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Dopo il dibattito sulle vicende di Sassari, ecco un confronto tra opinioni diverse su un altro tema importante per la vita dell'Amministrazione

Partendo dai fatti di Sassari, questa Rivista ha pubblicato sul numero precedente un vivace dibattito sul tema della violenza nelle carceri. Da questo tema, che si presta ad altri interessanti approfondimenti

 e chiama in causa la "filosofia" e l'organizzazione dell'intero sistema penitenziario, riparte un altro confronto con protagonisti diversi. Questa volta "Le Due Città" ha messo al centro il problema del trattamento e della sicurezza, due termini fondamentali che orientano il comportamento degli operatori di polizia. A discuterne intorno al tavolo abbiamo chiamato tre persone che ogni giorno si misurano con la realtà del carcere. Il primo è Paolino Quattrone, da cinque anni provveditore regionale a Perugia, 46 anni, sposato e con due figli, una lunga esperienza in contesti molto delicati (come Sollicciano, Locri, Padova) dove ha fronteggiato situazioni di emergenza terroristica e criminale. Il secondo ospite del nostro dibattito è Pasquale Scala, direttore coordinatore dell'area pedagogica nel carcere di San Gimignano. Il dottor Scala ha 42 anni ed è sposato con un'assistente amministrativa dello stesso istituto toscano. Infine, Daniele Ferazzoli, romano, 37 anni (di cui 18 già trascorsi in servizio), sposato, con un figlio, è da circa tre mesi comandante di Regina Coeli. Alle sue spalle, un'esperienza di cinque anni come comandante del carcere femminile di Rebibbia. C'è una prima domanda per i tre partecipanti al dibattito: è vero che le vicende di Sassari hanno rimesso in discussione il modello di trattamento, cioè quel modello che alcuni studiosi e una parte dei detenuti ritiene in crisi da tempo? Risponde per primo il provveditore Quattrone: "Il trattamento da tempo è già in crisi. Proprio per questo l'Amministrazione Penitenziaria avverte la rinnovata esigenza di dare un senso alla pena, una pena che recide definitivamente i rapporti degli uomini con la società. Quindi uno dei compiti primari degli operatori sociali, in particolare anche di quelli della Polizia Penitenziaria che sono contemplati dall'articolo 5 del Regolamento del Corpo, è quello di assicura re alle persone affidate alla nostra custodia ogni più alta opportunità trattamentale. Naturalmente continua Quattrone il presupposto base del trattamento è che all'interno delle strutture penitenziarie siano assicurate le condizioni di ordine e sicurezza". Questa opinione del provveditore è condivisa dal direttore Pasquale Scala che aggiunge: "Già prima di Sassari l'Amministrazione centrale ha messo mano alla riorganizzazione delle strutture del Dipartimento, sia quelle centrali che quelle periferiche. È da un po' di tempo che si parla della riqualificazione del personale, di una razionalizzazione delle risorse a disposizione e si tenta in qualche modo di conciliare quelle che sono le due "anime" del pianeta carcere: la sicurezza e il trattamento. Lo si è fatto in termini normativi, a più riprese, sia con la 395, sia con l'ultimo regolamento di servizio della polizia peni tenziaria sollecitando in qualche modo le mansioni della Polizia Penitenziaria che devono cooperare al trattamento. La sicurezza fa parte del trattamento, non può esservi trattamento senza sicurezza e viceversa: sono in qualche modo due facce della stessa medaglia".
E Scala conclude con un'annotazione: "Se guardiamo all'estero, se confrontiamo la nostra legislazione con quella di altri paesi, dobbiamo riconoscere che la normativa sul trattamento è una bandiera perché rappresenta un passo in avanti verso l'umanizzazione della pena, la rieducazione del detenuto e lo sforzo per il suo reinserimento nella società".
Anche per il comandante di Regina Coeli, Ferazzoli, è ingiusto considerare un "mito" il trattamento. "Credo dice Ferazzoli che alla legge 395 del '90 vada sicuramente il merito di aver previsto la figura della Polizia Penitenziaria nell'attività di gruppi di lavoro e di osservazione per quanto attiene al trattamento. Ritengo che sia l'inizio di un processo che ovviamente dovrà maturare nel corso del tempo, se si considera che prima di quella data il nostro lavoro era relegato a meri compiti custiodialistici. Oggi ci troviamo ad interagire con altre figure professionali. Questo non è semplice: per passare da una situazione statica ad una situazione comunque dinamica sicuramente occorre tempo. Ritengo che molto sia stato fatto, ma che molto altro si dovrà ancora fare affinché questi due concetti della sicurezza e del trattamento convergano fino a coincidere".
Ma devono veramente coincidere? È giusto considerare il trattamento e la sicurezza come due facce della stessa medaglia? Per il provveditore Quattrone non c'è alcun dubbio.
"La sicurezza all'interno della struttura penitenziaria è il presupposto assolutamente indispensabile per assicurare le condizioni di trattamento. Però precisa Quattrone ci dobbiamo chiedere come mai si avverte questa crisi del trattamento nei confronti della popolazione detenuta. Noi da anni gestiamo una situazione esplosiva all'interno delle strutture penitenziarie. Perché abbiamo le strutture sovraffollate, abbiamo 20 mila detenuti in più rispetto alla capienza prevista dalle nostre strutture studi penitenziarie, abbiamo degli istituti fatiscenti, e da troppo lungo tempo gli operatori aspettano l'attivazione dei circuiti penitenziari all'interno delle strutture. A ciò bisogna anche aggiungere un'esigenza primaria dell'Amministrazione che è il potenziamento dei laboratori, delle attività artigianali e delle opportunità lavorative all'interno degli istituti. Questo garantirebbe il sostentamento del detenuto, un'adeguata rivalutazione della dignità umana in quanto non si sentirebbe escluso dalla società di cui continuerebbe, inviando parte del denaro ai propri familiari, a sentirsene parte. Ma ciò non basta conclude Quattrone perché a questo bisogna aggiungere anche un intervento da parte dell'Amministrazione che è quello del potenziamento e dell'attivazione all'interno delle strutture di adeguati corsi di formazione per la popolazione detenuta".
L'analisi del provveditore di Perugia arriva a toccare problemi strutturali, ma il provveditore vuole ancora aggiungere la testimonianza che nasce dalla propria esperienza maturata sul campo.
"L'operatore penitenziario egli dice è un operatore complesso, noi gestiamo delle situazioni molto complesse. Quando dico che l'educatore, il direttore dell'istituto, l'assistente amministrativo, l'assistente sociale sono operatori della sicurezza, dico questo: loro hanno il dovere precipuo di segnalare agli operatori di Polizia Penitenziaria tutti gli atteggiamenti che possono pregiudicare l'ordine e la sicurezza dell'istituto di pena". Continua ancora Quattrone: "Nel carcere si previene. Il compito dell'operatore penitenziario è prevenire. Il carcere anticipa i tempi. Noi siamo un osservatorio privilegiato della realtà esterna. Nel 1991 noi abbiamo lanciato l'allarme dei detenuti stranieri all'interno delle strutture penitenziarie. Avevamo paventato che ci sarebbero state delle difficoltà gestionali, ma erano evidenti perché c'era una difficoltà di comunicazione tra questa nuova popolazione detenuta e gli operatori penitenziari. Avevamo già avvertito da tempo che il carcere non era più un carcere italiano, non era più un carcere europeo, ma era un carcere, diciamo, extraeuropeo perché se su 53 54 mila detenuti noi ne abbiamo circa 15 mila che sono di origine straniera, allora voi capite che il carcere ha mutato fisionomia. Da tempo avevamo lanciato l'allarme "albanesi" nelle carceri. Ecco, tutto questo conclude Quattrone ci conferma che il carcere è un osservatorio privilegiato di fenomeni umani e sociali che solo una visione più ampia del trattamento consente di cogliere nella loro pienezza".
A questo punto del dibattito viene spontanea una considerazione e, quindi, altre domande: accentuare il trattamento può andare a scapito della sicurezza? Accentuare la sicurezza vuol dire andare a scapito del trattamento? Come si riesce a stabilire un rapporto equilibrato tra i due termini? Per Ferazzoli, il comandante di Regina Coeli, la risposta è questa: "Ritengo che nel lavoro dell'operatore di Polizia Penitenziaria si trovi la sintesi di due concezioni che erano ritenute antitetiche, ma che nel corso de gli anni sono andate via via avvicinandosi: quella della sicurezza e quella del trattamento. Esse devono necessariamente coincidere, l'una in funzione dell'altra, ma nessuna subordinata all'altra. Nel momento in cui viene stabilito che questi due aspetti non coincidono, viene vanificato tutto quello che è il progetto dell'Amministrazione Penitenziaria. Mi rendo conto che non sono poche le difficoltà che si pongono innanzi a questo cammino. Prima si parlava del sovraffollamento degli istituti penitenziari, ma basti pensare anche e soprattutto alle strutture, che spesso non consentono un'azione trattamentale adeguata. Ci sono istituti "storici" che non hanno spazi all'interno, che non hanno la vivibilità, o è ristretta veramente al minimo indispensabile. Senza ciò, tutto diventa veramente difficile. Ma credo che sia stato superato il concetto meramente custodialistico da parte della Polizia Penitenziaria, anche se la distanza di dieci anni in un'era possa rappresentare un piccolo scorcio di tempo. Credo conclude Ferazzoli che occorra necessariamente pensare ad un carcere più vivibile, dove il contatto con gli operatori della sicurezza e del trattamento riesca in qualche modo a trovare una lunghezza d'onda migliore".
Ritiene ad esempio chiediamo ancora al comandante Ferazzoli che se ci fossero più persone e più mezzi, queste critiche al trattamento sarebbero superabili? È un problema di risorse? "Non esclusivamente, ma soprattutto". Insistiamo: non è anche un problema di testa?, di mentalità? "L'ho detto risponde il comandante sono passati dieci anni e molto è stato fatto, ma molto altro si dovrà fare. Comunque è iniziato un percorso e avrà un termine, del resto siamo anche un corpo giovane, parliamo di dieci anni con un'esperienza di attività trattamentale appunto di dieci anni. Vivo quotidianamente l'istituto e le assicuro che c'è circolarità di notizie, c'è comunicazione costante tra noi e gli operatori del trattamento. Per noi risolvere il problema di una persona ristretta che magari è in ansia perché ha avuto una brutta notizia, legata alla malattia di qualche congiunto o familiare, e contattare l'esponente dell'area trattamentale per risolvere questo problema determina una situazione che, alla fine, risulta favorevole anche a noi che ci occupiamo di custodia. Non posso nascondere conclude Ferazzoli che all'inizio c'era qualche perplessità, ma questo fa parte del gioco; qualsiasi cambiamento all'inizio può determinare scetticismo, ma ripeto, nel corso degli anni credo che questi due concetti, di sicurezza e trattamento, piano piano vadano sempre più a coincidere. L'uno in funzione dell'altro, ma nessuno subordinato all'altro. Questo è importante!".
Arriviamo così al "cuore" del problema sicurezza, un tema che, a questo punto del dibattito, sembra toccare da vicino tutti gli operatori di polizia preposti alla disciplina e all'ordine, e gli operatori che all'interno degli isti tuti hanno ruoli diversi. Che cos'è la sicurezza, come la si deve intendere? Risponde per primo il direttore dell'area pedagogica di San Gimignano, Pasquale Scala: "Fino a prima della legge Gozzini, fino anche a prima del '90, era un termine che connotava una certa realtà; oggi vuole dire un'altra cosa. Per qualche operatore penitenziario sentirsi denominato come "operatore della sicurezza" potrebbe in qualche modo essere imbarazzante, perché prima sicurezza voleva dire rigidità, disciplina a tutto campo, uso della forza, legge del taglione: tu sei qui, devi obbedire e basta. Oggi non è più così". Continua Scala: "Il cuore del concetto della sicurezza è un atteggiamento di disponibilità, senza avere in mente l'idea del "qui comando io". No, qui non comanda nessuno, qui dobbiamo raggiungere un obiettivo che è quello di far sì che comunque in carcere bisogna convivere: Polizia Penitenziaria, operatori e detenuti che vivono dentro le mura. E bisogna far sì che la comunità esterna non percepi sca il carcere come pericolo. La sicurezza, in altri termini, vuol dire sì posti di guardia, cancelli, chiusure eccetera, ma vuol dire anche secondo me un atteggiamento che nella fermezza dimostri disponibilità all'aiuto, non in senso caritatevole, ma in senso laico". Che cosa ne pensa il provveditore Quattrone di questo concetto di sicurezza? Lo condivide oppure, alla luce delle esperienze che ha vissuto in tanti anni, lo ritiene un po' troppo "liberale" e garantista? La sua risposta non si fa attendere: "Sicurezza vuole dire rispetto delle regole, che per noi operatori è un compito molto arduo, perché riteniamo di dover richiedere questo a delle persone affidate alla nostra custodia quando si può constatare che all'esterno del carcere il rispetto delle regole certe volte viene meno; è allora che capiamo che il compito degli operatori stessi è difficile. E in certi casi come avviene nelle carceri del Sud i nostri collaboratori hanno rischiato anche l'incolumità personale. Ma questo continua Quattrone vuole dire anche qualche cosa in più per gli operatori penitenziari: prima di chiedere il rispetto delle regole ai detenuti, dobbiamo rispettare noi le regole. Questo è fondamentale, perché la nostra credibilità con la popolazione detenuta si poggia sugli esempi di vita quotidiana, non altro. Noi conviviamo con queste persone, quindi siamo credibili solamente se dalla pedagogia delle parole si passa alla pedagogia dei fatti concreti. Dobbiamo stimolare tutti gli operatori, prima di stimolare l'esterno, a consolidare l'impegno attorno all'uomo in detenzione, cioè a incrementare un umanesimo solidaristico. Allora ci piace in questa occasione lanciare una sfida, da parte della nostra Amministrazione, nei confronti di tutto il sociale che ha il dovere di intervenire e, per quanto è nelle sue possibilità, aiutarci affinché le carceri da luoghi di deviazioni e devianze diventino luoghi anche di possibile recupero nei confronti di chi ci tende la mano". E dopo queste affermazioni dietro le quali non è difficile cogliere accenti di forte convinzione, Quattrone così conclude: "Mi ricollego all'inizio del mio intervento, quando dicevo della necessità assoluta dell'attivazione dei circuiti penitenziari all'interno delle strutture: questo è un presupposto indispensabile, perché 500 o 600 criminali non possono condizionare la vita di circa 52 mila detenuti. Quindi quei soggetti che sono dei boss, degli esponenti di spicco della criminalità organizzata che avrebbero anche la presunzione di utilizzare il carcere come luogo per avere degli adepti, allora questi soggetti devono essere esclusi e le condizioni di sicurezza hanno preminenza su ogni altra esigenza, perché gli operatori penitenziari non possono mai dimenticare di avere anche un mandato sociale". "Quello che dice il provveditore commen ta Pasquale Scala è veramente puntuale. Oggi si sta facendo di più con la nuova organizzazione del Dipartimento per caratterizzare gli istituti penitenziari come una sorta di luoghi ove poter esercitare alcune particolari modalità del trattamento. Quindi è bene specializzare in qualche modo gli istituti penitenziari per fare in modo che poi lì scontino la pena detenuti omogenei da diversi punti di vista che possono usufruire di opportunità vere e concrete. Faccio un esempio: in Toscana, si è costituito nella casa circondariale di Prato un polo universitario, un istituto che nell'ambito regionale, in qualche modo, tende a raggruppare tutti i detenuti che hanno conseguito un certo sviluppo degli studi e che intendono quindi ultimarlo con gli studi universitari. Si sta parlando anche di un polo industriale ed agricolo, con le lavorazioni in alcuni particolari istituti che possano specializzarsi in questi particolari settori. Ecco: l'orientamento è questo, per dare, come diceva il Provveditore, effettività e concretezza al trattamento, cioè possibilità che il detenuto abbia l'opportunità di passare il tempo della pena potendo sfruttare le potenzialità e impiegarle poi fuori concretamente per essere reinserito nella società con un'occupazione. Questo è fondamentale. Per fare tutto questo però ovviamente ci vogliono risorse economiche, strutture adeguate ed è quello che oggi manca, altrimenti facciamo solo dei bei discorsi, belle intenzioni, belle leggi, e basta". Nel confronto di opinioni si inserisce il comandante di Regina Coeli, Ferazzoli: "Credo che quando abbiamo iniziato questo discorso, si sia affermato un concetto chiaro e profondo: non può esistere trattamento senza sicurezza, e questo la dice lunga su quello che è il sodalizio su queste due basi essenziali. Il coinvolgimento più attivo e responsabile della Polizia Penitenziaria dovrebbe contribuire a comporre il divario che spesso esiste, molto apparente, tra esigenze trattamentali e sicurezza, in quanto il trattamento deve comprendere in ogni sua attività sicurezza verso l'individuo, verso la struttura e verso la società. Il passo che è stato fatto in avanti è piuttosto deciso e non credo ci siano le condizioni per tornare indietro. L'unica condizione di frenata o di rallentamento di questo processo può in qualche modo essere individuato in quei fenomeni terroristici o di criminalità organizzata che spesso ci fanno tornare a situazioni custodialistiche, ma non credo che ci siano le condizioni per tornare indietro. Il percorso affrontato è assolutamente irreversibile". Trattamento e sicurezza, sicurezza e uso della forza. La sequenza del ragionamento è fatta di passaggi logici che la vivacità del dibattito stimola e riporta alle vicende di Sassari già discusse sulla rivista. In queste pagine (leggi a pag. 24) un celebre giurista, Vittorio Grevi, scrive che nell'uso della forza "si deve tener conto soprattutto delle situazioni caso per caso". È questa un'opinione condivisa dai tre partecipanti al nostro dibattito. Sentiamo la loro voce. Ecco che cosa dice il provveditore Quattrone: "L'uso della forza è l'ultima ratio. Quando l'operatore penitenziario è costretto a fare gli interventi previsti dall'articolo 41 della legge, è un fallimento perché nel carcere si deve prevenire molto. Quando poco fa dicevo di vivere e osservare molto bene la vita della struttura penitenziaria e i comportamenti dei soggetti, questo è utile per prevenire tutte le dinamiche penitenziarie. Quando dicevo che il carcere è un osservatorio privilegiato che può essere anche utile agli operatori delle altre forze dell'ordine, mi riferisco a questo. Non so se si è mai considerato che noi all'interno del carcere possiamo anche capire quelli che sono i possibili contatti e coinvolgimenti esterni. Faccio un esempio: se abbiamo degli appartenenti criminalità organizzata, basta guardare come si accompagnano nei cortili e nei passeggi per vedere quelle che sono le possibili alleanze esterne tra clan. Quindi siamo anche in grado di fornire utili strumenti conoscitivi all'esterno, se viviamo in modo molto attento la vita penitenziaria siamo in grado di capire quello che può succedere all'interno della struttura penitenziaria. Questo deve però vedere coinvolti tutti gli operatori, pur nei ruoli diversi. L'obiettivo finale dice ancora Quattrone degli operatori penitenziari, sia di quelli dell'area della sicurezza, sia di quelli dell'area del trattamento, educatori, assistenti sociali, è un obiettivo comune: restituire alla società un soggetto che sia diverso da come è entrato in carcere, perché l'uomo della pena non è mai l'uomo del delitto, il carcere muta le persone. Parlavo di grandi idealità: un operatore penitenziario ha questa esigenza. Noi non lavoriamo tanto per denaro, chi fa l'operatore, il funzionario dello Stato sa bene che gli emolumenti non saranno mai rilevanti. Per noi è fondamentale credere in qualche cosa".
Il discorso si allarga e riporta a quella visione "umanitaria" che è alla base dell'azione di recupero dell'uomo detenuto. Ma torniamo ancora sull'uso della forza perché il direttore Scala ha da dire la sua. "Condivido il principio dell'uso in casi estremi. Ci sono delle regole e io sono preposto a farle rispettare. È questo il senso dell'autorevolezza. Quando arrivo al punto di dover affermare chi comanda, e quindi impormi anche con la forza, ho fallito la mia missione perché non sono riuscito ad affermare la mia autorevolezza, a far valere la giustezza della regola con la sua sostanza, e quindi ho bisogno di intervenire con altri mezzi, come la forza. Ritengo per altro che oggi sull'uso della forza siamo ancora ad uno stadio di immaturità, ma è uno stadio che induce a riflettere. Non è uno stadio maturo quello relativo alla forza, perché se non la usiamo nei fatti, nella testa la usiamo tante volte. Questo è il pericolo che bisogna vincere".
Chiudiamo con le parole del comandante Ferazzoli: "Come operatore di Polizia Penitenziaria sono esecutore di ordini e l'uso della forza è ben disciplinato. Quanto fin qui detto dal provveditore e dal direttore dell'area pedagogica e quanto affermato dal professor Grevi mi trova assolutamente d'accordo. Io credo che la maturità del Corpo di Polizia Penitenziaria si possa anche misurare da alcune vicende che hanno caratterizzato un po' l'Amministrazione Penitenziaria in questi ultimi mesi. Si pensi soltanto al periodo delle manifestazioni di protesta da parte della popolazione detenuta, che invocava un provvedimento di clemenza. Credo di poter dire che queste manifestazioni di protesta che, per altro, si sono registrate nella stragrande maggioranza degli Istituti della Repubblica, sono state gestite da parte delle autorità dirigenti dell'Amministrazione Penitenziaria, da parte della Polizia Penitenziaria che vive a stretto contatto con i detenuti, con estrema moderazione, con interventi calibrati, dove il dialogo alla fine ha avuto ragione. In qualsiasi momento la situazione poteva degenerare. Se ciò non è avvenuto, gran parte del merito va anche alla Polizia Penitenziaria. E questa moderazione è stata un segno di grande maturità".

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