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L’abnegazione e la professionalità di tutto il personale dell’Istituto siciliano, nonostante problemi logistici e difficoltà economiche, consentono un corretto e possibile reinserimento dell’internato nella società
Giuseppe Mazzella

Incontro con Nunziante Rosania Direttore dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto
Barcellona Pozzo di Gotto, con oltre quarantamila abitanti, è il Comune più popoloso della provincia di Messina, da cui dista circa cinquanta

chilometri. Cittadina solare e mediterranea della costa nordorientale della Sicilia, di fronte alla quale si stagliano le isole Eolie, è ricca di testimonianze archeologiche ed artistiche, con ville, palazzi, torri e splendide chiese del XVI e del XVII secolo. Un patrimonio pregevole e in gran parte poco conosciuto che solo da pochi anni è oggetto di studi e di un’attenta rivalutazione. L’elegante costruzione in tardo stile Liberty, che ospita l’O.P.G., realizzata nel 1925, era a suo tempo un modello sia sotto il profilo strutturale che scientifico, con un ingegnoso sistema alle finestre che, mimetizzando le sbarre, garantiva una completa visione dell’esterno. Voluto da Vittorio Madia, che fu anche il primo direttore e al quale oggi l’istituto è intitolato, e da alcuni illuminati politici del tempo, dal 1997 è diretto dal dottor Nunziante Rosania, originario di Salerno, 48 anni, specializzato in criminologia clinica e in psichiatria e perfezionatosi in psicoterapia e psicanalisi. «Quando nel 1988 sono entrato nell’Amministrazione Penitenziaria, - racconta - ho cominciato a prestare servizio presso il carcere di Reggio Calabria, dove sembrava potesse avviarsi l’esperienza di alcuni reparti di osservazione psichiatrica in loco, evitando di trasferire alcuni personaggi malavitosi negli ospedali psichiatrici giudiziari. Il tentativo non ebbe, però, esiti positivi e fui assegnato all’O.P.G. di Barcellona. Quando arrivai mancava il direttore, perché sospeso, così mi trovai improvvisamente a dover gestire una realtà che non conoscevo. Questo accadeva nel 1989. C’erano allora gravi problemi nella gestione del personale, c’era la necessità di ridefinire profili, ridefinire soprattutto un modo di collaborazione all’interno della struttura. Tutto questo perché si veniva fuori da un lungo periodo di interregno, in cui era mancata una direzione continuativa. Più tardi, rientrato il vecchio direttore, sono stato vicedirettore fino al 1997, anno in cui ho assunto la direzione. Per un lungo periodo ho lavorato senza la figura del vicedirettore, poi, finalmente, un anno e mezzo fa è arrivata la dottoressa Carmen Salpietro».

Dottor Rosania, quale deve essere, a suo giudizio, il ruolo degli O.P.G.?
«Gli ospedali psichiatrici giudiziari come sono intesi adesso, praticamente non hanno più nessun significato nei confronti di quelle persone che hanno commesso un reato nella incapacità di intendere e di volere, per ognuna delle quali bisogna seguire dei progetti individuali di terapia, di riabilitazione e di reinserimento sociale. Questo obiettivo in un’istituzione totale, come è ovviamente l’O.P.G., nonostante i tanti passi avanti che abbiamo fatto in questi anni, non si può raggiungere. Non è infatti possibile tenere il malato “in vitro”, e poi immaginare che all’improvviso possa uscire e quindi avere emendato in questa maniera i suoi comportamenti. Le strutture pubbliche devono darsi un’organizzazione più idonea in tutti i casi che prendono in carico. E allora se c’è un soggetto che ha delle irregolarità comportamentali, anche gravi, in relazione al decorso di malattia, nell’ambito del servizio sanitario nazionale, occorre creare delle strutture protette, dove la fase acuta viene affrontata nella maniera adeguata, con idonei servizi di diagnosi e cura. Una volta superata la fase acuta, bisognerà passare ad ulteriori momenti di trattamento, attraverso una rete di servizi».

Come è organizzato l’O.P.G. di Barcellona Pozzo di Gotto?
«Abbiamo 6 reparti, che in parte sono oggetto di imminenti e necessari restauri. Alcuni sono a stanze singole e altri a stanze a più posti, con circa 200 degenti, provenienti per lo più dalla Sicilia e dalla Calabria. Naturalmente la distribuzione dei soggetti avviene sulla base del criterio clinico, cercando anche di disegnare, pur nelle ristrettezze attuali, l’ambiente a seconda della necessità del soggetto.
Possiamo contare inoltre su 8 psichiatri, con contratti di collaborazione professionale, 2 neurologi, 2 medici psicoterapeuti, 3 tecnici della riabilitazione psichiatrica, oltre ad altri 6 medici incaricati, che sono poi i medici che svolgono attività internistica all’interno dell’istituto e poi ancora 12 convenzioni specialistiche che operano a turno. Per quanto riguarda gli infermieri, 40 appartengono all’Amministrazione Penitenziaria e 24 sono parcellisti, con un rapporto libero-professionale».

In questi ultimi anni sta cambiando qualcosa?
«Nonostante tutto negli O.P.G. si sono fatti dei passi avanti. A mio giudizio sta cambiando la mentalità, grazie anche alle nuove leve che hanno introdotto un nuovo rapporto con il paziente, anche se è mancata sinora una incidenza davvero importante sul piano della formazione. Bisogna riconoscere che il Dipartimento sta facendo un grosso sforzo in questo senso. Proprio nei prossimi giorni saremo a Roma, presso l’Istituto Superiore di Studi penitenziari, per organizzare un turn over formativo ampio e articolato che servirà a promuovere una maggiore maturazione professionale.
Negli ultimi anni è cambiato il decorso della malattia. In passato si assisteva a una cronicizzazione delle patologie che evolvevano molto spesso verso le cosiddette demenze o comunque le forme residue fortemente difettuali. Oggi, invece, abbiamo, grazie ai nuovi farmaci, la possibilità di raggiungere una fase di equilibrio, anche molto prolungata e con una discreta funzionalità sociale. Questo tipo di istituzione, invece, facilita la cronicizzazione e impedisce un fecondo e creativo rapporto con il mondo esterno».

Quali sono le soluzioni da adottare per andare nella direzione da lei auspicata?
«Dobbiamo aprire le porte, favorire i contatti con l’esterno, altrimenti falliamo completamente il mandato costituzionale. Stiamo cercando, anche con l’aiuto della Polizia Penitenziaria, di cercare di spostare il baricentro trattamentale dall’interno dell’istituto all’esterno. Una miriade di attività sono state intraprese in questa direzione. Abbiamo in cantiere, ma alcune sono già state realizzate, una serie di iniziative promosse d’intesa con il Dipartimento di Salute Mentale di Barcellona e con l’ASL di Messina, insieme anche al volontariato organizzato, in particolare un’associazione che ci segue da tempo, la “Casa di Solidarietà e Accoglienza”, ma anche gruppi religiosi che fanno capo al Convento dei Francescani, o ancora con altre istituzioni di volontariato che, a vario titolo, accedono ormai regolarmente al nostro istituto. In questo protocollo d’intesa abbiamo coinvolto anche il Centro di Servizio Sociale per Adulti di Messina, il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto, proprio per creare delle sinergie che possano consentirci una serie di iniziative che facilitino il rapporto con l’esterno. Si pensi a un corso professionale che stiamo facendo sul territorio di cura del verde pubblico, che viene gestito da un ente professionale esterno e che si serve di 8 nostri internati. Si pensi, poi, alla grande cooperativa sociale di tipo B che abbiamo istituito, ripristinando una vecchia struttura dell’istituto dove vengono realizzate le nuove lavorazioni di falegnameria e di lavorazione del ferro. I nostri ricoverati ci potranno andare già adesso con l’articolo 21, ma lo potranno fare tra qualche settimana come semiliberi, o in licenza finale, come se fossero praticamente considerati in esterno. A proposito di strategie trattamentali, e allo scopo di coinvolgere sempre più la componente custodiale in questi progetti, abbiamo creato un Nucleo per le Attività Trattamentali, il NAT, selezionando gli agenti maggiormente coinvolti nella vita dell’istituto, non solo partecipando alle attività ordinarie ma anche proponendo iniziative che vengono poi intraprese».

Quali sono i corsi di formazione in questo O.P.G.?
«I corsi di formazione sono quattro: un corso di decoratore, uno di alfabetizzazione informatica, uno di irrigazione e di addetti agli impianti idraulici e uno di vivaisti. Poi abbiamo i corsi di scuola elementare, di scuola media e uno per geometra, che nasce da un’intesa con l’Istituto Tecnico Commerciale per Geometra di Barcellona ed è al suo secondo anno di vita».

Cosa pensa dei tagli ai budget operati in questi ultimi anni dall’Amministrazione Penitenziaria?
«Quando arrivano i tagli di budget, per carità indispensabili, tutto diventa più difficile. Occorre tener conto che qui abbiamo dei soggetti che proprio su questo piccolo cespite fondano in gran parte la loro capacità di rimanere al mondo. Spesso crisi anche di natura psicotica, con alterazioni comportamentali gravi, sono causate da questa privazione. Il taglio del budget sanitario ha determinato inoltre una situazione critica anche nell’acquisto dei farmaci. Ciò è tanto più incomprensibile in quanto noi ci confrontiamo quotidianamente con persone che sono malate, malate tutti i giorni, per tutto il periodo che stanno in questo istituto, ma soprattutto nel confronto con Castiglione delle Stiviere. Lì c’è una struttura totalmente ospedaliera che è il prodotto di convenzioni con la ASL di Mantova e con il Ministero, nella quale i soggetti che sono ricoverati, che sono tali e quali ai nostri, godono di trattamenti le cui differenze però nei nostri confronti sono davvero abissali».

Quali sono le altre attività che vengono svolte?
«Si parla di custodia attenuata ed è quello che noi stiamo cercando di fare: una custodia intelligente, capace di leggere i bisogni dei soggetti, modulando il proprio intervento, rendendolo flessibile a seconda dei casi. Settimanalmente organizziamo poi delle gite in esterno gestite dal nostro personale dell’area trattamentale e disponiamo di un enorme numero di licenze e di permessi. Possiamo contare anche su un circolo Arci all’interno, di cui sono il presidente, ma che in ampia misura è gestito dagli stessi ricoverati. Alcuni gruppi, soprattutto quelli più svantaggiati, vengono portati fuori, per dare luogo ad attività ludiche, artistiche, teatrali. All’interno invece svolgiamo attività sportiva, coordinata da personale specificatamente dedicato. Abbiamo un campo di calcio, e delle salette con attrezzi ginnici. Abbiamo, inoltre, un progetto teatrale che già l’anno scorso ha dato ottimi risultati e che quest’anno verrà ripetuto: un recital di poesie di autori classici e di componimenti lirici e in prosa degli stessi ricoverati».

Quale deve esser il futuro degli O.P.G., secondo lei?
«Io vedo l’O.P.G. come una struttura prevalentemente ospedaliera, con un organico professionalmente attrezzato ad operare con questo tipo di malati. Una struttura che si apre sempre più all’esterno, presupposto di qualsiasi intendimento di natura riabilitativa. Spesso mi domando: perché tutte le riforme falliscono o almeno non danno i risultati sperati? Perché tutte rispondono a una visione in cui viene prima l’istituzione, e poi, dopo, l’uomo malato, con tutte le sue articolazioni individuali. È qui che si gioca la partita. Il malato mentale è un soggetto che ha fallito un progetto di adattamento alla realtà. Ma è una realtà umana, profondamente umana. Occorre avere consapevolezza del fatto che sono persone che in larghissima misura possono essere trattate, e in ampia parte recuperate, e possono costituire una risorsa per la società».

Servizio fotografico di Paolo Pivetta

L’Istituto in cifre

Tipo: Ospedale Psichiatrico Giudiziario
Indirizzo: via Vittorio Madia, 31 – 98051 Barcellona Pozzo di Gotto (Me)
Anno di costruzione: inizio 1913/14 – inaugurato 1925
Modello architettonico: Tardo Liberty
Capienza internati/detenuti: 304 ottimale – 361 massima
Presenza effettiva: 228
Numero sezioni: 8 di cui 1 chiusa e 2 con i primi piani chiusi, entrambi in attesa di ristrutturazione
Numero di camere detentive: 96 singole e 47 multiple

Elementi specifici
Strutture sportive: campo di calcetto, tennis, pallacanestro, palestra attrezzata
Ricreative: cortili passeggio annessi ai vari reparti, portici davanti ai 6 reparti per il periodo estivo e manifestazioni varie
Religiose: cappella annessa al 4° reparto
Lavorative: falegnameria e lavorazione del ferro al nuovo complesso, squadra m.o.f., cucina, sopravvitto, pulizia viali e reparti di degenza all’interno dell’istituto
Spazi sociali: scuole elementari, medie e commerciale serali, teatro e area verde per i colloqui con i familiari nel periodo estivo

Dati relativi al personale
Personale direttivo: 1 direttore medico coordinatore, 1 medico direttore C1
Personale di Polizia Penitenziaria:
Uomini: 153
Donne: 3
Personale area educativa: 3 educatori
Personale area amministrativo-contabile: 23
Personale area sanitaria: 6 medici incaricati, 11 medici S.I.A.S., 42 infermieri professionali di ruolo, 23 infermieri professionali a parcella, 11 specialisti delle varie branche

Rapporti con
Volontariato: ottimi
Enti locali: buoni (siglati più protocolli d’intesa)
Altri enti: accettabili

Attività
Scolastiche: corsi di scuola elementare la mattina, medie e commerciale per geometri la sera, 4 corsi professionali con enti esterni dalle ore 13.30 alle ore 18.00
Culturali: si è organizzata, con l’intervento di alcuni volontari, art. 17 O.P., una raccolta di poesie poi portate presso le scuole esterne
Ricreative: si sono organizzati, e si continuerà a farlo, spettacoli musicali, utilizzando gli stessi ricoverati con l’apporto di alcuni volontari esterni; specialmente nel periodo estivo vengono organizzate tante manifestazioni offerte gratuitamente da varie compagnie teatrali e musicali nonché tornei di calcetto con squadre interne (di ricoverati e di operatori) e squadre esterne
Altro: è stato formato un gruppo denominato N.A.T. della Polizia Penitenziaria, composto da 10 unità, il quale collabora con l’area trattamentale e con l’Associazione ARCI “Papillon” interna all’istituto (il cui Presidente è il Direttore). La socialità serale dalle ore 18.00 alle ore 21.00 giornaliere, avviene sotto i portici davanti ai reparti dove si organizzano varie attività ricreative.

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