Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

Il “mobbing” è una forma di abuso subdola e oltraggiosa che oggi però è più facile individuare e combattere
Anna Oliverio Ferraris

Il mobbing sul lavoro è una forma di persecuzione non nuova che molti in passato hanno subito in silenzio, soffrendone e sviluppando forme d’ansia,

depressioni, disturbi psicosomatici, insicurezza e problemi nelle relazioni familiari. La novità, oggi, consiste nel fatto che se ne parla e che un numero crescente di persone considera la possibilità di poter denunciare questa forma di abuso, subdola e oltraggiosa. È un segno di maggiore civiltà e di consapevolezza della qualità dei rapporti umani.
Ma perché in passato le vittime di mobbing subivano senza trovare modi efficaci di difesa? Il motivo principale è lapalissiano ma non banale: non disponevano di una parola che designasse questa forma di persecuzione. Quanti erano vittime di prepotenze, emarginazione, attacchi e maldicenze sul luogo di lavoro, potevano rimuginare tra sé e sé oppure lamentarsene con i familiari, gli amici e i colleghi; era però diffusa la convinzione che queste manifestazioni fossero parte integrante delle cosiddette “regole del gioco”. Regole non scritte e non esplicite, ma funzionanti e, quel che è peggio, difficili da contrastare proprio perché non manifeste e non sostenute da una terminologia specifica. Le parole hanno una loro forza intrinseca e questo termine della lingua inglese, che indica l’espulsione di un individuo da un branco di animali ad opera del gruppo, rende sia l’idea dell’emarginazione che quella della sopraffazione.
Se questa parola ha potuto affermarsi è anche grazie ad una più diffusa cultura psicologica che consente ad un numero crescente di persone di comprendere che la comunicazione è un processo complesso che si svolge a più livelli: espliciti e impliciti, verbali e non verbali, razionali ed emotivi. Con le parole e con la ricca gamma offerta dal linguaggio non verbale (mimiche, posture, distanze, azioni, tempi, gesti, movimenti, tonalità della voce, velocità dell’eloquio, ecc.) si possono inviare messaggi contrastanti, confusi o volutamente ambigui; si può, ad esempio, “disconfermare” il proprio interlocutore togliendo valore a ciò che sta facendo o dicendo; si può negare ad un livello ciò che si afferma ad un altro; si possono influenzare e ingannare le persone; si può istigare, senza averne l’aria, un collega contro l’altro; si può diffondere in maniera “innocente” un pettegolezzo distruttivo e così via. A livello “ufficiale” si può far emergere un tipo di narrazione o di “razionalità” che nasconde una realtà di tutt’altro segno. La narrazione ufficiale però non è facilmente smascherabile in quanto il mobber gode, nei fatti, di un maggiore potere rispetto alla sua vittima, di appoggi, connivenze e anche di uno spazio espressivo più ampio che lo rende inattaccabile. Può trattarsi di un superiore, che agisce da solo o con degli alleati, oppure di uno (o più) pari grado che però gode dell’appoggio di una “cricca”.
Queste condizioni di partenza sono anche quelle che inducono spesso la vittima a peggiorare la propria posizione con reazioni che offrono il destro ad ulteriori attacchi, questa volta “giustificati”. Il lavoratore che si sente perseguitato può entrare in ansia e reagire in modo impulsivo ed eccessivo, può prendere iniziative controproducenti, può, nel tentativo di cercare delle alleanze, rivelare la propria posizione di debolezza, consentendo ai colleghi di trarne vantaggio. Uno dei motivi per cui un lavoratore che sia perseguitato da un capo non trova alleanze, consiste proprio nel fatto che gli “spettatori” si rendono conto di poterne trarre vantaggio. In un caso di mobbing la vittima, che non aveva accettato le avance sessuali del suo superiore, si licenziò senza che nessuno avesse mai espresso un giudizio negativo su di lei o le avesse consigliato di abbandonare il lavoro. La strategia del mobber fu la seguente. Gradualmente le pratiche sulla scrivania diminuirono fino a scomparire. Da un certo momento in poi la donna non ebbe più nulla da fare anche se a fine mese le veniva regolarmente versato lo stipendio. Le pratiche che un tempo aveva svolto, ora venivano svolte da una collega assunta da poco che rapidamente passò ad una classe di stipendio superiore. Per alcuni mesi la donna trascorse le giornate leggendo il giornale e ascoltando la radio finché, sempre più isolata e avvilita, si decise a lasciare il lavoro. Non bisogna confondere il mobbing con la competizione. Competizione e mobbing non sono sinonimi. Esistono forme di competizione dove i contendenti cercano di superarsi e di affermarsi attenendosi però ad un codice deontologico. Il mancato rispetto di questo codice non solo suscita un dibattito aperto, ma si ritorce contro chi non lo rispetta. Le acque in cui naviga il mobber sono, invece, paludose e infide; per motivi diversi, vengono meno le norme che regolano una sana competizione. In un caso di mobbing in un ente pubblico, un alto dirigente fu man mano privato di tutte le sue prerogative e messo in corner dai colleghi perché, essendo più esperto e preparato, aveva individuato con grande anticipo le disfunzioni strutturali che avrebbero portato l’ente al fallimento. Per non rivedere le proprie posizioni, cambiare gestione e ammettere i propri errori (e forse anche per invidia nei confronti di una persona “diversa”, che aveva fatto carriera per i meriti propri e non per appoggi politici) gli altri dirigenti si allearono nello screditare le tesi della vittima e nel porre sistematicamente in minoranza le sue mozioni.
Al di là delle motivazioni che possono spingere i singoli a perseguitare un collega o un dipendente (paura di perdere la posizione, intolleranza reciproca, invidia, ansia legata alla carriera, approcci sessuali) un aspetto fondamentale è il clima che regna sul luogo di lavoro e la qualità dei rapporti. Il terreno di coltura del mobbing è quasi sempre un ambiente di lavoro in cui (a) non ci sono delle regole chiare ma vigono norme di comportamento mutevoli, imprevedibili o addirittura mafiose; (b) le regole non vengono rispettate oppure se ne esige il rispetto da alcuni, non da altri; (c) esistono situazioni di lavoro fortemente insoddisfacenti per cui i conflitti personali degenerano fino alla mancanza di rispetto del diritto delle persone alla propria dignità. I quadri e i manager hanno un ruolo importante nel creare un clima nel luogo di lavoro e nel definirne le regole. Essi possono dare il buono e il cattivo esempio. Per creare un clima favorevole è importante che, con il loro modo di fare, stabiliscano le condizioni per un dialogo reciproco, una facile comunicazione e un desiderio reale di risolvere i problemi. Generalmente in questo modo il rischio di forme di persecuzione psicologica diminuisce o addirittura scompare.

Anna Oliverio Ferraris, professore ordinario di Psicologia dello sviluppo all’Università “La Sapienza” di Roma. Autrice di numerosi volumi. Fra i più recenti: “Il terzo genitore - Vivere con i figli dell’altro”, “Le domande dei bambini” e “Il cammino dell’adozione”.

Joomla templates by a4joomla