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"Sin dall'inizio, a Como ho trovato un ambiente abbastanza favorevole", afferma l'educatore Mauro Imperiale, coordinatore capo area dal 1987. "Mi occupo a tempo pieno di extracomunitari che giungono prevalentemente

 da tre aree: i nordafricani del Maghreb, quelli di provenienza albanese e slava e quelli sudamericani. Nella mia esperienza ho notato delle costanti. Il maghrebino è molto petulante, il sudamericano è una persona attenta, comprensiva, mentre la relazione con l'albanese è molto difficile. Al di là delle differenze, il livello culturale medio in questi ultimi anni è cresciuto e quindi ci sono molte più complessità da affrontare. Negli anni passati i detenuti addossavano la colpa dei loro reati alla società. Oggi, invece, appaiono più coscienti delle proprie responsabilità. Anche se resto convinto che i problemi del carcere non si risolvono in carcere, ma si risolvono nella società civile". "Il nostro compito non è per niente facile", dichiara Graziella Mercanti, a Como dal 1996, dove si occupa di osservazione e trattamento. "Se si pensa che io sono da sola in un carcere dove i definitivi sono 200 e tenendo presente che dispongo di 64 ore di lavoro al mese, è certamente impegnativo provvedere a mettere a punto un profilo di personalità per ognuno di questi detenuti. Certo troviamo anche chi collabora con noi, e in questi casi riusciamo ad ottenere risultati più che lusinghieri. Ma tanti restano impenetrabili ai nostri sforzi. Avremmo la necessità di poter avere maggior tempo da dedicare al loro recupero. Una possibilità che almeno per il momento non ci è data, a causa della scarsità delle risorse economiche e professionali".

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