Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

Marina Riga, assistente sociale al C.S.S.A. di Roma
Sembrerebbe di fare un torto all'intelligenza del dott. Petralla, se non gli si riconoscesse la capacità di accettare un dato di fatto molto semplice: "la stessa struttura organizzativa del CSSA, le risorse, il personale, i metodi, non

hanno valore in sé, ma solo in relazione alla qualità del servizio che producono ai cittadini e alla società", come lui stesso bene dice, proprio in virtù di questa affermazione, un'innovazione organizzativa potrà anche non significare disprezzo verso la professionalità degli operatori (che riconoscenti ringraziano); quest'innovazione però scaturisce da una particolare visione della esecuzione penale, portata a concretezza attraverso un modello organizzativo non neutro.
Ogni collettività esprime la propria cultura della pena, storicamente caratterizzata, in base ad interconnessioni tra questa ed i propri valori e disvalori; legittimo quindi discuterne.
Ma fino a quando "una struttura organizzativa serve per realizzare un prodotto che nello specifico è il servizio richiesto dalla collettività", e fino a quando la collettività si esprime attraverso leggi e regolamenti, nessuno può pensare di disattenderli.
Il sistema di leggi che in Italia regola il sistema penale non accentua il carattere afflittivo della pena ma dà invece largo spazio al suo valore rieducativo, risocializzante, retributivo.
Che venga voglia di sovvertire questo indirizzo preciso dell'attuale normativa è umano e comprensibile, quando si pensa che un diverso inquadramento del personale civile del DAP porterebbe a notevoli vantaggi contrattuali e/o quando si pensa che i "sacri principi" - dalla Costituzione al codice deontologico - arrivano a sembrare un lusso nelle situazioni di grande sofferenza nelle quali noi tutti operiamo.
Però non è legittimo. Come la mettiamo con il nostro senso dello Stato, noi che dobbiamo educare alla legalità?
Dato che siamo tutti iscritti all'Ordine degli assistenti sociali, potremmo rilevare quanto possano essere necessarie "trasfusioni" al sistema dell'esecuzione penale esterna, sofferente, debole, e quindi poco vitale, vedere quali "trasfusioni" possano essere compatibili con il nostro mandato professionale e su quali note possa essere costruita la "migliore armonia" cui ci invitano; se non si ritenesse fertile invece questo terreno di confronto, mi sentirei allora di dire, forse temerariamente dato il momento storico: vinca il più forte!
Ma che sia prevista un'opzione per chi ha sostenuto e vinto un concorso per assistenti sociali, e non per "operatori di probation" all'americana, e arrivederci alla prossima battaglia civile.

Joomla templates by a4joomla