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Avviata dal 1995, la Scuola di formazione di Verbania prepara centinaia di allievi al delicato ruolo di agenti di Polizia Penitenziaria

Melissa Corbidge
Erano circa duecento gli allievi che con trepidazione aspettavano di pronunciare, entro la metà dicembre 2001, il loro giuramento di fedeltà alla Repubblica presso la Scuola di Polizia Penitenziaria di Verbania, piccolo capoluogo di provincia placidamente adagiato sulla sponda occidentale del Lago Maggiore. Soltanto da quel momento, e solo coloro fra i reclutati che nel frattempo avevano affrontato con successo gli esami scritti e orali sulle principali materie trattate nell'arco del trimestre formativo, nonché superato la verifica pratica per l'abilitazione all'uso delle armi prevista al termine di tale periodo, sono qualificati per prestare servizio effettivo nel Corpo. Lo stesso vale per gli altri quattrocento agenti in prova, selezionati in base a una graduatoria riguardante 1500 unità da attingersi dalle Forze Armate e di Polizia ai sensi della legge n. 356 del 30 novembre 2000 e reiterante antecedenti decretazioni d'urgenza relative all'assunzione di organico, dopo essere stati sottoposti ai test d'idoneità fisica e attitudinale per l'ammissione al 149mo corso di formazione indetto dal Dipartimento, coinvolgendo, oltre all'istituzione verbana, quella romana di via di Brava, e quella abruzzese di Sulmona.

In questo brumoso lembo lacustre del Piemonte, la solenne cerimonia ha luogo nella vasta piazza d'Armi della Scuola, un imponente edificio a quattro piani costruito a pochi metri dalla riva, che si sviluppa intorno a un chiostro centrale. Nato nel Settecento come sede arcivescovile, più tardi confiscato (al pari di tanta proprietà della Chiesa) dalle truppe napoleoniche che ne fecero prigione per il clero, mantenne, pur subendo numerosi rimaneggiamenti strutturali, la propria funzione reclusiva attraverso tutto l'Ottocento, e in seguito accolse dissidenti politici mandati al confino durante il Ventennio, tra cui Ernesto Rossi, illuminato esponente dell'allora nascente partito radicale. Caduto il fascismo, lo stabile fu adibito a Correzionale, parola all'epoca usata per designare qualunque carcere minorile, e per la gente del posto rimase la 'Casa dei barnabiti' fino a quando, nel 1995, non venne completamente restaurato e trasformato nell'efficiente complesso educativo che è, oggi, in grado di fare fronte alle esigenze di ogni tipologia di corso, formativo o di aggiornamento, per agenti di Polizia e del personale dell'Amministrazione Penitenziaria.
I suoi 13.000 metri quadri di superficie coperta ospitano la palestra, il poligono di tiro, la lavanderia, magazzini di cancelleria e merci varie e, al piano terra, gli uffici amministrativi e di direzione, il centralino telefonico, sale convegni di rappresentanza, più un ampio bar/salone fornito di tv e tavoli da biliardo e calciobalilla. I piani superiori sono invece occupati dalla biblioteca, l'infermeria, le aule didattiche, in tutto sette, comprese l'aula 'informatica', dotata di 19 computer collegati a un server comune, e l'Aula Magna, grande il doppio delle normali (che misurano pressappoco 13 per 8 metri ciascuna), affiancata da un secondo, spazioso salone convegni da 130 posti disposto ad anfiteatro. E infine le camere, tanto quelle destinate agli agenti assegnati che le 69 stanze riservate ai corsisti, doppie, da tre oppure da quattro posti letto e almeno con un bagno privato ogni due, per una capienza complessiva di 267 persone. "Nel caso del corso attuale e ormai prossimo alla fine, ci siamo avvicinati a un'utenza per così dire 'ideale', anche se in passato sono state toccate punte di 400 presenze", ricorda Michele Rizzo, chiamato a dirigere la Scuola nel settembre dello scorso anno. "Figlio d'arte", originario di Taranto, ma laureatosi in giurisprudenza a Torino dove si era trasferito quand'era ancora bambino con la famiglia, e dove cominciò la propria movimentata carriera che lo vide dapprima assistente universitario di diritto penale accanto a Marcello Gallo, quindi vice direttore d'Istituto penitenziario, poi direttore delle carceri speciali di Cuneo, Novara, Palmi e, dei penitenziari di Busto Arsizio e di Bologna, Rizzo approda a Verbania carico di una pluriennale esperienza professionale e umana che trapela nelle relazioni quotidiane, improntate ad autorevolezza commista a un vivace spirito di squadra, intrattenute tanto con i collaboratori interni che con i docenti invitati di volta in volta a salire sulla cattedra secondo le direttive predisposte dal DAP o dai provveditorati, e con gli allievi medesimi.
È infatti con sentimento quasi paterno che egli parla dei "ragazzi" del 149mo, definito "un ottimo corso, seguito con interesse dai partecipanti, in questo caso ex-Carabinieri": come Salvatore Friscia, che da esso si aspetta concrete prospettive per un "futuro migliore"; o Agostino Denise, consapevole che l'eventuale ingresso nella Polizia Penitenziaria dovrà accrescere la sua coscienza morale poiché "coinvolgerà più da vicino il rapporto con le persone"; o, ancora, Massimiliano Cristofaro, il quale con intelligenza commenta che il futuro ruolo gli consentirà di conoscere la "malattia della società dal di dentro e non solamente attraverso i mass-media che sovente gonfiano i fatti. Inoltre, in virtù specialmente delle recenti riforme in ambito penitenziario, offrirà agli agenti ulteriori possibilità di aiuto nel recupero dei detenuti", chiosa. Queste loro considerazioni emergono in un breve colloquio 'rubato' interrompendo una lezione tenuta dall'Ispettore comandante Enzo D'Angeli, operativo nel limitrofo Istituto di Reclusione locale: tutti, dall'insegnante ai componenti la seconda delle quattro sessioni pedagogiche composte ognuna da 50 educandi in cui è stato suddiviso il corso, concordano nell'affermare che l'impatto potenzialmente drammatico con la realtà carceraria è stato vinto grazie soprattutto a un lungo tirocinio in diretto contatto con i reclusi e i quadri preposti alla loro custodia. "La tendenza, nell'articolazione di questo genere di percorsi formativi 'lampo', è quella di privilegiare un maggiore coinvolgimento attivo degli interessati, con sempre più tempo dedicato all'apprendimento on the job, all'interno cioè di penitenziari individuati nella zona geografica di riferimento", spiega Angela Pellegrini, laurea in Lettere e specializzazione in criminologia, qui responsabile dell'area didattica dal marzo 1996 e nominata direttore, dopo esserlo stata del precedente, di quest'ultimo corso varato il 10 settembre. "Organizzato in cinque moduli da due o un massimo di quattro settimane allo scopo di intervallare, integrandole, le tradizionali lezioni teoriche di tipo frontale con un'intensa attività di addestramento sul campo, il programma - continua la dottoressa - ha stavolta riservato alle esercitazioni ben 144 delle 459 ore contemplate nell'iter di formazione, implementate dal successivo monitoraggio e confronto dei vissuti individuali "sul fronte" con casi analoghi, di concerto con lo staff permanente della Scuola, il nucleo docente, e i tutor, sorta di "angeli custodi" cui spetta agevolare il clima interpersonale nelle varie classi. Nella fattispecie, e in ordine rispettivamente alle singole sessioni - precisa - si tratta degli assistenti di Polizia Penitenziaria Alessandro Bevilacqua, Giuseppe Cassisi, Sandro Mansueto e Giuseppe Salvo".
Le rimanenti 315 ore erano state viceversa devolute all'approfondimento dei tre capitoli tematici ritenuti, nello specifico, fondamentali ai fini di un'adeguata preparazione, e codificate in: Ordinamento penitenziario, vertente sui concetti di reato, sicurezza, trattamento e integrazione, e su nozioni di diritto penale e dei principi costituzionali e giurisdizionali che lo regolano; Comunicazione, intesa, tra altro, come strumento per la risoluzione del conflitto e la gestione della complessità o dell'evento critico; Operatività del Ruolo, avente come obiettivo primario quello di fornire le conoscenze necessarie allo svolgimento dei compiti istituzionali sia dentro l'Istituto di reclusione che fuori, a cominciare dal modello 'logistico' adottato dall'Amministrazione agli elementi di procedura sanzionatoria, sempre nel rispetto della dignità e tutela dei diritti umani, senza distinzione di razza, cultura o religione. "Target decisamente ambiziosi, specie considerato il tempo a disposizione, ridotto della metà rispetto a quello normalmente utile", sottolinea Rizzo, che nell'auspicare aggiornamenti seppur brevi ma con frequenza periodica possibilmente annuale dei contenuti didattici dei corsi, mette il dito sull'annosa piaga di carenza di personale, "gravosa - aggiunge - non solo per i corsisti ma anche per gli agenti effettivi, tra cui Davide Natiella, 26 anni, di Potenza, diventato il mio 'braccio destro' nel disbrigo delle mansioni di Segreteria, o Pietro Scema, nativo di Oristano, al quale posso affidare la gestione giornaliera di centinaia di milioni di lire, o se preferisce, migliaia di euro". E pensare che quando venne destinato all'ufficio di ragioneria, Scema non aveva la benchè minima dimestichezza con i conti - sorride, confessando che "con buona pace dei bollettini ufficiali, in verità, a mandare avanti la 'macchina' scolastica siamo solamente in 29", dichiara il direttore, includendosi nel numero, e sollevando un coro unanime di approvazione sull'istanza di poter disporre del tempo e dei mezzi necessari per fare di più.
Lo spalleggiano, per primi, Luca Bollati, psicologo e psicoteraupeta con studio a Pavia, già consulente in campo di delinquenza minorile presso il carcere di Voghera, che a Verbania presta la sua voce di esperto su problemi attinenti la sfera psichica ("un'intricata ragnatela di aspettative, delusioni e preconcetti non sempre facili da sciogliere", sostiene) in chi s'appresta a lavorare nel complesso e vieppiù multietnico contesto detentivo, e Pier Cesare Bori, docente alla facoltà di Scienze politiche dell'università di Bologna, dov'è titolare della cattedra di filosofia morale e di Storia della teologia.
Motivato dal riscontro positivo dei suoi interventi 'verbani' sul tema di un "percorso etico tra culture" (titolo anche del suo prossimo libro), Bori soffre la costrizione di dover ridurre in pillole preziose nozioni su Induismo, Buddismo, Taoismo e Confucianesimo, comparati con culti più marcatamente monoteisti come il Cristianesimo o l'Islamismo, entrambi più marcatamente portatori di una forte legge morale. "Non bisogna dimenticare che circa un terzo della popolazione detenuta oggi in Italia è di fede musulmana, e che perciò capire le motivazioni dietro al digiuno impostole dal Ramadan, per esempio, può risultare estremamente importante", afferma il professore, esprimendo la propria frustrazione nel non poter esaminare a fondo i cinque pilastri della confessione islamica, costretto anzi a limitarsi alla lettura delle sure (paragrafi sacri) aprenti del Corano. "Ma occorre dare tempo al tempo", ribatte Rizzo, che da inguaribile ancorché disilluso ottimista, preferisce concentrarsi sulle molte idee in gestazione per un ancor più efficace collegamento tra Scuola e territorio, sicuro, a due anni appena dal suo insediamento "al lago", di poter annoverare sindaco e presidente della Provincia del Verbano-Cusio-Ossola tra i suoi alleati.

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