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Pierpaolo D'Andria è direttore del carcere di Porto Azzurro dall'ottobre 1998, proveniente da Pianosa, sua prima sede di assegnazione, dove

è stato sette anni. Pugliese di nascita, anche se nato ad Ancona quaranta anni fa, è impegnato con tenacia nel rilancio di Porto Azzurro e nel riannodare il legame con la popolazione che ha sempre caratterizzato la storia dell'istituto di pena.

"Quando sono giunto a Porto Azzurro spiega ho trovato una situazione di grandi potenzialità, ma non del tutto esplorate. Si percepiva come una sorta di distacco fra Forte San Giacomo, rannicchiato un po' su se stesso, e il paese. Il carcere di Porto Azzurro ha avuto una parabola particolare. Fiore all'occhiello dell'Amministrazione Penitenziaria negli anni della riforma, ha vissuto un certo declino dopo il tentativo di evasione e la rivolta del 1987. Tuti, Rossi ed altri detenuti con la loro azione violenta, oltre ad avere avuto un forte impatto sulla popolazione, hanno posto un freno alla vocazione decisamente trattamentale di questo istituto. Una vocazione che è stata da me fortemente rilanciata con nuovi progetti, senza escludere anche quelle iniziative che potevano avere un carattere sperimentale rispetto a tutta una serie di sviluppi legislativi, dal nuovo Regolamento d'esecuzione fino alla legge Smuraglia.
L'istituto da me diretto continua il direttore è un circuito di media sicurezza. La popolazione carceraria solo maschile ammonta a circa 350 detenuti, con il più alto numero di ergastolani, circa una quarantina, nell'ambito del panorama penitenziario italiano.
Dal punto di vista carcerario la parte oggi adibita alle lavorazioni industriali risale al 1814. Quello che oggi è chiamato il vecchio ergastolo ospita l'attuale terzo reparto. Verso la fine dell'Ottocento, infine, vennero costruiti altri due grossi reparti detentivi, che sono gli attuali primo e secondo reparto, detto anche ergastolo nuovo. L'ossatura penitenziaria risale quindi all'Ottocento. È evidente che uno dei problemi di Porto Azzurro, come tutti gli istituti che sorgono su vecchi complessi monastici o fortilizi, e tanto più poi qui su un'isola, con una grossa esposizione agli agenti atmosferici, è quello della manutenzione ordinaria e straordinaria. Problemi che riguardano non solo la struttura detentiva, ma anche gli alloggi per la Polizia Penitenziaria, con costi che è facile immaginare altissimi per l'Amministrazione. La recente visita del Presidente Caselli e quella di poche settimane dopo del vicedirettore generale del Dipartimento, il consigliere Paolo Mancuso, accompagnato dal responsabile dell'edilizia del Ministero della Giustizia, ha permesso di diradare le perplessità sulla volontà di dismissioni dell'impianto carcerario ventilata negli ultimi mesi. L'Amministrazione, infatti, non intende, anche per il valore del patrimonio storico, abbandonarlo al suo destino. È stata quindi affidata ad un tecnico l'elaborazione di un progetto provvisorio, prima di predisporre quello definitivo e pluriennale, e decidere gli interventi più urgenti secondo una scala di priorità.
Questo ha rassicurato anche gli agenti di Polizia Penitenziaria che prestano servizio a Porto Azzurro. Essi sono circa 180, ma solo sulla carta, perché se consideriamo quelli distaccati il numero diminuisce notevolmente. A questi vanno poi aggiunti i circa trenta addetti navali che, con due motovedette, assicurano il controllo del litorale adiacente la fortezza spagnola e una ventina di operatori del comparto amministrativo. Per quanto riguarda gli assistenti sociali, che nel nostro caso sono tutte donne, dipendono dal Centro Servizio Sociale per Adulti di Livorno.
Non va mai dimenticato che l'Elba ha due volti, quello che offre nel periodo che va da ottobre ad aprile e quello che va da maggio a settembre, quando anche Porto Azzurro si risveglia. Se si ha famiglia sull'isola è tutto più facile. E questo vale per due terzi del nostro personale che è elbano. Ma c'è un terzo di operatori, per lo più del Sud, che non riesce ad inserirsi. Dal momento che esistono grandi difficoltà per la mobilità, que st'estate alcuni agenti hanno firmato una petizione perché si trovasse una soluzione a questo problema o si valutasse hanno scritto "la possibilità di chiudere" il carcere. È chiaro che questo è un problema che non può non essere affrontato e credo sarà risolto quanto prima. Dal momento che l'Amministrazione intende reclutare nel corso dell'anno 1500 unità, è possibile, verso la metà dell'anno, una prima risposta a questa parte di personale che ha esigenze diverse rispetto agli elbani impegnati nell'istituto".

PER I DETENUTI LAVORO E CULTURA

" Le problematiche che ho dovuto affrontare dall'ottobre del 1998 spiega ancora il direttore Pierpaolo D'Andria sono state quindi molte. E il "Progetto Porto Azzurro 2000", avviato all'inizio del mio incarico, comprende numerose iniziative. Per quanto riguarda i detenuti, verranno riattivate le lavorazioni agricole, operative del resto fino a pochi anni fa, nei contraffor ti della fortezza. Ma riprenderanno anche altre lavorazioni industriali come la falegnameria, la tessitoria, la tipografia, la sartoria e la calzoleria. Tutte lavorazioni che danno lavoro al 60 per cento della popolazione penitenziaria, che rispetto al 1520 per cento nazionale è un bel record. Però questo non toglie che una buona fetta, il 40 per cento dei detenuti, si trovi in una situazione di ozio forzato. Un fatto molto negativo, anche nell'ottica della riabilitazione. Dal momento però che i prodotti realizzati tra le mura non appaiono concorrenziali, il lavoro penitenziario finisce per apparire in una logica prevalentemente assistenzialistica. Quindi un filone molto importante è quello della riqualificazione tecnologica delle lavorazioni industriali. Ma è evidente che se si vogliono creare opportunità lavorative alla restante parte del 40 per cento, bisogna seguire altre strade.
Tenendo sotto osservazione l'evoluzione legislativa e le dichiarazioni d'intenti dell'Amministrazione Penitenziaria, ritornavano ad essere possibili con la legge Gozzini, dopo un periodo di proibizionismo motivato dall'idea dello sfruttamento del lavoro carcerario, le lavorazioni organizzate e gestite dalle imprese esterne. È chiaro che l'Amministrazione non può tanto sperare nel potenziamento delle lavorazioni interne, quanto nel diventare uno strumento, un soggetto di raccordo fra il carcere e la società esterna, individuando opportunità di lavoro che devono provenire dall'esterno. C'è stato quindi un ribaltamento determinato dal DPR n.230 del 2000, il nuovo Regolamento di esecuzione che ha sostituito il vecchio Regolamento, perché prevede di concedere in comodato a enti esterni, e in particolare alle cooperative sociali -quelle che sono più interessate all'assunzione dei detenuti locali e attrezzature del carcere. Una situazione resa ancora più agevole dalla recente legge Smuraglia, che ha esteso i benefici fiscali e previdenziali anche nel caso di assunzioni di detenuti in regime di articolo 21. E questo vale anche per le società esterne e non solo per le cooperative sociali. Questa è la strada imboccata dal legislatore per cercare di dare una risposta al problema della domanda di lavoro dei detenuti. Io intanto seguivo con molta attenzione gli sviluppi in Toscana, una regione sempre molto attenta alle problematiche dei detenuti fino a che si è decisa la costituzione di una cooperativa sociale chiamata "Cooperativa San Giacomo", costituita con l'apporto del Comune di Porto Azzurro, il Comune di Capoliveri, la Banca dell'Elba, la Coop Toscana Lazio. Presidente è stato nominato Domenico Nucci mi è sembrata la persona più adatta che è stato per oltre dieci anni direttore del carcere di Porto Azzurro, e ben conosce le problematiche penitenziarie. Per la verità sin dal primo momento del mio arrivo è iniziata una forte collaborazione con le amministrazioni di Porto Azzurro. La prima idea è stata quella di cercare anche simbolicamente delle formule che potessero riannodare il legame di collaborazione con il paese. Quest'anno è stato realizzato un presepe, con una ventina di statue intarsiate in legno da un nostro detenuto, Salvatore Contino, che l'Amministrazione comunale ha esposto nella "piazza grande" del paese con un cartello che illustra la pregevole opera ed esalta la ritrovata collaborazione.
In quest'ultima estate è stato realizzato, dal gruppo teatrale dei detenuti, uno spettacolo tratto da "Il borghese gentiluomo" di Molière che è stato offerto in due spettacoli a dei portatori di handicap. Come a dire: il paese si apre all'istituto di pena e l'istituto si apre ad altri soggetti svantaggiati.
Tra le altre proposte vi è poi quella di fabbricare dei saponi di Marsiglia, contenuti in scatoline di legno, prodotti facilmente commerciabili nel circuito turistico elbano. Quest'estate nel mese di agosto è stata inoltre organizzata la mostra di pittura di Filippo Martinez che ha avuto un successo straordinario. Ospitata nelle segrete seicentesche di Forte San Giacomo, ha avuto la collaborazione essenziale di tre detenuti, esperti in computer, che si sono occupati degli effetti luminosi e sonori. "Altrove l'unico posto possibile", questo il titolo della manifestazione, ha permesso ai numerosi visitatori di apprezzare non solo l'opera del pittore e regista, ma anche di godere di un notevole patrimonio storico e architettonico fino a oggi sottratto alla fruizione".

LA STRADA DELLA CIVILTÀ

A questa testimonianza del direttore occorre aggiungere le parole di altri personaggi che vivono la realtà di Porto Azzurro. Domenico Zottola, educatore penitenziario e ormai figura storica, si dichiara soddisfatto per la totale integrazione sia nella comunità carceraria, sia in quella cittadina che ferma l'attenzione sui grandi passi fatti ultimamente all'insegna della collaborazione, che dovrà essere volta a creare e a portare progetti per il futuro. Soddisfatto della forte cooperazione tra le due istituzioni si dichiara anche l'ispettore Mario Palazzo, comandante di reparto del carcere di Porto Azzurro, che in quattordici anni di impegno ha visto migliorare i rapporti e quel clima sereno, necessario all'inserimento nel tessuto sociale di quei detenuti che hanno finito di scontare la loro pena.
"Ecco la grande sfida, spiega ancora il direttore D'Andria cercare di dare lavoro ai detenuti all'interno della struttura carceraria. Anche perché qui possiamo ammettere al lavoro esterno, sia in semilibertà sia in regime di articolo 21, non più di 1618 detenuti. È evidente che i costi di gestione fanno diminuire i ricavi e conseguentemente il numero dei detenuti che possono essere assunti.
Secondo me il discorso andrebbe allargato alle altre strutture dell'Arcipelago come l'ex carcere di Pianosa, oggi chiuso, o quello di Gorgona. Una cooperativa che li valorizzasse con viaggi organizzati, non solo permetterebbe la conservazione di un patrimonio culturale e architettonico unico, ma creerebbe notevoli opportunità di lavoro per i detenuti.
È ormai evidente che anche un direttore di un istituto di pena deve acquisire una mentalità imprenditoriale, così come sta già avvenendo in molti comparti della Pubblica Amministrazione. In questa ottica non si può puntare solo al potenziamento delle lavorazioni, ma a una capacità del carcere di raccordarsi con la società civile. Questa è la grande sfida che ci attende nel futuro non solo qui a Porto Azzurro.
A mio avviso il carcere è un aspetto fondamentale della società e bisogna contribuire a renderlo non solo più umano, ma soprattutto più utile. Un concetto a me molto caro è quello dell'inclusione. Il carcere è infatti un pezzo della società e credo, non è retorica, che la civiltà di un paese si misuri anche dal grado di civiltà delle proprie carceri. Se quindi le carceri sono un pezzo della società, la sfida vera è proprio nell'inclusione, superando quindi tutto il disagio dell'esclusione. In questo processo il lavoro dei detenuti, grazie alle nuove possibilità aperte dalla recente legislazione, potrebbe diventare il veicolo perché Porto Azzurro torni ad essere quel luogo di sperimentazione e di civiltà avanzata che è stato negli anni Ottanta. Il che gratificherebbe abbondantemente tutto il nostro appassionato impegno".

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