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La grande professionalità e l’umanità del personale di Polizia Penitenziaria sono la migliore tutela di un principio irrinunciabile

Intervista a Giovanni Tinebra Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria
La cronaca delle ultime settimane si è fermata su alcuni episodi accaduti a

Roma, Genova e in città minori, che riportano l’attenzione sul grande tema della sicurezza nelle carceri italiane. Su questo tema, che chiama in causa una delle finalità primarie che il sistema penitenziario deve perseguire per un dovere sancito dalla Costituzione, si aprono puntualmente confronti tra opinioni diverse.
E mentre il Parlamento assume decisioni importanti di fronte all’applicazione del 41 bis, c’è chi si esercita a tentare nuove definizioni del concetto di sicurezza rimettendo in discussione principi che appartengono da sempre al modo di pensare e di agire della Polizia Penitenziaria.
Sulla forza di questi princìpi e dei valori che ispirano l’attività degli operatori di Polizia, abbiamo raccolto le dichiarazioni del Capo del Dipartimento, il Presidente Giovanni Tinebra.

Come valuta i recenti episodi di cronaca? esprimono qualcosa di particolarmente grave e drammatico, oppure rientrano in una casistica che non ha aspetti particolarmente critici?
«Se ci astraiamo un attimo dal sentimento che destano sempre le situazioni contingenti, l’esperienza ci insegna che ciclicamente ci sono dei momenti di tensione particolare o la voglia di fare pressione nei confronti del Parlamento in vista dell’approvazione delle leggi. Lo stesso accade se si parla di amnistia. Vale a dire che quando ci sono nell’aria particolari eventi che potrebbero influire su chi è condannato a passare un certo periodo della sua vita in carcere, vengono fuori manifestazioni di effervescenza. Questo tipo di fenomeni non è preoccupante. Ovviamente siamo sollecitati a dare il massimo contributo per la soluzione degli stessi nel migliore dei modi, ma dal punto di vista della sicurezza non c’è un grosso allarme, anche se, ripeto, l’esperienza ci ha insegnato che bisogna stare sempre allerta. Altre volte possono esserci manifestazioni più forti e più violente, che invece sono il sintomo di qualcosa che sta per esplodere; in quel caso i segnali vanno colti subito, altrimenti succedono eventi critici».

Quindi quali caratteristiche attribuisce a questo particolare momento?
«In questo particolare momento i segnali che abbiamo sono ambigui, nel senso che c’è il rifiuto del cibo da parte di chi contesta la durata di applicazione del 41 bis. A questa contestazione si associa una certa area di detenuti che è solidale.
Perché si rifiuta il cibo? Perché si sta parlando della stabilizzazione del 41 bis. È chiaro che chi non è d’accordo con questa decisione cerca di far sentire la sua voce rifiutando il cibo o battendo le stoviglie contro le sbarre della cella. In questi termini la questione è posta in maniera forte e bisogna pensare di risolverla nel migliore dei modi. Ma di fronte a queste manifestazioni limitate non ci sono motivi per preoccuparsi. Però ripeto: tutto questo va sempre coniugato con la saggia previdenza e vigilanza.
Nell’esercizio di questo difficilissimo mestiere, che coniuga la garanzia del singolo e la difesa sociale, dobbiamo cercare di far fronte ad esigenze che fra di loro confliggono concettualmente. Da un lato, c’è l’esigenza di dare al detenuto le più ampie possibilità di intraprendere, se vuole, una strada di riqualificazione e di recupero alla socialità e ai suoi valori. Questa strada passa attraverso una gamma di possibilità: la scuola, lo studio, la religione, il lavoro, la possibilità di vedersi realizzato, di scrivere, di essere aiutato dallo psicologo. Queste possibilità sono pronte per chi ne voglia fruire. E così deve essere, sia in applicazione di quello che è il principio della Costituzione, sia in applicazione di quello che è un principio di morale non solo cristiana. Queste esigenze di recupero comportano una serie di movimenti all’interno delle carceri: gente che va e viene, familiari, parenti, professori, psicologi, registi di teatro, tecnici di computer, ecc. Sono presenze che pongono in modo forte l’altro problema: la sicurezza. Noi dobbiamo vigilare affinché la società non sia turbata nella sua civile convivenza da un’improvvisa evasione o da un’azione di forza o di violenza. Quindi bisogna stare attenti ad avere all’interno delle carceri un numero sufficiente di poliziotti penitenziari che consenta di garantire appieno la sicurezza senza sacrificio per il trattamento.
A proposito di questo, quando ci si dice che in Italia il rapporto detenuto-agente è il più basso, o tra i più bassi rispetto ad altri Paesi, si dimentica di dire che l’attività trattamentale che facciamo in Italia, gli altri Paesi se la sognano e che questo comporta, ovviamente, un costo anche nell’impiego di uomini per la sicurezza. Più il detenuto si muove all’interno del carcere, più attività svolge, e maggiore è il numero di agenti di Polizia Penitenziaria che occorrono per far fronte all’esigenza di sicurezza e alla necessità di intervento in momenti critici.
La sicurezza è irrinunciabile, è il valore supremo che siamo chiamati a tutelare, con le forze che abbiamo. E siccome non abbiamo la possibilità di rimpinguare in maniera rilevante l’organico generale, dobbiamo cercare di garantire la sicurezza mediante l’adozione della tecnologia, automatizzando le carceri, e cercando anche di migliorare gli standard di costruzione delle stesse, per renderle più sicure da un punto di vista strutturale, oltre che strumentale. Così facendo possiamo attuare in pieno il mandato della Costituzione: sicurezza e trattamento, espiazione e recupero, cioè possibilità di percorrere un cammino nuovo e diverso».

Questa riaffermazione forte della sicurezza come valore assoluto e primario a suo avviso si è un po’ appannata nel corso degli ultimi anni?
«Il massimo della sicurezza sarebbe il minimo della garanzia. Cioè la sicurezza sarebbe assolutamente e totalmente assicurata qualora noi chiudessimo in fortezze munite di mura elevatissime, con celle singole dotate di porte di ferro che non si aprono mai, nelle quali il detenuto non può far nulla se non stare chiuso nella sua cella. Questo è impensabile ed inumano! Però proprio questo ci porta a dire che più forte è l’affermazione della garanzia, intesa come possibilità effettiva di trattamento, più difficile è la conservazione della sicurezza. Ma diciamo forte e chiaro che non siamo disposti a rinunciare a nessuna delle due. E non dimentichiamo affatto che il nostro compito fondamentale è la sicurezza. Sicurezza e trattamento camminano insieme».

I programmi formativi del personale di Polizia Penitenziaria sono adeguati a costruire profili umani e professionali di operatori in grado di operare con questa chiarezza di obiettivi?
«Devo dire che negli ultimi anni l’attività di formazione è stata molto incrementata ed è particolarmente curata, tra l’altro, con riguardo alle varie specializzazioni e le varie funzioni all’interno delle carceri o nei vari Corpi specializzati: i GOM, le traduzioni, i mezzi navali, e così via. Quello che ho notato, prima come magistrato ora come Capo del Dipartimento, è la grande professionalità che dimostrano di possedere gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. Una grande professionalità e una grande, grande umanità. È veramente commovente a volte vedere come l’agente di Polizia Penitenziaria si raccordi con la gente che lui stesso ha il compito di sorvegliare. Questo senza nulla togliere alla sua dignità e al distacco che ci deve essere tra la sua funzione e il destino della gente condannata a restare in cella per qualche periodo di tempo. Ci sono le eccezioni ovviamente, ma sono minime. La regola è una grande professionalità e una grande umanità.
È chiaro che nell’esercizio di questa professionalità contano anche i processi psicologici che ci sono dentro ognuno di noi. Più il mestiere è stressante e frustrante, più si è soggetti a momenti di depressione e di grande stanchezza. Questo non significa altro che abbiamo a che fare con agenti che sono persone, quindi con tutta la fragilità e la forza che caratterizza l’uomo. Sarebbe facile avere una macchina, priva di emozioni, che governasse un certo numero di attività (l’apertura di porte, di finestre eccetera). Però gestire una Casa di Reclusione, una Casa circondariale o anche un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, non significa solo aprire o chiudere delle porte senza nessun sentimento. Significa molto di più e i nostri uomini sono perfettamente in grado di farlo. Hanno una dignità che non è comune e ogni volta che hanno occasione di essere osservati all’esterno sono grandemente ammirati e lodati».

Presidente, c’è una linea di confine molto sottile, che se superata, per ciò che riguarda la sicurezza, chiama in causa l’uso della forza intesa come ultima ratio…
«Sì, ultima ratio, cioè risorsa estrema, graduata e adeguata al tipo di offesa. Questa è una delle grandi difficoltà del compito dell’agente di Polizia Penitenziaria: avere sempre i nervi saldi, non rispondere alle provocazioni, non reagire se non è veramente il caso e, nel caso in cui vi sia costretto, usare sempre la forza strettamente necessaria per vincere l’offesa».

Una dimensione più piccola rispetto ai grandi complessi carcerari, alleggerirebbe il problema della sicurezza?
«Questi problemi hanno sempre una doppia faccia. Non si può mai dire: io penso che si debba fare così e così risolviamo tutti i nostri mali. Sicuramente no. In realtà l’unica cosa che si può dire è che una Casa di reclusione non deve mai essere più piccola di un certo tipo di struttura o più grande di un certo altro tipo di struttura. All’interno di questa fascia di valori estremi, vi è tutta una serie di tipologie che, di volta in volta, sono assecondate dalle particolari esigenze del territorio, della distribuzione nel Paese dei vari tipi di sorveglianza, della quantità dei detenuti pericolosi rispetto a quelli che non lo sono. Per essere economicamente ed umanamente valutabile in maniera positiva, una Casa di reclusione non deve essere troppo piccola né troppo grande».

La presenza multietnica all’interno delle carceri complica il problema della sicurezza?
«Sì, lo complica. Perché rende più difficile la possibilità di comprendersi e di esprimersi. Lo complica in relazione anche a costumi diversi, ad usanze diverse, a fogge di vestito diverse; lo complica anche in relazione a quelle che sono le abitudini socio culturali delle persone preposte alla sicurezza e alle attività di recupero».

(Intervista del 18 luglio 2002)

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