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Avvicinarsi alla città e rimodernare una struttura inadeguata: così il carcere di Trieste sta cercando una nuova identità
Giuseppe Mazzella

Incontro con Enrico Sbriglia direttore del Carcere di Trieste
Racchiusa tra i monti e il mare, Trieste è il capoluogo della provincia più piccola d'Italia e del Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, confinante con l'Austria e la Slovenia. Da sempre

terra di frontiera, aperta e disponibile alle più diverse correnti di pensiero, tanto cara a Joyce, Freud, Rilke e Svevo, ma anche ricca di contraddizioni, attraversa da anni una flessione economica accentuatasi dopo le guerre nell'ex Yugoslavia. La sua centralità di grande emporio dell'Europa centrale e dei Paesi dell'Est, ruolo al quale era stata chiamata sin dal Settecento dalla regina Maria Teresa d'Austria, appare appannata. Anche la cantieristica navale, fiore all'occhiello della sua popolazione, e che da sempre ha costituito un forte indotto alle più importanti iniziative imprenditoriali, basti ricordare le Assicurazioni Generali e il Lloyd Triestino, vive una fase di rallentamento. Solo il turismo è in continua espansione, potendo vantare un clima mite, notevoli bellezze naturalistiche e una ricchezza monumentale con esempi pregevoli di architettura barocca, rococò e soprattutto neoclassica. Trieste, città unica e dalle molte anime, resta ancora oggi un crocevia di popoli e di traffici, ma appare più che mai sospesa tra passato e futuro, tra realtà perdute e l'urgenza di trovare una nuova identità.
In questa situazione anche la Casa circondariale soffre il clima di provvisorietà e di cambiamento: basti pensare che ogni anno sono almeno mille i detenuti che sono ospitati nella struttura carceraria e altrettanti sono trasferiti. "Il Coroneo", però, così il carcere è chiamato dai triestini dall'omonima via su cui si apre, non è molto amato. Pur trovandosi nel cuore della città vecchia, è quasi del tutto ignorato. Come i fiumi carsici, di cui è ricca la zona, scorrono silenziosi e invisibili, allo stesso modo si svolge la vita all'interno della Casa circondariale. Solo da poco, infatti, e con grande sforzo, le problematiche del carcere sono state portate a conoscenza dell'opinione pubblica. Avvicinare il carcere alla città, sensibilizzandone la popolazione, è la grande sfida che impegna da oltre dieci anni il suo direttore.
Enrico Sbriglia, classe 1955, campano di origine, sposato con tre figli, dopo aver diretto in periodi di missione le carceri di Gorizia e Pordenone, dal settembre 1990 ha assunto la responsabilità della Casa circondariale di Trieste. Ci riceve nel suo ufficio, momentaneamente ospitato nei locali della Polizia Penitenziaria, mentre attorno fervono i lavori di restauro. Così ci parla del suo impegnativo compito al quale da alcuni mesi si somma anche l'incarico di assessore alla vigilanza e alla sicurezza del Comune di Trieste.
"Quando sono arrivato a Trieste ho trovato un clima molto freddo, una grande litigiosità fra il carcere e le altre istituzioni, in particolare con l'Azienda sanitaria che ne reclamava la chiusura. C'era in verità una situazione degradata. Basti pensare che i detenuti, ospitati nei seminterrati, cucinavano con pentoloni su fornelli a terra. Fui però molto confortato dalla dottoressa Culla, allora ispettore distrettuale degli Istituti di pena, che mi diede un grosso stimolo morale e professionale per cercare una soluzione alternativa. Recuperai allora una pratica di ristrutturazione del carcere che era stata accantonata, interessando tutte le autorità del territorio e diedi inizio alla ristrutturazione che è oggi in avanzato stato d'ultimazione. I problemi però erano solo all'inizio. Quando scoppiò la guerra in Yugoslavia saltarono tutte le dinamiche di programmazione. Il carcere si trovò a dover sopportare tutte le conseguenze derivanti da un conflitto interetnico: non dimentichiamoci che in questa zona di confine passavano tutti coloro che andavano a combattere in Bosnia, in Croazia, in Albania, portando con sé armi e droga.
In queste difficili condizioni siamo riusciti a provvedere alle necessarie ristrutturazioni, eseguendo i lavori con i detenuti nelle celle. Quello che pretesi sin dall'inizio fu di iniziare i restauri degli alloggi dei detenuti, che erano quelli che più soffrivano di quello stato di disagio. I lavori sono ormai a buon punto e dovrebbero terminare tra circa sette mesi, anche se un terzo lotto sta per essere avviato e riguarderà il ripristino dei sotterranei. È inutile ricordare che mentre si provvedeva agli adeguamenti, bisognava aggiornare continuamente le strutture alla luce delle nuove normative emanate dall'Amministrazione Penitenziaria.
Se posso vantare un merito è quello di aver avuto la fortuna di costruire, in maniera graduale, un'ottima collaborazione con tutti i soggetti pubblici che in qualche modo potevano essere interessati al carcere. A dire il vero ho provato a giocare questo tipo di partita. Il carcere non è mio, è della collettività. Ora non mi pare giusto che soltanto l'Amministrazione Penitenziaria debba assumersene ogni onere. Tutti devono farsene carico: Azienda sanitaria, Enti locali, Camera di commercio, Istituzioni del volontariato. In questo mio ormai decennale impegno, l'Amministrazione Penitenziaria ha sempre risposto positivamente a tutte le richieste e anche il dottor Domenico Maltese, attuale presidente del Tribunale di Sorveglianza, mi è sempre stato molto vicino.
Va anche precisato che la struttura carceraria, che è del 1911, non era prevista per fare attività trattamentali. Non si prevedevano, ad esempio, palestre o certi tipi di servizi igienici. Il vecchio carcere, però, costituito da piccoli spazi, permetteva fortunatamente un adeguato controllo, anche nelle situazioni di emergenza nelle quali ci siamo trovati ad operare. La sua dimensione molto contenuta, si sviluppa, infatti, soprattutto in altezza.
La Casa circondariale da me diretta ospita attualmente circa 200 detenuti, di un'età media attorno ai trent'anni, di cui almeno il cinquanta per cento extracomunitari. Una varietà multietnica che arriva anche a venti provenienze diverse e che rende ancora più impegnativo il nostro lavoro. I reati di cui si sono macchiati si possono distinguere in tre grosse categorie: quelli legati al traffico delle armi e degli stupefacenti, categoria rappresentata dai tossicodipendenti, attualmente circa quaranta, appartenenti alla malavita locale, e dei reati connessi e la terza che include i reati legati al traffico di persone. Bisogna aggiungere anche che trovandoci in una zona di frontiera molti detenuti arrestati e qui condotti in attesa di giudizio, risultano poi classificati ad alta sicurezza. Questo è il riflesso della costante situazione contingente e geopolitica che si riflette dalle nostre vicine frontiere.
Il personale da me diretto è formato da 98 agenti, ai quali vanno aggiunte 14 donne. Questo numero però va ridotto a causa degli agenti distaccati altrove e delle undici unità impegnate nel Nucleo Traduzioni. Se il numero è assolutamente insufficiente, ho voluto che si lavorasse sempre sui quattro turni e che fossero rispettate al massimo le condizioni contrattuali".
La sfida di ogni giorno, sempre nuova, impegna da quattro anni anche Marcella Mancuso, valida collaboratrice del direttore. Originaria di Catania, si occupa degli aspetti amministrativi del personale e afferma: "Ampliare l'organico mi sembra la prima necessità. Il malessere dei miei collaboratori, sottoposti ad un impegno eccessivo, potrebbe favorire un abbassamento della guardia, cosa assolutamente non augurabile in un istituto di confine come il nostro, dove si trovano detenuti di molte e differenti etnie, e con tutti i gravi problemi che comporta". "A incidere sulle difficoltà di gestione - riprende il direttore Sbriglia - c'è anche il noto problema, che tocca quasi tutte le carceri italiane, che la maggioranza del personale impegnato a Trieste, circa il 70% è di origine meridionale e aspira ovviamente a rientrare nel proprio luogo di origine. Io credo che non bisogni dimenticare che in questo carcere arrivano detenuti di grande pericolosità - basti ricordare quelli che si "occupavano" qualche tempo fa di armi sofisticatissime, comprese quelle nucleari - perciò sarebbe auspicabile una maggiore attenzione in termini di risorse umane e professionali, con adeguati compensi economici per i più meritevoli, dato anche i costi della vita, specie per gli affitti, notevolmente aumentati negli ultimi tempi.
Ai miei collaboratori va senz'altro il merito di un atteggiamento civile e professionalmente corretto nei confronti di tutti i detenuti, a qualsiasi etnia appartengano. Rispetto reciproco e applicazione delle regole devono essere la costante preoccupazione di tutti.
È chiaro che in quest'ottica le varie attività trattamentali possono dare un grosso contributo. Dalle scuole di alfabetizzazione ai corsi di formazione che teniamo qui all'interno come quelli di saldo-carpenteria, di informatica, per cuochi, di trattamento della pietra e della cartapesta, contribuiscono in maniera notevole a smussare i contrasti e a formare personale specializzato che potrà in seguito essere impiegato nell'industria locale. Stiamo sperimentando con successo un progetto sottoscritto con l'Amministrazione provinciale di Trieste che autorizza undici detenuti al lavoro esterno. Grazie al presidente della Provincia Renzo Cadorin, infatti, è stato stipulato un contratto di manutenzione degli edifici della provincia, che sta dando risultati più che lusinghieri.
Nell'ambito delle attività culturali e ricreative disponiamo di una biblioteca in via di sistemazione, per la quale abbiamo la fortuna di avere una volontaria particolarmente idonea, poiché si tratta di una funzionaria del Ministero dei Beni culturali. I detenuti che lo vogliono possono, inoltre, utilizzare una palestra attrezzata o imparare a suonare uno strumento musicale.
Lo scorso anno abbiamo realizzato all'interno del carcere un film, Hamlet, una rivisitazione del testo shakespeariano, reso possibile grazie all'aiuto della compagnia "Il Teatro della follia"di Trieste, i cui attori professionisti hanno insegnato ai detenuti a recitare.
In questi anni ho avuto modo di sollecitare l'attenzione della cittadinanza sulle problematiche del carcere. Un lavoro paziente e minuzioso, di contatti con le istituzioni civili e religiose, che sta dando buoni frutti. Un contributo prezioso ci è dato dal vescovo di Trieste Eugenio Ravignani, persona molto vicina agli operatori penitenziari e ai detenuti e le cui visite in carcere sono sempre motivo di grande serenità.
Sempre più numerosi sono i cittadini che offrono la loro disponibilità alle attività di volontariato della Caritas e di altre istituzioni di volontariato come l'Associazione Don Mario Vatta. Certo non è facile superare il velo di diffidenza e di riserva, ma le recenti donazioni pervenute al nostro istituto, anche se con modalità improprie, testimoniano un'accresciuta sensibilità della città nei confronti dell'istituzione carcere". "Nel corso degli anni - conclude infine il direttore Sbriglia -ho maturato questa convinzione. La sicurezza è uno stato di benessere che non si conquista con i manganelli e le manette. Piuttosto è un modo di essere della collettività che da una parte offre maggiore fiducia alle istituzioni, dall'altra è disposta a perdere in materia di diritti individuali in nome di diritti collettivi. E questo impegna e interessa anche il carcere che, come avviene nei vasi comunicanti, rappresenta, nelle sue diverse componenti, lo stato di salute di una democrazia".

L'Istituto in cifre

Tipo: Casa circondariale
Indirizzo: Trieste - Via Coroneo, 26
Anno di Costruzione: 1911
Modello architettonico: parzialmente panottico
Capienza detenuti: l'istituto è in fase di ristrutturazione
Presenza effettiva: 190
Numero sezioni: 11 - di cui tre adibite ad altro uso (cucina, attività trattamentali, uffici vari)
Numero di camere detentive: 51
Strutture sportive: palestra attrezzata con tapis roulant, pesistica, cyclette...
Ricreative: seminari di musica (con annesso laboratorio), teatro e disegno.
Religiose: cappella interna + disponibilità agli altri culti religiosi in concomitanza con particolari ricorrenze (es. Ramadan)
Lavorative: manutenzione ordinaria, addetti alle pulizie, scrivani, cucina.
Spazi sociali: sala polivalente.

Dati relativi al personale:

Personale di Polizia Penitenziaria
uomini: 8 addetti al nucleo traduzioni
85 addetti ai servizi d'Istituto
donne: 1 addette al servizio traduzioni
11 addette ai servizi d'Istituto.

Personale area educativa

2 educatori coordinatori
1 coadiutore
4 esperti art. 80:
2 impegnati al servizio nuovi giunti e all'osservazione della personalità;
2 impegnati con il Presidio medico per le tossicodipendenze.

Rapporti con Volontariato:

cinque assistenti volontari art. 78 O.P. che si raccordano con il tessuto sociale del territorio
Enti locali: convenzione con l'Ente Provincia "Progetto Etica del lavoro"
Altri enti: scuole di formazione professionale per corsi interni ed esterni (semiliberi e/o lavoranti all'esterno) di qualifica professionale.

Attività

Scolastiche: scuola dell'obbligo
Culturali e ricreative: seminari di musica, teatro e disegno
Corsi vari: Informatica, orientamento socio-culturale per stranieri; corso di lavorazione e restauro della pietra
Altro: Corsi di rilassamento organizzati dagli psicologi del Presidio medico interno per le tossicodipendenze.

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