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Trentacinque anni di storia e la voglia di fare ancora molto. Parla il fondatore del Gruppo Abele.
Don Luigi Ciotti


"La nostra storia. Trentacinque anni che vogliamo festeggiare con un'iniziativa concreta che sottolineerà questa data con la nascita di un portale Internet. Un servizio in più

che il Gruppo Abele mette a disposizione, in questo caso sul piano della comunicazione e dell'informazione, che andrà ad affiancarsi agli altri strumenti editoriali di cui già dispone. Un portale che probabilmente non porterà il nome del Gruppo Abele, com'è nello stile dell'Associazione che cerca sempre di non autocelebrarsi. Il nostro gruppo nasce a Torino, a cavallo tra il Natale '65 e gennaio '66. Con le ragazzine che battevano i marciapiedi, e con i ragazzi allo sbando che dormivano nei sotterranei della stazione di Porta Nuova. Un faccia a faccia con la storia dei minori, la marginalità e l'esclusione che sfocerà nel '68 nell'esperienza del Ferrante Aporti. Prima grande tappa, storica per l'Italia, in cui viene firmata per la prima volta una convenzione tra Ministero della Giustizia, carcere minorile e un'associazione. Prima esperienza di lavoro tra pubblico, privato e volontariato. Poi è la volta della tenda a Porta Nuova (1973) con lo slogan "Delinquenti non si nasce, ma si diventa". Per documentare l'assurdità dei percorsi educativi che venivano praticati in quegli anni nelle strutture penitenziarie. Nel 1975 con lo sciopero della fame in piazza Solferino riusciamo a far approvare la riforma carceraria, una riforma invocata da più di cinquant'anni e che non arrivava mai. E poi l'impatto con la droga. Arriva il problema della tossicodipendenza. Parte la campagna "Educare e non punire", cioè non criminalizzare l'anello più debole: non è certamente il carcere o l'ospedale psichiatrico che possono aiutare chi è in condizioni di fragilità. Il quinto grande momento della nostra storia è stato il nostro metterci in gioco rispetto alla questione carcerelavoro.
Bisogna assolutamente che chi è dentro non stia nell'ozio. La Costituzione italiana esprime chiaramente questo concetto parlando di "...funzione rieducativa del carcere". Il sesto passaggio, che risale agli ultimi anni, è sempre legato al carcere e riguarda il problema dell'Aids. Come Gruppo abbiamo lottato per l'incompatibilità tra questo tipo di malattia e la struttura carceraria. Abbiamo fondato la Lega Italiana per la lotta all'Aids, creato centri di accoglienza per i malati terminali.
I dati dei medici penitenziari, i rapporti delle commissioni d'inchiesta, gli scenari internazionali, mostrano che le strutture carcerarie creano malattie. La privazione di libertà, il sovraffollamento, problemi di movimento, malattie infettive. I dati parlano chiaro: il carcere è malattia. Anche quella psicologica. Bisogna ammettere, ma senza fare del buonismo, che se quelle strutture devono esistere, devono essere al servizio della persona. Devono avere umanità e civiltà. Poi se uno ha sbagliato deve rispondere dei reati commessi ed essere inchiodato alle proprie responsabilità. I punti chiari e fermi ci devono essere. Creare delle strutture umane e civili certamente significa anche generare condizioni di maggior rispetto e dignità al lavoro della Polizia Penitenziaria, del personale civile, dei direttori. Per tutti quelli che lavorano in queste strutture e che sono carcerati in un altro modo. A volte, come i detenuti, rimangono in quelle strutture per venti, trent'anni. In ambienti che spesso non ti permettono di guardare avanti. Situazioni difficili, che creano condizioni negative e dove la speranza a fatica riesce a sopravvivere".

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