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Creare lavoro per i detenuti è una necessità primaria per poter dare loro prospettive di vita e dignità di uomini.

Gianni Trevisan, veneziano, è stato assessore della Provincia di Venezia, rappresentante sindacale della CGIL per la Funzione pubblica e del comparto trasporti, e, per noi del DAP, è soprattutto la persona che ha dedicato ai problemi

della detenzione, ed in particolare al recupero attraverso l'inserimento lavorativo, un'attenzione duratura, diventando uno dei conoscitori più profondi della realtà del carcere e del dopo carcere. Lo incontriamo a Padova, dove ci raggiunge insieme a un ex detenuto che lavora da anni nella sua cooperativa.

Dottor Trevisan, lo scorso anno le è stato affidato un incarico importante e difficile: fare da consulente per il DAP allo scopo di sviluppare il lavoro dei detenuti. Il ministro Fassino ha scelto lei per un compito così complesso e lei lo ha accettato. Com'è andata?
Nel giugno scorso ho avuto la possibilità di spiegare, nel corso di un convegno a Venezia, la mia esperienza di presidente della Cooperativa Sociale "il Cerchio". Questa cooperativa, che per oltre la metà è composta da persone in situazioni di disagio (detenuti ed ex detenuti, tossicomani, persone con sofferenze psichiche), è nata tre anni or sono e si è molto sviluppata, passando da 2 a 52 dipendenti. Nello stesso periodo il fatturato è andato dagli iniziali 278 milioni ai 660 del secondo anno, a un miliardo e 40 milioni nel terzo. Nell'anno in corso sino ad oggi abbiamo fatturato un miliardo e contiamo di arrivare a raddoppiarlo prima del 31 dicembre.
Forse sono stati questi risultati che hanno indotto Fassino a chiedermi di dare una consulenza all'Amministrazione Penitenziaria per mettere in movimento il settore del lavoro interno alle carceri, il lavoro penitenziario, che sembrava soffrire di una crisi senza rimedio.
Ci ho riflettuto, perché mi rendevo conto della difficoltà dell'impegno. A me non interessano gli incarichi, se non sono convinto di "portare a casa" un risultato. Ho accettato perché pensavo, e penso, di ottenere qualcosa e di uscire arricchito sul piano culturale da questa esperienza.
In effetti non mi sbagliavo. Credo in ciò che sto facendo e sono felice di farlo. Ho appreso molto attraverso le visite negli Istituti veneti e lombardi.
Tutte le esperienze precedenti mi hanno convinto che il lavoro è un elemento di importanza vitale per i detenuti. Oggi mi sembra che ci avviciniamo a un appuntamento decisivo. Decisivo per chiunque governi questo Paese. Se perdiamo questo appuntamento sarà poi difficile rendere credibile un discorso di rieducazione.

Lei sa quanto il problema del lavoro penitenziario sia grave e persino drammatico in Italia. Da noi la percentuale dei detenuti che lavorano è enormemente più bassa che in quasi tutti gli Stati europei. Come lo spiega?
Credo sia mancata la cultura del lavoro nel carcere. Non ci si è resi conto abbastanza che il lavoro è essenziale per i detenuti, non soltanto per una motivazione economica. Il detenuto senza lavoro si abbrutisce chiuso in celle sovraffollate, senza una prospettiva. La retribuzione è importante, ma non è il primo elemento. Il detenuto vuol vivere come un uomo, non come un bruto. A questa esigenza occorre dare risposta con il lavoro, un'espressione fondamentale dello stare nella società. So che in altri Paesi, come la Germania, le retribuzioni dei detenuti che lavorano sono bassissime. In compenso molti più lavorano. Secondo me occorre trovare l'equilibrio tra retribuzioni che certamente richiamano l'offerta di lavoro, ma sono troppo basse, e retribuzioni eccessive, che allontanano l'imprenditore. La legge Smuraglia è un passo verso questo giusto equilibrio, perché da un lato solleva l'imprenditore dal pagamento degli oneri sociali, dall'altro mantiene la regola secondo cui il detenuto va remunerato quasi come all'esterno (non meno di due terzi della paga normale).
Prima di questa legge il costo del lavoro era davvero eccessivo e ciò spiega la caduta verticale dell'offerta che si è verificata da almeno 15 anni in qua. Il lavoro nel carcere non può essere remunerato quanto quello fuori perché la resa è minore. La ragione? Molto semplice: ogni attività nel carcere richiede un tempo maggiore. Ma per l'imprenditore il tempo è denaro, quando si tratta di lavoro non a cottimo. Perciò, a parità di tempo, il prodotto costa di più. Impossibile chiedere all'imprenditore di remunerare il lavoro carcerario come quello esterno finché non si supera questo "gap".
Voglio sottolineare un punto che secondo me è importantissimo: è inutile tentare di risolvere il problema del lavoro senza un'intesa con l'imprenditore. L'imprenditore deve convincersi dell'opportunità di entrare in questo "mercato" e deve farlo liberamente, per convinzione. Occorre un dialogo franco e sincero. Allo stesso tempo dobbiamo far capire, specialmente all'imprenditore del Nord-Est, che se cerca spesso il lavoratore extracomunitario, non vi è ragione di rifiutare il detenuto o l'ex detenuto. Certo, dobbiamo organizzare il carcere in modo che la strada sia spianata. Un imprenditore non accetta incertezze, vuole poter programmare tutto e non perdere tempo. È assurdo che lo si faccia attendere davanti a un cancello che nessuno apre all'ora stabilita, o che debba perdere un appuntamento perché un funzionario ha altro da fare. Sembrano cose marginali, ma in realtà sono fatti che scoraggiano profondamente.

In questi mesi lei ha frequentato numerosi carceri del Nord alla ricerca delle soluzioni più idonee a potenziare il lavoro. Che cosa ne ha ricavato? quali problemi più gravi e quali punti di forza ha incontrato?
Ho visto alcune situazioni molto promettenti per ciò che attiene al profilo che mi interessa specificamente. È il caso di Milano-Opera, un grandissimo Istituto retto con efficienza e determinazione. Altro esempio di grande impegno è quello del carcere di Monza. Ma direi che non c'è Istituto in cui non abbia incontrato persone fortemente motivate a superare le difficoltà e trovare le soluzione migliori, anche a costo di un aggravio di impegno. Nel Veneto purtroppo tra gli imprenditori c'è ancora un atteggiamento di chiusura. Questo non vale per Venezia, ma vale per altre realtà della Regione. È un paradosso, dato che proprio qui c'è una grande richiesta di mano d'opera.
Quanto alle zone d'ombra, la situazione più drammatica tra quelle che ho visto è San Vittore, dove a un sovraffollamento spaventoso (ci sono celle in cui i detenuti possono posare i piedi per terra soltanto a turno, perché manca lo spazio persino per stare in piedi tutti insieme), si aggiunge una gravissima carenza di lavoro. Un Paese che vuol dirsi civile non può tollerare una simile situazione. Si è aperto Bollate, ed è un gran bene. Ma a Bollate, dove c'è lo spazio, le offerte di lavoro sono poche, mentre a San Vittore, dove le offerte ci sarebbero, manca lo spazio.

Un'ultima domanda. Se lei avesse il potere di fare una legge, relativa al lavoro carcerario, che cosa ci vorrebbe scrivere?
Il problema non sono le leggi. In Italia le leggi ci sono e per lo più ottime. Il problema è renderle applicabili. Faccio due esempi. Per paralizzare di fatto la legge Gozzini, è sufficiente che in un grande carcere manchino gli educatori. Per impedire lo sviluppo del lavoro penitenziario, basta che l'organico sia inadeguato. È evidente che quando si deve scegliere tra il personale da destinare alla sicurezza e quello da impiegare per rendere possibile il lavoro dei detenuti, in un carcere si sceglie immancabilmente il primo e si sacrifica il secondo. Chi non farebbe così? Occorre allora stabilire un organico specifico per il lavoro, come s'è fatto per i nuclei traduzioni e piantonamenti. Almeno nelle carceri più grandi dovrebbe esistere personale specificamente destinato ad occuparsi del lavoro dei detenuti.
Come vede, non si tratta di leggi, ma di prassi, di strutture, di volontà dell'Amministrazione. Però c'è almeno una cosa che andrebbe fatta, e presto, a livello normativo: il decreto per rendere operante la legge Smuraglia. Il termine è scaduto nel maggio scorso. Siamo in luglio e ancora non c'è…

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