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Un documento del Consiglio dell'Unione europea ribadisce i principi di democrazia e rispetto dei diritti dell'uomo che sono alla base del Trattato UE

Il 29 giugno 2000 il Consiglio dell'Unione europea ha adottato la "Direttiva 2000/43/CE in tema di attuazione del principio di uguaglianza di trattamento tra le persone senza distinzione

 di razza o appartenenza etnica", documento utile anche per comprendere i recentissimi avvenimenti di Durban, dove si è svolta la Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l'intolleranza.
La Direttiva 43 è stata adottata in coerenza con il contenuto dell'art. 6 del Trattato sull'Unione europea, che pone a fondamento dell'Unione i principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell'uomo.
Inoltre il Consiglio europeo di Tampere (15 e 16 ottobre 1999) aveva invitato la Commissione a formulare "quanto prima" un testo per l'attuazione dell'art. 13 del Trattato CE relativo alla lotta contro il razzismo e la xenofobia.
Anche altri organi dell'Unione, del resto, avevano già in anni precedenti assunto analoghe posizioni in materia di lotta al razzismo: il Parlamento europeo con diverse risoluzioni, la Commissione nel dicembre 1995, il Consiglio il 15 luglio 1995.
Dunque, la Direttiva del giugno 2000 può essere vista come la sintesi avanzata di posizioni che sono andate maturando nel corso degli anni su un tema delicato e scottante, posto che la discriminazione su base etnica, l'intolleranza razziale, il disconoscimento dei diritti dei popoli di colore e delle minoranze, l'antisemitismo, sono fenomeni che non possono essere considerati debellati una volta per tutte neppure in ambito europeo.
Tra le azioni cronologicamente successive alla Direttiva del 29 giugno 2000 va ricordata la Conferenza europea contro il razzismo, svoltasi a Strasburgo dall'11 al 13 ottobre 2000. Questa importante assise ha rappresentato il contributo dell'Europa dei 41 Stati alla Conferenza mondiale contro il razzismo svoltasi a Durban, purtroppo con le vicissitudini che tutti conosciamo e che hanno pesantemente impoverito l'andamento della Conferenza.
L'incontro di Strasburgo dell'ottobre scorso era stato invece alquanto promettente.
La partecipazione delle delegazioni - quella italiana non meno di quelle degli altri Stati europei - era stata al massimo livello, ed era stata accompagnata dalla presenza di delegazioni di Stati extraeuropei e delle rappresentanze di Organizzazioni non governative, ammesse per la prima volta non soltanto a seguire i lavori nell'aula del Consiglio d'Europa, ma anche a partecipare alla stesura del documento preparatorio e a prendere la parola nel corso del dibattito finale. I lavori preparatori si erano svolti a Roma nel corso dell'estate grazie all'efficente organizzazione del nostro Ministero degli Affari esteri.
La Conferenza di Strasburgo si è conclusa con un documento ricco di spunti e molto ampio, che non possiamo pubblicare nella sua interezza. Tuttavia chi è interessato può prelevarlo, già tradotto (40 kb). Ci proponiamo comunque di commentarlo in un prossimo numero della rivista e di pubblicarne almeno le parti più importanti.
Una delle iniziative strutturali assunte dal Consiglio d'Europa per la prevenzione del razzismo, della xenofobia, dell'intolleranza e, in generale, delle discriminazioni consiste nell'attività di un apposito organismo di controllo, denominato ECRI (acronimo di Commission européenne contre le racisme et l'intolérance), che ha il compito, attraverso approfondite visite agli Stati membri, di verificare se sussistano situazioni di intolleranza a sfondo razzistico o situazioni analoghe, che comunque possano far temere lo sviluppo di fenomeni contrari al principio secondo cui l'Europa dei 41 Stati difende le diversità come "sorgente di vitalità sociale". Lo slogan delle Conferenza dell'ottobre scorso era: "tutti differenti, tutti eguali".
I rappresentanti dell'ECRI hanno di recente fatto visita all'Italia incontrando anche esponenti del DAP. Da questa visita è risultato un rapporto indirizzato al Governo italiano che contiene le valutazioni dei componenti della delegazione in merito alle situazioni direttamente appurate o sulle quali hanno ricevuto informazioni dalle autorità governative, amministrative ed anche da privati ed organizzazioni. Il rapporto al momento in cui scriviamo (settembre 2001) non è pubblico.
Tornando alla Direttiva dell'Unione europea, che pubblichiamo di seguito in una traduzione non ufficiale (la Direttiva è entrata in vigore il 19 luglio 2000, giorno della pubblicazione sulla GUCE, Gazzetta ufficiale delle Comunità europee. Il testo ufficiale, in francese, si può trovare nel sito de "Le Due Città"), vanno poste in risalto alcune affermazioni di grande importanza che ovviamente gli Stati dell'Unione sono tenuti ad osservare.
Meritano attenzione, in questa prospettiva, l'articolo 8, contenente una regola particolare in tema di onere della prova, secondo cui quando si può presumere l'esistenza di una discriminazione spetta alla parte resistente provare che non c'è stata violazione del principio di eguaglianza di trattamento. Si tratta di una deviazione rispetto alle regole in tema di prova in giudizio, che non si applica nel campo del processo penale; l'articolo 10, che esige la diffusione della Direttiva all'interno degli Stati membri: ed è chiaro che l'informazione sull'argomento che stiamo dando in questa sede, su una pubblicazione ufficiale dell'Amministrazione Penitenziaria, rappresenta anche l'assolvimento di un dovere assunto dallo Stato italiano; l'articolo 12, relativo al dialogo con organizzazioni non governative, che deve essere incoraggiato dagli Stati membri; l'articolo 13, che prescrive l'istituzione di una sorta di garante contro le discriminazioni; l'articolo 15 in materia di sanzioni, che debbono essere "effettive, proporzionate e dissuasive".

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