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Sull'uso della forza dentro le carceri le norme sono chiare. Ma conta soprattutto la capacità di applicarle. Come spiega in questo articolo un giurista esperto della materia
Vittorio Grevi - direttore del dipartimento di diritto e procedura penale dell'Università di Pavia.

Quello della violenza nelle carceri costituisce uno dei temi più delicati nell'ambito dei rapporti tra individuo ed autorità in uno Stato di diritto, a causa della particolare natura dell'istituzione carceraria, al cui interno

 la persona detenuta si trova proprio perché privata della sua libertà personale -nelle condizioni di dover dipendere in modo pressoché totale dalle autorità preposte ad ogni singolo istituto. A queste autorità, quindi, compete (al di là della necessaria osservanza delle regole di trattamento dettate per tutti i detenuti) uno specifico dovere istituzionale di garanzia, radicato anzitutto nell'art. 13 comma 4° della Costituzione. Un dovere di garanzia che si esprime nella tutela della integrità fisica e della sicurezza personale dei soggetti affidati alla loro custodia, oltreché, prima ancora, nel rispetto e nella salvaguardia della loro dignità morale, in quanto persone umane.
Al suddetto dovere istituzionale, che rappresenta la premessa logica e giuridica di qualunque discorso in materia, si raccorda in chiave di stretta connessione il principio affermato nell'art. 41 comma 1° dell'Ordinamento penitenziario, là dov'è sancito il divieto dell' "impiego della forza fisica nei confronti dei detenuti e degli internati", a meno che tale impiego "non sia indispensabile per prevenire o impedire atti di violenza", o "per impedire tentativi di evasione", ovvero "per vincere la resistenza, anche passiva, all'esecuzione degli ordini impartiti". Un principio ispirato a comprensibili esigenze di equilibrio, e perciò pale semente enunciato secondo lo schema del rapporto tra "regola" ed "eccezione" (ma è la stessa legge a preoccuparsi di definire, con sufficiente chiarezza, le ipotesi derogatorie rispetto al principiobase), cui devono necessariamente ricollegarsi, alla stregua di indispensabili corollari, le varie disposizioni della legge e del regolamento (in particolare, artt. 41 comma 3° e 42bis commi 5° e 6° ord. penit.; art. 82 reg. penit.) concernenti l'uso di mezzi di coercizione fisica. Ai quali, come si preoc cupa di precisare lo stesso art. 41 comma 3° ord. penit., non è comunque consentito fare ricorso per "fini disciplinari".
E' questa, dunque (prescindendo dalla specifica problematica relativa all'uso delle armi allo scopo di prevenire le evasioni, nascente dall'avvenuta abrogazione dell'art. 169 r.d. 30 dicembre 1937 n. 2584), la più immediata cornice normativa nella quale è destinato ad inquadrarsi il tema della violenza nelle carceri, ovviamente sullo sfondo delle più generali previsioni scriminanti sancite nel codice penale a proposito di adempimento del dovere (art. 51 c.p.), di legittima difesa (art. 52 c.p.), di uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.) e di stato di necessità (art. 54 c.p.). Ed è, quindi, proprio nell'ambito di questa cornice di riferimento che devono valutarsi i più o meno ricorrenti episodi di "pestaggi" o di altri maltrattamenti denunciati da detenuti a carico di agenti della Polizia Penitenziaria.
Al riguardo, ragionando in linea di principio, non possono esservi dubbi circa la illiceità (anche penale) di simili episodi, soprattutto allorché essi si verifichino "a freddo", cioè al di fuori di qualunque contesto concretamente riconducibile alle ipotesi di "uso della forza" ammesse dall'art. 41 ord. penit., e tanto più ove ciò dovesse avvenire da parte di squadre speciali di agenti di Polizia Penitenziaria, magari appositamente trasferiti nell'uno o nell'altro istituto per compiervi operazioni di natura "punitiva". In eventualità del genere, sempreché gli atti di violenza lamentati nei confronti dei detenuti vengano davvero accertati, ci si trova sicuramente al di fuori della sfera della legalità, quali che siano le ragioni (dalle asserite esigenze di "esemplarità", ovvero di ripristino dell' "ordine", ad ancor meno ammissibili propositi di "ritorsione" interna all'ambiente carcerario) ipotizzabili a loro fondamento. Lo Stato, infatti, non può permettere ai suoi organi di usare la forza, tanto meno in forme brutali, a danno di persone detenute -come tali sottoposte a pubblica protezione se non in presenza di una attuale e rilevante necessità, non altrimenti fronteggiabile. Dunque solo quando si verifichino circostanze obiettivamente eccezionali.
Il discorso può essere diverso, ovviamente, fino a consentire significative distinzioni, allorché eventuali atti di forza (di per sé implicanti anche una più o meno elevata dose di violenza) nei riguardi di detenuti si siano concretizzati nell'ambito di una delle situazioni descritte nell'art. 41 comma 1° ord. penit. Anche qui tuttavia bisogna procedere con molta prudenza, facendo sempre comunque riferimento agli imprescindibili parametri della proporzionalità e della necessarietà dell'atto in rapporto alla situazione data. Non per nulla nel suddetto art. 41 comma 1° ord. penit. si esige che l'uso della forza fisica sia in ogni caso "indispensabile" rispetto al conseguimento delle finalità ivi indicate. Ed è questa, in ultima analisi, anche alla stregua della disciplina penalistica, l'unità di misura per valutare il grado di maggiore o minore conformità alla legge delle condotte di cui si sta discutendo.

In un quadro così definito non possono non pesare, com'è palese, le condizioni concrete in presenza delle quali sia maturato l'uno o l'altro episodio di violenza, a cominciare dal clima esistente in un determinato momento storico all'interno del carcere e, quindi, dalla situazione contingente in cui si siano trovati ad operare gli uomini della Polizia Penitenziaria. Un clima che in molti istituti risulta non di rado percorso da tensioni a causa delle aggressioni verbali cui sono spesso sottoposti gli agenti di custodia ad opera di alcuni detenuti, con manifesto intento provocatorio (e, al riguardo, non ha certamente giovato la scelta legislativa diabrogazione del delitto di oltraggio, solo in parte compensata dalla configurabilità di un illecito disciplinare sanzionabile a norma dell'art. 77 reg. penit.); per non parlare di realtà ancora più inquiete, in quanto alimentate dal concreto rischio di aggressioni sul piano fisico, sovente preannunciate da più o meno esplicite minacce verso i predetti agenti. Anche se, proprio perciò, ed a maggior ragione, nel valutare simili circostanze occorrerà in ogni caso domandarsi se davvero la condotta dei medesimi agenti sia stata sempre in linea con il già ricordato dovere di rispetto per la dignità personale di ogni singolo detenuto. Dopo di che, in caso negativo, bisognerebbe naturalmente trarne le necessarie conseguenze.

Non c'è dubbio, comunque, che quella interna al perimetro carcerario sia un'atmosfera peculiare e delicatissima, che spesso si carica di elementi di violenza da parte dei detenuti (o, meglio, di certi detenuti), sia attraverso atteggiamenti di intimidazione o di sopraffazione nei confronti di altri detenuti, sia attraverso analoghi atteggiamenti nei confronti dello stesso personale penitenziario di custodia: al quale di regola compete fino ad un determinato limite il dovere di non reagire con la forza, salve ovviamente le normali procedure di "rapporto" sul terreno disciplinare o, se necessario, sul terreno penale. La questione di fondo consiste, dunque, proprio nel definire dove si collochi quel limite, ed allo scopo la risposta non può che essere fornita caso per caso, sulla base dei particolari accadimenti di ogni vicenda considerata. A livello teorico, peraltro, l'intero complesso del sistema legislativo penale e penitenziario autorizza ad affermare che eventuali situazioni di illegalità provocate dai detenuti, tanto più se attraverso forme di violenza, non possono rimanere senza una reazione adeguata da parte dello Stato, nella specie rappresentato "in prima linea" dagli organi dell'Amministrazione Penitenziaria. In proposito l'indirizzo legislativo è segnato anzitutto dal già ricordato art. 41 comma 1° ord. penit., che ammette il ricorso alla forza fisica non solo quando essa sia indispensabile per fronteggiare, anche in chiave preventiva, il verificarsi di atti di violenza nell'ambiente carcerario, ma altresì quando - sempre entro una logica di stretta proporzionalità si tratti di risolvere situazioni di indebita resistenza "anche passiva" all'esecuzione degli ordini dell'autorità amministrativa o giudiziaria. Su un piano più generale, tuttavia, il problema relativo all'uso della forza nei confronti di singoli detenuti (o di gruppi di detenuti) non può non coordinarsi anche con l'esigenza espressa, nel più ampio disegno della disciplina del trattamento, dall'art. 1 comma 3° ord. penit., per cui "negli istituti devono essere mantenuti l'ordine e la disciplina" (sicché "non possono essere adottate restrizioni non giustificabili" con tale esigenza). Esigenza, del resto, ulteriormente ribadita dall'art. 2 reg. penit., là dove si sottolinea come l'ordine e la disciplina negli istituti penitenziari siano volti a garantire "la sicurezza, che costituisce la condizione per la realizzazione delle finalità del trattamento dei detenuti e degli internati".
Se ciò è vero, e sul punto non possono esservi dubbi (in particolare, circa l'esistenza nel sistema penitenziario di uno stretto rapporto di funzionalità tra i valori dell'ordine e della disciplina e la garanzia della sicurezza interna degli istituti, a sua volta presupposto per l'attuazione concreta delle finalità trattamentali), il problema più cruciale concerne il livello di effettività della tutela di tali valori, nonché la scelta degli strumenti più adeguati per assicurarne il "mantenimento". E, al riguardo, pur movendo dalla premessa che, in condizioni normali, questa esigenza non deve essere soddisfatta con il ricorso alla forza -cui deve comunque riconoscersi carattere di eccezionalità - rimane inevitabilmente aperto l'interrogativo su come ci si debba comportare allorché le suddette condizioni di normalità vengano meno: più precisamente nelle situazioni carcerarie in cui il livello di tensione, se non addirittura di violenza, della popolazione detenuta (al suo interno ovvero nei rapporti con il personale di custodia), risulti tale da non consentire agli organi competenti di assicurare una ordinata gestione "secondo le regole" della vita dentro le mura degli istituti.
In ipotesi siffatte, qualora il soddisfacimento delle esigenze prioritarie dell'ordine e della disciplina (quindi, conseguentemente, anche della sicurezza), nel contesto carcerario, venga messo in crisi da condotte illegali e, soprattutto, da condotte violente ad opera di uno o più detenuti, deve ritenersi fisiologico che gli organi dell'Amministrazione Penitenziaria ricorrano anche all'uso della forza nelle forme e nei modi consentiti dalla legge - allo scopo di ripristinare condizioni di ordinaria convivenza nel seno della popolazione detenuta. Anche perché, se così non fosse, di fronte ad eventuali eccessive "timidezze" nell'uso di strumenti che pure il sistema prevede ed autorizza, potrebbero determinarsi pericolose situazioni di "perdita di controllo" sulla comunità carceraria da parte dei responsabili dell'ordine e della sicurezza: con ancor più pericolosi corollari derivanti dal formarsi di "centri di potere" attorno ai detenuti più riottosi e più violenti, nonché con ovvie ricadute in chiave di angherie e di soprusi nei confronti dei detenuti più deboli.
Per evitare queste ed altre analoghe distorsioni dei corretti equilibri della realtà penitenziaria è dunque necessario che, quando occorra, si faccia ricorso "regolato" anche alla forza fisica: secondo un prudente rapporto di "mezzi" a "fine", e sempre sotto il controllo delle competenti autorità (non a caso l'art. 41 comma 2° ord. penit. impone a quanti abbiano impiegato la forza nei confronti dei detenuti di riferirne immediatamente al direttore dell'istituto, prescrivendo a quest'ultimo di disporre senza indugio accertamenti sanitari ed ogni altra opportuna indagine). Con ciò non si contraddice, naturalmente, quanto si diceva all'inizio circa il divieto dell'uso di violenza indiscriminata a danno dei detenuti, e circa la conseguente condanna sul piano morale, ancor prima che su quello giuridico di qualunque episodio che veda il detenuto "pestato", o comunque maltrattato, in assenza di una legittima giustificazione del ricorso alla forza da parte del personale di custodia.
Fermi restando il suddetto divieto e la correlativa condanna di fatti che di per sé si presentano come penalmente illeciti, la conclusione non può ovviamente essere la medesima quando l'uso della forza ad opera degli organi penitenziari risulti necessitato da una situazione di violenza, o comunque di illegalità in atto, da parte di uno o più detenuti, caratterizzandosi in particolare come riconducibile ad una delle ipotesi descritte nell'art. 41 comma 1° ord. penit. In casi del genere, infatti, l'uso della forza diventa consentito, anzi doveroso, allo scopo di rimuovere situazioni soggettive od oggettive di illiceità che pregiudicando l'ordine e la sicurezza interna del carcere si pongano obiettivamente in contrasto con le stesse intrinseche finalità dell'istituzione penitenziaria.
Purché, beninteso, anche di fronte a simili situazioni venga sempre rispettato alla luce dei principi generali dell'ordinamento in materia un rigoroso criterio di bilanciamento tra i beni da tutelare e gli strumenti utilizzabili allo scopo, ispirato alla logica della stretta necessità nell'uso della forza. Nel senso, anzitutto, che alla forza potrà farsi ricorso unicamente qualora ogni altra possibile prospettiva di intervento (per esempio, contatti personali anche ad opera di tecnici del trattamento, rimozione unilaterale o concordata delle cause di "conflitto", iniziative di natura disciplinare, etc.) sia risultata di fatto impraticabile. Solo quando si accerti in tal modo la sussistenza dei presupposti della stretta necessità presupposti che nell'ambiente carcerario assumono una loro peculiare dimensione l'uso così calibrato della forza perde, infatti, qualunque carattere di antigiuridicità, fino a configurarsi, in presenza delle situazioni ormai più volte ricordate, ove non diversamente risolvibili, come un "atto dovuto" da parte degli organi responsabili della gestione carceraria.

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