuola popolare, che si chiamava così perché non era solo un doposcuola per i bambini emarginati delle baraccopoli romane, come al "Cinodromo", lungo il Tevere, nella zona sud di Roma. Da allora le scuole popolari si sono moltiplicate, a Roma e in tutte le città in cui è presente la comunità, con un'attenzione particolare ai bambini più svantaggiati e in condizione più difficile.
Come è cresciuta, e di molto, la Comunità che oggi è diffusa in più di 60 Paesi di 4 continenti. Anche il numero dei membri della Comunità è in crescita costante: oggi se ne possono contare 30mila, ma è assai difficile calcolare con esattezza, o anche con una qualche attendibile approssimazione, il numero di quanti in modo diverso sono raggiunti dalle diverse attività di servizio della Comunità, come pure di quanti collaborano in maniera stabile e significativa proprio al servizio dei più poveri e delle altre attività svolte da Sant'Egidio senza farne parte in senso stretto. Non sono forse "soci" di Sant'Egidio i due detenuti di Regina Coeli che, debitamente autorizzati in "art. 21" aiutano gli altri volontari della mensa di via Dandolo a confezionare pacchi, selezionare abiti, rassettare gli ambienti?
La caratteristica di Sant'Egidio forse più peculiare, autentico fondamento e impegno quotidiano fin dagli inizi, è il servizio ai più poveri, vissuto nella forma dell'amicizia. I primi studenti che nel '68 presero a riunirsi attorno alla Parola di Dio, sentirono come il Vangelo non poteva essere vissuto lontano dai poveri: i poveri per amici e il Vangelo buona notizia per i poveri. Lungo questi anni si è sviluppata una sensibilità verso ogni forma di povertà, vecchia e nuova o emergente, come anche verso povertà non tradizionali, come quella rappresentata in molti Paesi europei da anziani soli anche quando benestanti.
Dovunque c'è una comunità di Sant'Egidio, da Roma a San Salvador, dal Camerun al Belgio, all'Ucraina o all'Indonesia, c'è sempre amicizia e familiarità con i poveri. "Nessuna comunità, neppure la più giovane - rimarca con uno sguardo denso di convinzione Stefania Tallei - è così piccola o debole da non poter aiutare altri poveri". "L'amicizia con i poveri - spiega - ha condotto Sant'Egidio a comprendere meglio come la guerra sia la madre di tutte le povertà. È così che amare i poveri, in molte situazioni, è diventato lavorare per la pace, per proteggerla dove è minacciata, per aiutare a ricostituirla, facilitando il dialogo, là dove è andato perduto. I mezzi di questo servizio alla pace e alla riconciliazione sono quelli poveri della preghiera, della parola, della condivisione di situazioni di difficoltà, l'incontro e il dialogo. Anche dove non si può lavorare per la pace, la Comunità cerca di realizzare la solidarietà e l'aiuto umanitario alle popolazioni civili che più soffrono a causa della guerra".
E sono questi, forse, gli aspetti più conosciuti, certo più pubblicizzati almeno nelle prime pagine dei giornali, della Comunità di Sant'Egidio, quelli di cui a volte si parla senza forse metterne sempre in luce, come capita, il filo rosso della continuità con l'aiuto ai più poveri presente nella Comunità fin dai suoi inizi.
Alcuni membri della Comunità sono stati in realtà mediatori veri e propri o tramiti importanti di incontri spesso decisivi in conflitti fratricidi durati più di dieci anni, come in Mozambico, o più di trenta, come in Guatemala. L'Africa più povera attraversata dalla guerra, come anche i Balcani, ma non solo, sono nella memoria e al centro delle preoccupazioni e dell'impegno di Sant'Egidio. Mons. Vincenzo Paglia, oggi vescovo a Terni e per lunghi anni assistente ecclesiastico della Comunità (gli è succeduto l'attuale parroco di S. Maria in Trastevere, don Matteo Zappi), ha intessuto una rete di rapporti con il mondo religioso, in particolare ortodosso, dei Balcani ed è stato uno dei tre membri della delegazione del Vaticano che si è recata in Albania dopo le timide aperture di Ramiz Alia.
Al servizio del dialogo ecumenico e interreligioso, dal 1987 in poi Sant'Egidio è impegnata a livello internazionale e di base per continuare in meeting, incontri e nella preghiera, il cosiddetto "spirito di Assisi". È nel solco di questa urgenza evangelica che si colloca la recente battaglia per una moratoria mondiale di tutte le esecuzioni capitali, che la Comunità ha intrapreso a livello internazionale assieme ad altre organizzazioni. È un passaggio importante, che vede uno sforzo di particolare intensità di Sant'Egidio e di tutti i suoi membri in ogni parte del mondo in cui sono presenti, per l'affermazione del valore della vita senza eccezioni, a tutti i livelli. Hanno la medesima radice evangelica, mentre si esprimono come proposta a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, indipendentemente dal credo religioso, anche altre iniziative umanitarie, come quella contro le mine antiuomo, ovvero il concreto aiuto ai profughi e alle vittime di guerre e carestie, come in Sud Sudan, Burundi, Albania e Kosovo, o le azioni a sostegno delle popolazioni colpite in Centro America dall'uragano Mitch, o per la liberazione dalla schiavitù, dove questa pratica inumana è, per quanto possa apparire incredibile, ancora attuata.

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