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Parlano il medico Alberto Bagnini e lo psichiatra Domenico Colapinto
"In carcere sono rappresentate un po' tutte le patologie". Così afferma il dottor Alberto Bagnini e spiega: "Le più serie sono quelle che derivano dalla tossicodipendenza, con le problematiche correlate, quali l'epatite, ma sono presenti anche soggetti con problematiche cardiovascolari, quindi con

patologie ischemiche, soggetti anziani, che necessitano costantemente di terapie farmacologiche e di accertamenti clinici. Abbiamo molti casi di malattie ortopediche, di tipo dermatologico e, soprattutto, gravi problemi psichiatrici, che necessitano costantemente di terapie a base di psicofarmaci e ansiolitici. Il problema dell'insonnia è molto sentito. Abbiamo poi casi attualmente d'immunodeficienza acquisita, importanti e seri, per i quali siamo in contatto costante con il Tribunale di sorveglianza".
Il dottor Domenico Colapinto, dal 1989 psichiatra incaricato a Pesaro, lamenta che "alcune patologie non dovrebbero essere curate qui dentro. Per quanto riguarda le tematiche psichiatriche - aggiunge - da quando è stato istituito il servizio di ambulatorio autonomo, non abbiamo raggiunto grossi risultati. Come psichiatri svolgiamo un'azione di contenimento, e lo stesso uso del farmaco è limitato a tamponare delle situazioni di emergenza. Il problema è che un ambulatorio ha bisogno di altri supporti strategici e logistici, che in questa struttura non ci sono. Ogni cura va sostenuta con un'adeguata attività riabilitativa, che non sempre è possibile effettuare. Questo favorisce un abbassamento della soglia morale e di quella che Durkheim ha classificato come anomia, cioè la mancanza di principio, la mancanza di regole. Se il carcere deve essere orientato a fini riabilitativi, è fondamentale avere questa possibilità. Cosa che attualmente nelle carceri non esiste. Perché non è possibile impegnare i detenuti e riabilitarli durante la detenzione, né tanto meno quando escono. Una cosa che ho sempre segnalato è proprio l'estrema instabilità della popolazione penitenziaria e la impossibilità di poter seguire i detenuti una volta fuori dall'istituto". "I detenuti appartengono certamente ad una tipologia umana diversa - conferma l'infermiera Marisa Eusebi, da poche settimane a Pesaro - e con loro bisogna avere un approccio diverso. Sono certamente pazienti più difficili rispetto a quelli che si possono trovare in qualsiasi struttura ospedaliera civile".

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