Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

Sull'esempio di altri Paesi, anche l'Italia ha introdotto il braccialetto elettronico come strumento di sorveglianza
Daniele Autieri
Quando si è cominciato a parlarne molti erano scettici, altri entusiasti. L'introduzione del braccialetto elettronico in Italia è stata certamente una novità per il sistema giudiziario. Ma oggi è una realtà accertata che non

solleva scandali e diffidenza. Dal 5 aprile 2001 è stato posto in atto il decreto legge del novembre precedente, che stabilisce l'introduzione di un nuovo sistema di controllo, utilizzabile per i detenuti agli arresti domiciliari. L'insolito accessorio si applica alla caviglia e permette all'autorità giudiziaria di verificare a distanza i movimenti del soggetto che lo indossa. La sua alterazione o manomissione comporta il ritorno al carcere aggravato da una pena aggiuntiva. Il suo funzionamento è apparentemente semplice e si basa sull'emissione di onde radio, captate da una centralina posta nell'abitazione del soggetto, dalla quale l'individuo non può allontanarsi oltre un certo limite. La centralina è, poi, contattata dal computer della polizia che verifica, a brevi intervalli di tempo, l'esatta posizione del detenuto. Sono 350 i detenuti che, nelle città di Roma, Milano, Torino, Napoli e Catania, hanno accettato di sottoporsi alla sperimentazione. Ed è stato proprio l'allora Ministro dell'Interno, Enzo Bianco, il 31 marzo 2001, in occasione della 149/a Festa della Polizia, ad annunciare l'introduzione del braccialetto elettronico. "Sarà uno strumento utile per sorvegliare a distanza i detenuti sottoposti a libertà vigilata, con un evidente risparmio di uomini e una sicurezza maggiore", affermò il Ministro, sottolineando, inoltre, come "sul versante della sicurezza cresca la nostra capacità di ricorrere alle tecnologie più sofisticate, alcune delle quali si sono rivelate decisive per importanti indagini". È, così, partita la sperimentazione, che, tuttavia, non ha visto l'Italia tra i suoi pionieri. La formula del bracciale elettronico viene, ormai, usata da numerosi Paesi occidentali, che ne hanno fatto uno strumento di reinserimento sociale e di snellimento del sistema carcerario. Negli Stati Uniti, ad esempio, il "beneficio" viene concesso solo ai detenuti agli arresti domiciliari o in attesa di giudizio che non dimostrino di essere socialmente pericolosi. E mentre in Francia il bracciale è stato introdotto solo da febbraio scorso in sostituzione della carcerazione preventiva, nella vicina Svezia la pratica è abituale dal '94, ma solo per i detenuti che debbano scontare pene inferiori ai due mesi. Anche la Germania si è aperta, dal maggio scorso, alla sperimentazione per i detenuti in libertà condizionata, a differenza della Gran Bretagna che ha inaugurato l'utilizzo del braccialetto elettronico il 28 gennaio '99 per combattere il sovraffollamento delle carceri. I condannati inglesi che possono beneficiare del progetto devono aver compiuto i diciotto anni di età e dover scontare una condanna non superiore ai quattro anni. Solo in questo caso potranno essere rilasciati con due mesi di anticipo sul termine della pena.
In Italia ne possono beneficiare le persone sottoposte agli arresti domiciliari o alla detenzione domiciliare ed esclusivamente su loro esplicita richiesta. Un progetto ambizioso che, tuttavia, non esclude numerose zone d'ombra, già prese in considerazione nelle prime relazioni tecniche che circolano al Viminale. Oltre ai rischi, e ai costi elevati sono da valutare i possibili falsi allarmi e gli eventuali ricorsi per danni sanitari. Da alcuni osservatori sono stati, inoltre, sollevati molti dubbi sull'eticità di questo provvedimento. Si aggiungano a ciò le critiche su una possibile emarginazione sociale, imputabile al braccialetto. A tal proposito ci si è chiesti se la vista della cavigliera, comportando una comunicazione implicita dello stato di detenzione, non si trasformi in altro che una versione tecnologica di un marchio di infamia. Interrogativi inquietanti che, tuttavia, non hanno fermato la realizzazione di un progetto in cantiere da più di quattro anni. Sul piatto della bilancia, il peso di una maggiore sicurezza e di una legislazione più vicina ai partner europei, hanno fatto la differenza. Sono più di cinque miliardi i fondi stanziati per il primo stadio della sperimentazione, che potrà realizzarsi solo nelle città per l'evidente aggravio economico che comporterebbe stendere per chilometri e chilometri una linea di contatto telematico, lungo le campagne e nei borghi di montagna. Uno studio del Ministero degli Interni ha, inoltre, calcolato che per ogni braccialetto il costo sopportato dallo Stato è di circa 20, 30 mila lire al giorno. Cifre elevate che, tuttavia, possono essere accompagnate da un forte risparmio in termini di uomini e mezzi di sorveglianza. Lungi dall'essere la soluzione attesa dai suoi sostenitori, il braccialetto rimane un utile mezzo al servizio della giustizia, non privo, come molti altri, dei suoi difetti e delle sue debolezze. Il futuro utilizzo di sistemi di rilevamento artificiali, appoggiati ai satelliti, in sostituzione dell'attuale linea telefonica, aggiusteranno indubbiamente il tiro, ma la loro realizzazione sembra ancora di là da venire. Ciò non toglie il fascino e la curiosità che si è subito scatenata dalla sua realizzazione; fascino e curiosità che non hanno risparmiato neanche gli insoliti utenti. Il pugile Mike Tyson, il finanziere Adnan Kashoggi e il medico oltranzista dell'eutanasia Jack Kervorkian, sono solo alcuni degli uomini illustri ai quali è stato imposto di indossarlo, magari al fianco del loro Rolex. Ma è proprio nell'opinione pubblica che il nuovo progetto ha trovato il maggior numero di sostenitori. Un recente sondaggio ha, infatti, dimostrato che il 52,1% degli intervistati è favorevole all'uso del bracciale per i detenuti agli arresti domiciliari, mentre solo il 26,3% si è detto contrario. E se l'utilizzazione ha messo tutti d'accordo, alcuni dubbi permangono ancora sull'efficacia del sistema che, per il 43,2% degli interpellati, non può considerarsi totalmente affidabile. È così che questo accessorio, capace di andare a nozze con prevenzione e repressione, ha messo d'accordo tutti, o quasi.

Joomla templates by a4joomla