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Racconto inedito di Andrea Camilleri Disegni di Ljuba Stjepcevic

Appena arrisbigliatosi, decise di telefonare in commissariato per avvertire che quel giorno proprio non era cosa, non ce l’avrebbe fatta ad andare in ufficio, durante la nottata una botta d’influenza l’aveva assugliato

 di colpo come uno di quei cani che manco abbaiano e li vedi solo quando già ti hanno azzannato alla gola. Fece per susìrisi, ma si fermò a mezzo, le ossa gli dolevano, le giunture scricchiolavano, dovette ripigliare il movimento con quatéla, finalmente arrivò all’altezza del telefono, allungò il braccio e in quel preciso momento la soneria squillò.

"Pronti, dottori? Parlo con lei di pirsona pirsonalmenti? Mi arriconobbe? Catarella sono".

"Ti arriconobbi, Catarè. Che vuoi?"

"Nenti voglio, dottori".

"E allora perché mi chiami?"

"Ora vengo e mi spiego, dottori. Io di pirsona pirsonalmenti non voglio nenti da lei, ma c’è il dottori Augello che ci vorrebbe dire una cosa. Che faccio, ci lo passo o no?"

"Va bene, passamelo".

"Ristasse al parecchio che ci lo faccio parlare".

Passò mezzo minuto di silenzio assoluto. Montalbano venne scosso da un arrizzone di freddo. Malo signo. Si mise a fare voci dintra la cornetta.

"Pronto! Pronto! Siete morti tutti?"

"Mi scusasse, dottori, ma il dottori Augello non arrisponde al parecchio. Se porta pazienzia, ci vado io di pirsona pirsonalmente a chiamarlo nella sua càmmara".

A quel punto, intervenne la voce affannata di Augello.

"Scusami se ti disturbo, Salvo, ma..."

"No, Mimì, non ti scuso" fece Montalbano " Stavo per telefonarvi che oggi non me la sento di nésciri da casa. Mi piglio un’aspirina e me ne vado nuovamente a corcarmi. Quindi te la sbrighi tu, quale che sia la facenna della quale volevi parlarmi".

Riattaccò, restò tanticchia a pinsare se staccare il telefono, poi decise per il no. Andò in cucina, s’agliuttì un’aspirina, ebbe un altro arrizzone di freddo, ci pinsò sopra, si agliuttì una seconda pillola, si rimise a letto, pigliò in mano il libro che teneva sul comodino e che aveva principiato la sera avanti a leggere con gusto, Un giorno dopo l’altro di Carlo Lucarelli, lo raprì e fin dalle prime righe si fece persuaso che la lettura non gli era possibile, si sentiva un cerchione torno torno la testa e gli occhi gli facevano pupi pupi.

"Vuoi vedere che mi sta acchianando la febbre?" si spiò. Poggiò il palmo della mano sulla fronte, ma non arriniscì a capire se era càvuda o no, del resto non l’aveva mai capito, quello era un gesto solamente simbolico che però, inspiegabilmente, faceva sempre. L’unica era mettersi il termometro. Si susì a mezzo, raprì il cassetto del comodino, rovistò. Naturalmente il termometro non c’era. Dove l’aveva messo? E quando era stata l’ultima volta che si era misurato la febbre? A occhio e croce, doveva essere capitato a dicembre dell’anno passato, che per lui era il mese più periglioso e non quel l’altro che diceva il poeta ... Quale mese per Eliot era il più crudele? Sì, ora se l’arricordava, aprile è il più crudele dei mesi ... O era marzo? Ma comunque, a parte le divagazioni poetiche, dove cavolo era andato a finire il termometro? Si susì, andò nell’altra càmmara, taliò in ogni cassetto, nelle librerie, in ogni pirtuso. Da darrè una pila di libri in equilibrio precario sopra un tavolinetto traballante spuntò fora una sua fotografia con Livia. La taliò, non arriniscendo a capire dove se l’erano fatta. Da com’erano vestiti, doveva essere estate. In secondo piano si vedeva la sagoma di un omo in divisa, ma non pareva cosa di militare, doveva trattarsi di un portiere d’albergo: O di un capostazione? Lasciò perdere la foto e ripigliò a cercare. Del termometro manco l’ùmmira. Ebbe un altro arrizzone di freddo, stavolta più forte dei primi, seguito da un leggero giramento di testa. Si mise a santiare. Doveva assolutamente trovare il termometro. Il risultato di quel cerca cerca fu che la casa parse essere stata devastata da una vandalica banda di svaligiatori. Poi, di colpo, si calmò: che gliene fotteva del termometro? Sapere i gradi della febbre non avrebbe certo significato un miglioramento della situazione. L’unica cosa sicura era che stava male, punto e basta. Tornò a corcarsi. Sentì una chiave girare nella toppa e subito dopo un grido acutissimo della cammarera Adelina.

"Madonna biniditta! I latri passarono!"

Si susì, si precipitò a tranquillizzare la fimmina la quale, durante la sua confusa spiegazione non gli levò mai gli occhi di dosso.

"Tottore, vossia malato è". Montalbano rispose con una domanda ch’era macari una conferma.

"Tu lo sai dov’è il termometro?"

"Nun lu truvò?"

"Se l’avessi trovato, non te l’avrei spiato".

Adelina si squietò, addivintò battagliera.

"Se non l’attrovò vossia arriducendo sta càmmara ca pari che è successo casamicciola, comu volica ci l’attrovo iu?"

E se ne andò in cucina. Montalbano si vide perso. Di colpo, al solo parlarne, gli era tornata la fissa di avere sottomano un termometro. L’unica era vestirsi, mettersi in macchina, andare in farmacia e accattarselo. Agì con prudenza per non farsi sentire da Adelina la quale certamente l’avrebbe legato al letto per impedirgli di nesciri. La prima farmacia che incontrò era chiusa per turno. Proseguì verso il centro di Vigàta, parcheggiò davanti alla "Farmacia centrale" e fece per scendere. Ricadde sul sedile per un violento giramento di testa, provò macari una certa nausea. Finalmente ce la fece, trasì nella farmacia e capì che c’era da aspettare, con la infruenza che correva mezzo paìsi doveva essere malato. Finalmente venne il suo turno. Stava per raprire bocca quando rimbombarono, in strada ma vicinissimi, due colpi di pistola. A malgrado l’intontimento che la febbre gli dava, il commissario in un vìdiri e svìdiri si trovò fora dalla farmacia e gli occhi gli fecero da macchina da presa, gli stamparono nitide immagini nella mente. A mano mancina, un motorino con due picciotti stava partendo a gran velocità, il picciotto assittato darrè al compagno che guidava teneva in mano una borsetta evidentemente scippata a una fimmina anziana che era caduta ‘n terra e faceva voci dispirate. Sul marciapiede di fronte, il signor Saverio Di Manzo, titolare dell’omonima agenzia di viaggio, si stava facendo disarmare da un vigile urbano: il signor Di Manzo, noto imbecille, si era addunato dello scippo e aveva reagito sparando due colpi contro i picciotti in motorino. Non li aveva pigliati, ma in compenso aveva colpito una picciliddra di una decina d’anni che s’arrotoliava per terra chiangendo e tenendo tra le mani la gamba dritta. Montalbano si mosse verso di lei, ma venne preceduto da un tale che lo scansò e s’agginocchiò allato alla picciliddra. Il commissario lo riconobbe, era un barbone che era comparso l’anno avanti in paìsi, che campava di limosina e che tutti chiamavano Lampiuni, forse perché era altissimo e magrissimo. In un attimo, Lampiuni si slacciò lo spago che gli teneva i pantaloni e principiò a legarlo strettissimo attorno alla coscia della picciliddra, isando appena gli occhi verso il commissario per ordinargli: "La tenga ferma". Montalbano obbedì, affascinato dalla calma e dalla precisione dei movimenti del barbone.

"Ha un fazzoletto pulito? Me lo dia e chiami un’ambulanza".

Non ci fu bisogno di chiamarla, un automobilista di passaggio carricò la picciliddra per portarla allo spitale di Montelusa. Arrivarono quattro carrabinera e Montalbano se la squagliò, rimettendosi in macchina e tornandosene a Marinella. Appena raprì la porta di casa, venne investito da Adelina.

"Che è tuttu stu sangu?"

Montalbano si taliò le mani e il vestito: era sporco di sangue della picciliddra, non se ne era addunato prima.

"C’è stata una ... un incidente e io"... "Se ne isse subito a corcarsi, il vestito lo porto a lavari. Ma che ci passa pi la testa? Pirchì sinni niscì malatu com’è? Nun lu sapi ca la ‘nfruenza attrascurata po’ addivintari purmunìa? E ca la purmunìa attrascurata porta a la morti?"

La litania influenza trascuratapolmonite trascurata uguale morte certa, Montalbano l’aveva già sentita recitare da Adelina almeno altre due volte. Andò in bagno, si spogliò, si lavò, s’infilò tra i linzola del letto appena rifatto. Doppo anco cinco minuti trasì la cammarera con una grande tazza fumante. "Ci priparai tanticchia di brodu di pollo liggero liggero".

"Non ho pititto".

"E io ci lu lasso supra u commodinu. Minni vaiu: Avi bisogn cosa?"

"No, niente, grazie".

A malgrado del naso chiuso, lo stesso gli arrivò il sciàuro del brodo. Doveva essere ottimo. Si susì a mezzo, pigliò la tazza, bevve un sorso. Era ottimo, se lo scolò tutto, si stinnicchiò nuovamente con un sospiro soddisfatto, e, di colpo, s’addormentò. Si era appena appinnicato, che squillò il telefono. Mentre si stava susendo per andare a rispondere, gli capitò di taliare la sveglia sul comodino. Le sette?? Erano le sette di sera? Ma quante ore aveva dormito? Strammato, sollevò la cornetta, sentì il segnale di libero. Evidentemente avevano riattaccato. Stava tornando a corcarsi, quando gli squilli ricominciarono: non era il telefono, ma il campanello della porta. Andò a raprire e si vide davanti Fazio con la faccia prioccupata.

"Come sta, dottore?"

"Tanticchia malatizzo" rispose Montalbano facendolo trasire e rimettendosi a letto. Fazio s’assittò nella seggia allato. "Ha gli occhi sparluccicanti" disse "Se l’è misurata la febbre?"

E in quel momento al commissario venne in mente che, quella matina, distratto dalla sparatoria, si era scordato di tornare in farmacia ad accattare il termometro.

"Sì" mentì "In matinata avevo trentotto".

"E ora?"

"Me la misurerò più tardi. Ci sono novità?"

"C’è stata una sparatoria. Uno stronzo, Di Manzo, quello che ha un’agenzia di viaggio, ha tirato un paio di colpi contro due scippatori. Li ha sbagliati e ha pigliato invece a una gamba una povira picciliddra di passaggio".

"L’avete arrestato?"

"È stato fermato dai carrabinera, sono intervenuti loro".

"Avete notizie della picciliddra?"

"È fora pericolo. Ha perso molto sangue, ma fortunatamente c’era Lampiuni, lei l’avrà visto, quel barbone che"...

"Lo conosco" fece Montalbano "Vai avanti".

"Beh, ha avuto la presenza di spirito d’arrestare l’emorragia. Praticamente l’ha salvata lui. La voce in paìsi si è sparsa, per domani il sindaco ha organizzato una grande festa che vuole, siamo in campagna elettorale e ogni cacata di mosca fa’ brodo durante la quale gli consegnerà le chiavi di un appartamentino del comune".

"Sapete come si chiama?"

"Mah, non ha documenti d’identità. E il suo nome lui non l’ha voluto dire".

"Ah, Fazio, stamatina Augello mi ha chiamato, lo sai che voleva?"

"Sì, il questore ha sollecitato una risposta a una facenna che non so e il dottore Augello voleva consigliarsi con lei. Credo che abbia risolto". Meno male, poteva starsene tranquillo a casa a smaltire la ’nfruenza senza rotture di cabasisi. Fazio si trattenne ancora una mezzorata, poi se ne andò. Si erano fatte le otto passate. Si susì e appena fu addritta la testa gli girò. La camurria continuava. Fece il numero di Livia a Boccadasse e non arrispose nessuno. Troppo presto, in genere le parlate telefoniche tra lui e la zita avvenivano passata la mezzanotte. Raprì il frigorifero: pollo bollito e una quantità di contornini per renderlo più mangiabile. Esitò tanticchia, poi scelse un piatto di peperoni all’agrodolce e un piatto di cipolline all’aceto. Si piazzò sulla poltrona davanti al televisore e, mentre mangiucchiava, principiò a taliare un film che si chiamava I Cacciatori dell’Eden. Fin dalle primissime inquadrature si fece pirsuaso che si trattava di una pel licola assurda, ma la totale idiozia di quelle immagini e di quelle battute l’affascinò talmente da fargli seguire con religiosa attenzione il film fino al fatidico The End. E ora? Si sintonizzò su un dibattito che principiava sul più importante canale nazionale e che aveva come titolo Ha un valore la fedeltà, oggi? Il conduttore, che aveva sempre sulle labbra un sorrisino che voleva essere leggermente ironico ma che risultava invece pesantemente servile, presentò gli ospiti: una duchessa maritata con un industriale, ma nota per una sterminata marea di amanti, sia màscoli che fimmine, che avrebbe parlato dell’importanza della fedeltà nel matrimonio; un uomo politico, il q u a le dalla sinistra più estrema aveva progressivamente piroettato verso la destra più estrema, che avrebbe testimoniato sul valore della coerenza nella pratica politica; un ex prete, poi figlio dei fiori, poi buddista, poi integralista islamico, che avrebbe sostenuto la necessità della fedeltà alla propria religione. Il divertimento era assicurato e Montalbano seguì, oscenamente sghignazzando, il programma fino alla conclusione. Astutato il televisore, capì che la febbre gli stava nuovamente acchianando. Andò a corcarsi, ma non fece manco il tentativo di pigliare in mano il romanzo di Lucarelli, il cerchione doloroso torno torno alla testa si stava di nuovo formando. Spense la lampa sul comodino e, doppo essersi a lungo arramazzato nel letto, il sonno piatoso lo pigliò per mano e se lo portò appresso. Raprí gli occhi ch’erano letre e mezza del matino e di subito sentì che la febbre se lo stava cocendo vivo. Non solamente però la febbre, ma un pinsèro che gli era venuto un momento prima d’addormentarsi e che l’aveva accompagnato nel sonno facendoglielo più difficoltoso. No, non era un pinsèro, piuttosto una sequenza d’immagini e una domanda. Gli erano tornati a mente i gesti di Lampiuni mentre si pigliava cura della picciliddra ferita, così giusti, dosati, partecipi e distaccati a un tempo, insomma così professionali ... Lui stesso non avrebbe saputo farli. E la domanda poteva riassumersi accussì: chi era veramente Lampiuni? Fu allora che, nel mezzo delirio datogli dalla malatia, la testa gli fece dire che se non se la misurava col termometro la febbre non gli sarebbe mai passata. Andò in cucina, si scolò tre bicchieri d’acqua, si vestì alla meglio, niscì, si mise in macchina, partì. Non si rendeva conto che guidava a zigzag, fortunatamente passavano pochissime macchine. La prima farmacia continuava a stare chiusa, la "Farmacia centrale" non faceva servizio notturno, però un cartellino appeso allato alla saracinesca diceva di rivolgersi alla farmacia Lopresti vicino alla stazione. Santiando, si rimise in macchina. La farmacia era proprio nello stesso caseggiato della stazione. La saracinesca a maglie di ferro era calata, ma la luce, dintra, era addrumata. All’assonnato farmacista disse che voleva un termometro. Quello tornò dopo qualche minuto. "Terminati" fece, chiudendo con forza lo sportellino. A Montalbano acchianò un groppo di pianto alla gola. Si vide perso: se non se la misurava, la febbre sarebbe certamente diventata cronica. E fu in quel preciso momento che scorse Lampiuni il quale, un sacco sulle spalle, stava trasendo nella biglietteria. In un lampo, il commissario capì che il barbone se ne stava scappando: voleva evitare la cerimonia promossa dal sindaco che, inevitabilmente, avrebbe provocato quella identificazione alla quale, chissà da quanto tempo, si sottraeva.

"Dottore!" gridò e non seppe spiegarsi perché avesse chiamato così il vagabondo, ma la cosa gli era venuta da dintra, dal profondo del suo essere omo coll’istinto della caccia. Lampiuni si bloccò, si voltò lentissimo mentre Montalbano gli si avvicinava. Appena gli fu a paro il commissario capì che quel vecchio che gli stava davanti era atterrito.

"Non abbia paura" disse.

"Io so chi è lei" fece Lampiuni "Lei è un commissario. E mi ha riconosciuto. Abbia pietà di me, ho pagato per il mio errore e continuo a pagare. Ero un medico stimato e ora sono solamente un rottame. Ma non sopporterei lo stesso la vergogna, non la reggerei se quella vecchia storia tornasse a galla. Abbia pietà di me, mi lasci andare". Grosse lacrime gli cadevano sulla giacchetta consunta.

"Non si preoccupi, dottore" fece Montalbano " Non ho nessun motivo per trattenerla. Ma prima devo domandarle un favore".

"A me?" fece, strammato, il barbone.

"Sì, a lei. Può misurarmi la febbre?"

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