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Dopo abbandoni e difficoltà, il carcere di Porto Azzurro è diventato un modello di sperimentazione e di vivibilità.
Giuseppe Mazzella

Oggi Porto Azzurro è fra le più rinomate stazioni balneari dell'Isola d'Elba, affollata nei mesi estivi da migliaia di visitatori che provengono da ogni parte d'Italia e d'Europa.

 Fino a pochi decenni fa però Porto Longone, que sto il vecchio toponimo dismesso nel primo dopoguerra, incuteva timore solo a nominarlo, a causa della triste fama dell'ergastolo che domina dall'altezza di settanta metri la sua rada.
Dai primi anni del Seicento, da quando nacque il paese, la storia di Porto Azzurro, infatti, è sempre stata intrecciata a quella di Forte San Giacomo. La Fortezza, fatta edificare da Filippo II di Spagna nel 1563, su progetto di don Garcia Toledo, con una pianta stellare che ricorda il castello di Anversa, aveva la funzione di controllare l'ingresso della rada assieme a un secondo fortilizio costruito sul lato opposto, noto come Forte Focardo.
Il golfo, non grande, ma rifugio sicuro per la flottiglia spagnola, vero avamposto nel Mediterraneo, divenuto subito un nodo nevralgico nel controllo del canale di Piombino e del traffico su una lunga porzione del litorale tirrenico, suscitò le brame delle potenze straniere all'epoca in cui l'Italia appariva solo come terra di conquista, tanto da giustificare numerosi cambiamenti di padrone. Vi si alternarono, infatti, francesi, spagnoli, inglesi e tedeschi. Furono però gli spagnoli a lasciare i maggiori segni della loro presenza, come il suggestivo Santuario della Madonna di Monserrat, che sorge a circa tre chilo metri dal paese. Voluto dal Governatore spagnolo Pons Y León, ospita al suo interno una bella tela della Madonna, copia dell'immagine custodita nel Santuario omonimo nelle vicinanze di Barcellona.
A pochi passi da qui, sempre in vista del mare, vi era il palazzotto che Napoleone abitava nelle frequenti visite durante la sua permanenza all'Elba. L'imperatore dei Francesi, ci informa Gregorovius, amava in modo particolare i dintorni della Fortezza spagnola. Si era fatto poi costruire un piccolo giardino di gelsi, dove consumava i pasti, e stava per ore ad osservare col suo cannocchiale le navi che passavano all'orizzonte.
Il Forte San Giacomo cambiò il suo destino alla fine dell'Ottocento, quando divenne ergastolo, il più famoso e temuto del Mediterraneo. La presenza dominante del Forte ebbe da allora un'influenza sinistra sulla stessa cittadinanza fino ad anni recenti, se è vero che ancora in una delle prime guide turistiche degli an ni Cinquanta l'autore avvertiva il bisogno di precisare che "nessun rapporto diretto esiste fra la popolazione di Porto Azzurro e i doloranti del luogo di espiazione". La presenza di Forte San Giacomo è testimoniata dalle motovedette della Polizia Penitenziaria che sono ancorate accanto alle piccole barche dei pescatori.
In questo mare "sfacciatamente azzurro", come lo ricorda anche lo scrittore britannico Aldous Huxley, si dondolano, dopo una giornata al largo, le barche dei pescatori che portano a riva il gustoso pesce azzurro e le pregiate triglie.
Porto Azzurro tende a valorizzare non solo le sue bellezze marine, ma anche le altre ricchezze di cui dispone. Fiore all'occhiello di questo nuovo orientamento è proprio il legame che il paese, attraverso l'Amministrazione comunale e le numerose associazioni volontaristiche, sta consolidando con Forte San Giacomo. È ormai profondo convincimento che il carcere con i suoi reclusi sia una ri sorsa del paese che va ben al di là dell'indotto. La lunga tradizione di tolleranza di Porto Azzurro sta manifestando ulteriori e positivi sbocchi. Per i detenuti, che hanno scontato la pena, l'opera di rieducazione e di reinserimento conferma l'assessore alle Politiche Sociali Reana Scappini " prelude ad una sempre più pacifica e fruttifera collaborazione". Un destino, quello di Porto Azzurro che continua, ma con ben altra valenza, ad essere legato alla sua famosa fortezza spagnola.

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