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Un'autorevole riflessione interviene nel dibattito
Giovanni Maria Pavarin - magistrato di sorveglianza di Padova

Mi inserisco, in punta di piedi e con il timore di essere frainteso, nel dibattito aperto dall'intervento dell'ottimo Francesco Gianfrotta a proposito del Servizio Sociale, contenuto nel numero

di febbraio di questa Rivista (pp. 36 ss.)
L'Autore e collega chiarisce ragioni e significati della nuova attenzione prestata da istituzioni, amministrazione e società nei confronti dell'esecuzione penale esterna: era ora - aggiungo io - che ci si accorgesse che larga parte dei condannati non espia la pena in carcere, ma fuori di esso, in un àmbito la cui gestione è demandata al governo non tanto e non solo dei magistrati di sorveglianza, quanto soprattutto dei Centri di Servizio Sociale per Adulti, il cui intervento è essenziale sia in fase prodromica (quella che precede la concessione della misura alternativa direttamente dalla libertà) sia in fase di esecuzione del beneficio (semilibertà, affidamento, nelle sue diverse forme, e detenzione domiciliare).
Nell'articolo viene auspicata l'affermazione di una nuova cultura (quella dell'attenzione all'interesse generale) da contrapporre al "grave errore" che consisterebbe nel leggere il processo di rilancio dell'esecuzione penale esterna come la vittoria di una componente dell'amministrazione in danno di altre.
Gianfrotta accenna alla funzione di sostegno del Cssa, che andrebbe accompagnata a quella di "controllo" sull'esecuzione della misura, in un'ottica di multiprofessionalità che imporrebbe di ripensare in termini radicalmente nuovi natura e funzione dei Centri.
Tali riflessioni, che a me sinceramente sono parse tutte pacate e di buon senso, hanno provocato il successivo intervento (numero di maggio: pp. 72 ss.) di Anna Muschitiello, Segretaria Nazionale del Coordinamento Assistenti Sociali della Giustizia, che lamenta come dalla descrizione fatta circa la funzione dei Centri trapelerebbe un'immagine stereotipa ("il servizio sociale come assistenza e mero sostegno fatto da giovani di buona volontà"), e che cita l'art. 118 del nuovo regolamento di esecuzione dell'ordinamento penitenziario (d.p.r. n. 230/2000), il quale scolpirebbe così bene ruolo e funzioni del CSSA da non abbisognare davvero di ulteriori ripensamenti normativi ed organizzativi.
L'interventrice è preoccupata che l'esumazione di concetti quali il controllo e la multiprofessionalità induca a pensare "ad una semplice trasposizione ed omologazione dei CSSA al modello carcerario".
Ciò premesso, mi sento in dovere di affermare che la reazione della Segretaria Nazionale del CASG mi è sembrata un po' risentita, come se fosse sopra le righe e celasse i termini di una disputa sconosciuta ad un lettore comune come me (che pur si occupa di esecuzione penale esterna), al punto che desidererei conoscerne i termini per capirne di più: il clima della rinata Rivista, che ha il merito di farci sentire tutti - Carcere, CSSA e Uffici di Sorveglianza - nella stessa barca, impegnati in una comune appassionante navigazione, ne guadagnerebbe di certo.
Chiarisce bene (pp. 73 ss.) come debba essere intesa la funzione di "controllo" riferita al CSSA il successivo intervento di Renato Breda, già Ispettore Generale per il Servizio Sociale e già Direttore dell'Ufficio per la Formazione del personale dell'Amministrazione Penitenziaria, il quale adombra anche il pericolo di eventuali azioni degli assistenti sociali in caso di variazioni (per meri atti amministrativi e non per legge) del ruolo operativo (nel senso, cioè, di attribuzione di funzioni di controllo in senso stretto considerate).
L'interventore rammenta che il CSSA è stato concepito come "una struttura distinta dal carcere e radicata nel territorio", e si dice costernato dalla prospettiva indicata da Gianfrotta, temendo la sostanziale alterazione della cultura e della metodologia fin qui professate e praticate dai Centri.
Anche qui mi sento di suggerire l'opportunità di uno smorzamento dei toni: 1) la pena è in ogni caso la conseguenza di un reato, e di essa dobbiamo conseguentemente mantenere una concezione unitaria; 2)la circostanza che essa venga espiata in tutto od in parte dentro o fuori il carcere non muta le condizioni ed i termini della spinta rieducativa che presiede alla sua applicazione; 3) la crescente rivalutazione delle altre componenti (quella riparativa, quella conciliativa ed anche quella retributiva) non può non comportare l'infittirsi di un dialogo serrato tra l'assistente sociale e le restanti figure (a cominciare dai membri dell'équipe).
Le misure alternative alla detenzione conoscono oggi un new deal , il cui sviluppo appare incompatibile con il sorgere di incomprensioni che mi sembra utile scoraggiare fin dal loro sorgere.
Altri Paesi parlano meno e fanno di più: noi italiani dobbiamo sempre e per forza ricondurre tutto ai sacri principi.
Siamo sicuri che possiamo permetterci questo lusso a fronte dell'emergenza dei numeri che ogni giorno ci piega?
Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur: sarebbe forse il caso di rimboccarci le maniche per iniziare a lavorare in una ritrovata armonia tra tutti.
Il tema della competenza all'esecuzione in materia di controlli in senso stretto considerati non deve pertanto costituire fonte di dissapori e di contrasti, tale da tirare in ballo perfino le matrici culturali proprie delle metodologie già acquisite dalla cultura del servizio sociale: è un piccolo particolare che ogni bravo assistente sociale saprebbe gestire - con l'esperienza e la capacità che gli vengono unanimemente riconosciute - perfino se esistesse una norma che in qualche modo gliene facesse espresso carico.

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