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intervista a Pasquale Mangoni
Parla il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Trieste, l'uomo che da oltre vent'anni si misura con i problemi del capoluogo friulano.
Una vita per la magistratura e un'esperienza ventennale come magistrato di sorveglianza. È questa la biografia di Pasquale

Mangoni, presidente del Tribunale di sorveglianza di Trieste. Nel suo osservatorio di "frontiera" del Nord-Est italiano, Mangoni ha accumulato in questi anni un'esperienza eccezionale che ripercorre nel corso di questa intervista.

Da quanto tempo svolge la sua attività di magistrato di sorveglianza?
" Da una vita".

Sempre a Trieste?
" Sì, a Trieste e nella regione. Ho cominciato nel '76, da quando è entrato in vigore l'ordinamento. Quindi ho vissuto quest'esperienza non solo come magistrato di sorveglianza, ma anche come magistrato che entusiasticamente ha sempre risposto alle sollecitazioni del Ministero e del Consiglio Superiore".

Però la sua nomina come presidente risale agli anni '80…
" Sì, allora non c'era il tribunale, ma c'era la sezione di sorveglianza. Era un lavoro che nessuno voleva fare perché era un po' atipico che richiede alcune doti o un modo di pensare che deve avere come sfondo l'ottimismo".

Quindi da vent'anni conosce la realtà di Trieste.
" La realtà di Trieste è certamente una realtà molto particolare e ciò deriva dalla posizione geografica".

Con una qualità di reati pesanti…
Non particolarmente gravi fino a poco tempo fa. Adesso abbiamo una sezione di massima sicurezza a Tolmezzo dove ci sono persone con molti ergastoli alle spalle. Su questi detenuti il magistrato di sorveglianza e il tribunale di sorveglianza hanno poco da dire o da fare.

Quanti detenuti sono stranieri?
" Circa la metà. Sono stranieri con le difficoltà che si possono immaginare e che derivano dalla comunicazione e dal trattamento che deve essere fatto da parte degli operatori. Le difficoltà sono tante anche nel colloquio. Io stesso mi servivo di interpreti".

La collaborazione con i centri sociali è molto intensa?
" C'è, e potrebbe ancora migliorare, perché penso che andrebbe fatto uno sforzo maggiore anche da parte degli organi istituzionali. Bisognerebbe valorizzare di più e incoraggiare di più quelli che vogliono fare".

Nei tre livelli istituzionali: Regione, Provincia e Comune, ci sono iniziative significative?
" Abbiamo avuto momenti molto buoni e momenti di maggiore stasi. È stata ricostituita una Commissione per la devianza in sede di ambito regionale. È importantissima perché riunisce, in un unico organismo, la magistratura di sorveglianza, gli organi politici e anche gli assistenti sociali di vari comuni.
Il tutto mi sembra essenziale per due motivi: uno, perché la conoscenza a livello personale facilita qualsiasi difficoltà; l'altro, forse è più complesso, e riguarda la possibilità di trovare risorse perché non si fa niente se non ci sono evidentemente anche disponibilità.
Comunque vi sono esperienze significative come la comunità Arcobaleno che si interessa anche di detenuti. Abbiamo Don Lari, che si occupa anche di tossicodipendenti ed è una persona che ci da molte garanzie. La cosa delicata, secondo me, è che il volontario o la persona che ha in affidamento una persona, deve avere l'obiettività di poterci riferire i fatti che vanno riferiti. Non può tenerli per sé perché in quel momento anche il volontario diventa istituzione.

Come giudica l'esperimento di Bollate, ritiene che sia una strada da perseguire?
" Sono favorevole e penso che sia la strada da seguire".

Accetta la definizione secondo la quale il magistrato di sorveglianza è un ponte verso la società?
" Senz'altro, perché il magistrato deve capire il detenuto. Credo che il magistrato di sorveglianza debba avere un comportamento di ottimismo e anche di entusiasmo. Ho sempre diffidato di quei magistrati che hanno voluto fare un'esperienza senza sentire qualcosa di particolare nei confronti del prossimo".

In conclusione, come giudica la sua lunga esperienza a Trieste?
" Ritengo di poter dire che la nostra è una realtà estremamente positiva. Il fatto di non avere arretrati significa poter amministrare i giudizi in tempi rapidissimi e far guadagnare in efficienza la complessa macchina della giustizia. Da 47 anni faccio il magistrato e ho resistito tanti anni per la convinzione di fare qualcosa di utile e di concreto. È questo il motivo che ha ispirato e continua a guidare il mio lavoro".

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