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Laser, sonar e sistemi biometrici sono oggi sempre più utilizzati per garantire la sicurezza negli Istituti penitenziari. Da Pescara un esempio di innovazione tecnologica
Angelo Gallippi

L’innovazione tecnologica è di casa da almeno un decennio nei nostri Istituti di pena, anzi nell’ultimo periodo l’interesse degli organi di vertice nei suoi confronti si è ulteriormente accresciuto, sia per le potenzialità che

essa offre a vantaggio della sicurezza, sia per contribuire a risolvere il problema della carenza di personale di Polizia Penitenziaria. Infatti l’ausilio delle macchine permette di ridurre il personale necessario per la sorveglianza, che può godere di ritmi di lavoro meno stressanti. Iniziamo una visita virtuale nel futuro prossimo che ci attende.
La punta di diamante delle nuove realizzazioni è rappresentata dall’Istituto di Pescara, in avanzata fase di costruzione, che sarà un concentrato di quanto di meglio offrono le attuali tecnologie per la sicurezza (vedi riquadro).
Tra i problemi più importanti, il cui studio è quasi completato, c’è il rilevamento e l’inibizione dei telefoni cellulari all’interno degli Istituti. Nello stesso tempo vengono sperimentate tecniche per il rilevamento automatico di droga basate su sonar e radar, anche se, in attesa che diventino più affidabili, si utilizzano le sperimentate unità cinofile.
Un altro filone importante è poi quello di coadiuvare la sorveglianza esterna nelle situazioni difficili: per esempio nelle carceri del nord Italia, situate fuori dai centri abitati e con ampi spazi intorno, dove può essere frequente il problema della nebbia. Oppure in Sardegna, dove a ridosso degli istituti si trovano spesso fitte boscaglie. In questi casi sono stati ottenuti risultati positivi con il laser, grazie a progetti avviati con l’aiuto di istituzioni scientifiche.
Ma, premesso che le ricerche in corso prendono in considerazione tutti i prodotti più avanzati, sviluppati negli ultimi tempi in campo nazionale e internazionale, è bene chiarire che le macchine non sostituiranno mai gli uomini, per la semplice ragione che esse possono sempre guastarsi o non funzionare nel modo che ci si attendeva. Perciò la tecnologia continuerà a essere considerata come un aiuto prezioso per il personale, che però rimane essenziale nelle attività di vigilanza e anche di altro tipo.
Insomma, modello di riferimento non è il carcere iper-tecnologico e completamente automatizzato, forse presente più nella letteratura di fantascienza che nella realtà, che ha, piuttosto, subito diversi fallimenti determinando un generale scetticismo nei suoi confronti.
Per esempio, una gestione completamente automatizzata è stata sperimentata a Voghera, ma i risultati non si sono rivelati positivi, per la mancanza del rapporto umano che essa determina. Infatti, tra i vari compiti della Polizia Penitenziaria, c’è anche quello di partecipare all’opera di trattamento, che ovviamente è possibile solo con la presenza fisica del personale. Viceversa, un uso eccessivo delle tecnologie ha prodotto risultati negativi soprattutto in Francia e Germania.
Qui i detenuti accettano e anzi apprezzano, per ragioni di privacy, la situazione del singolo in cella, che invece da noi viene vista come una misura di isolamento e quindi punitiva.
Da noi è più diffusa una mentalità diversa, che fa prediligere il momento associativo e socializzante reso possibile dalla presenza di più di un detenuto nella stessa cella.
Insomma, nella costruzione delle nuove carceri siamo lontani dal principio teorizzato nel secolo scorso da Bentham “il minimo di sorveglianza con il massimo di sicurezza”: il suo Panopticon avrebbe infatti prodotto, se fosse stato realizzato, più danni che benefici, come dimostrano i purtroppo frequenti casi di suicidi che avvengono in alcuni Istituti “modello” di altri Paesi.

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