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Giovanni Tamburino

Il numero si apre con le dichiarazioni del Capo del DAP sulla sicurezza, tema quanto mai attuale in un’estate nella quale affiorano motivi di inquietudine. Basti pensare ai segnali circa l’articolo 41-bis

dell’Ordinamento penitenziario provenienti dal mondo del crimine organizzato. L’intervento del presidente Tinebra chiarisce con quanto impegno il personale tutto, e in primis la Polizia Penitenziaria, affronta i compiti necessari perché il sistema veda garantito il proprio grado essenziale di sicurezza. Obiettivo tanto più arduo perché indeclinabilmente si accompagna al convinto rispetto dell’altra primaria esigenza, rappresentata dal tentativo di recupero del condannato. La qualità della nostra Polizia Penitenziaria, un Corpo ammirato e preso ad esempio anche all’estero per la sua professionalità, è tale da renderla pienamente affidabile rispetto alla realizzazione di un compito tanto complesso.
Vi è un passaggio dell’intervista che va sottolineato: “abbiamo a che fare con agenti che sono persone, quindi con tutta la fragilità e la forza che caratterizza l’uomo”. Affermazione importante: la Polizia Penitenziaria non è un’entità astratta, è costituita da donne e uomini in carne ed ossa, che sono tali non perché esenti da paure o frustrazioni, ma perché sanno riconoscerle e superarle. La consapevolezza delle difficoltà non sminuisce l’affidabilità e i meriti, anzi li esalta. Il problema non è di negare le difficoltà. Al contrario, occorre conoscerle e dibatterle per avviarle a soluzione.

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In questo numero diamo maggiore spazio alla voce dei lettori. Da loro ci giungono espressioni di apprezzamento che sono la migliore ricompensa del nostro lavoro. “Le Due Città” tra breve arriverà a casa di tutto il personale che vorrà riceverla, completando in tal modo l’efficacia del servizio di informazione e comunicazione per il quale è nata.
Ci giungono anche critiche, che per la Rivista sono sempre preziose. Una di queste riguarda l’articolo del professor Andreoli apparso nel numero di aprile. È nata al riguardo una polemica che ci rammarica. Alcune espressioni dell’articolo, formulate in termini generalizzanti, accompagnandosi a una lettura che si sofferma sulle parole piuttosto che sull’intento dell’Autore, hanno indotto taluno ad attribuirgli la volontà di svalutare l’immagine della Polizia Penitenziaria.
Addebitare un simile intento alla Rivista sarebbe a dir poco sbalorditivo. Tutta la storia de “Le Due Città” testimonia che il suo obiettivo consiste nel far meglio conoscere e apprezzare la Polizia Penitenziaria, insieme a tutto il personale dell’Amministrazione, per ciò che merita e per ciò che è.
Ci sembra, peraltro, che l’interpretazione corretta dell’articolo non possa lasciar nessun dubbio sul fatto che neppure Andreoli ha inteso minimamente ledere l’immagine della Polizia Penitenziaria. Chi legge serenamente l’articolo trova una descrizione delle difficoltà nella comunicazione intramurale finalizzata allo sviluppo di un dialogo rispettoso delle esigenze istituzionali. Andreoli scrive che spesso i detenuti vedono nella Polizia Penitenziaria frustrazioni e paure. Nell’economia dello scritto riportare il punto di vista dei detenuti serve a spiegare quali siano le difficoltà del dialogo carcerario, difficoltà rivelate dagli stereotipi che circolano tra le varie componenti della popolazione che vive ed opera negli istituti. Esatta o meno che sia l’attribuzione di questo punto di vista, si tratta di un modo di vedere che l’articolo riferisce ai detenuti, senza per ciò stesso farlo proprio.
Anche se non vi è nulla di vergognoso nel provare sentimenti di timore o di insufficienza (e chi mai ne è privo, tra le persone che si impegnano e che ragionano?), è evidente che l’articolo non mette in campo le idee dell’Autore, ma rispecchia opinioni che, secondo Andreoli, spesso circolano tra i detenuti.
Se il lettore ha ricavato dall’articolo un’altra impressione, ne siamo sinceramente dispiaciuti. Ma, in tutta franchezza, lo scritto non ci sembra offensivo nei confronti della Polizia Penitenziaria, della quale, al contrario, evidenzia il ruolo straordinariamente importante e insostituibile. Senza contare che è universalmente noto l’ottimo rapporto che in molti anni di frequentazione delle carceri, come medico psichiatra, come perito delle Corti e consulente dell’Amministrazione, il professor Andreoli ha consolidato con le varie componenti del personale, prima tra tutte la Polizia Penitenziaria.

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