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L’Uspev è l’ufficio sicurezza personale e vigilanza che si occupa del servizio scorte al capo del Dap, al ministro della Giustizia e alle altre personalità del mondo penitenziario
di Daniele Autieri

Tutto nasce da una pagina buia della storia italiana: gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi. Il duemila è alle porte e le indagini dimostrano che un nuovo pericolo terrorista si affaccia sul fragile panorama italiano.
Le istituzioni sono chiamate a rispondere alla minaccia e a proteggere gli uomini in prima linea. Da questa esigenza deriva la scelta di dotare anche l’Amministrazione Penitenziaria di un ufficio specifico deputato alla difesa degli uomini più in vista, dal ministro della Giustizia al Capo del Dap, fino a direttori di penitenziari o magistrati.
Dopo il decreto ministeriale del 2004 e una serie di ulteriori passaggi legislativi, il 1° agosto del 2007 inizia ufficialmente l’attività dell’Uspev, l’Ufficio Sicurezza personale e vigilanza, che ha il compito di garantire la sorveglianza ed il controllo della sede ministeriale e delle strutture decentrate, nonché la sicurezza e la tutela delle autorità dipendenti dal ministero stesso, assicurando loro un servizio di scorta e tutela. La realtà cresce nel corso degli anni fino ad arrivare a interessare oggi 450 unità, tutte dislocate tra il quartier generale di Roma a Rebibbia, il ministero di via Arenula e altre sedi in tutta Italia.
“Attualmente – spiega il generale
Giovanni Sanseverino, direttore dell’Uspev – sono circa 30 le personalità protette dal nostro ufficio, vivono un po’ in tutto il Paese ma soprattutto conducono un’attività lavorativa che li porta a girare moltissimo”.
Il livello di protezione, ovviamente, non è uguale per tutti. Tutto il sistema, infatti, ha la sua testa nel Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza della Prefettura di Roma. È qui che arrivano le informazioni da tutta Italia sulle persone a rischio. Il Comitato analizza il livello di pericolo e decide se l’individuo in questione ha realmente bisogno della protezione. In caso affermativo, l’informativa passa all’Uspev che organizza il sistema di tutela in base al rischio calcolato.
“Il servizio di accompagnamento – continua Sanseverino – può variare da una sola vettura non specializzata (non blindata) a una o più macchine blindate. Anche il livello di blindatura cambia a seconda dell’individuo che viene protetto”.
In genere si tratta di un’attività fluida che deve essere riorganizzata momento dopo momento in funzione dei programmi del “protetto”, delle informazioni che arrivano dall’esterno, del tipo di protezione che bisogna garantire. “La nostra caratteristica – commenta il generale che guida l’Uspev – e che rende il lavoro degli agenti particolarmente difficile, è che devono adeguare l’istanza della sicurezza e del controllo con le normali abitudini e aspettative di vita dell’individuo che viene messo sotto protezione. Gli agenti sono chiamati ad assicurare l’incolumità dell’individuo, ma anche a garantire la sua quotidianità al lavoro come nel tempo libero”.
La protezione, quindi, non ha limiti di tempo, ma prosegue giorno e notte, 24 ore su 24 e riguarda non solo le persone ma anche le loro residenze che possono essere quelle primarie in città, oppure quelle secondarie nei luoghi di villeggiatura.
“Il ruolo di capo scorta è molto complesso – racconta Marco, capo scorta del Capo del Dap, Franco Ionta – sia perché è necessario garantire sicurezza ma anche una vita “normale” alla persona protetta, che per la gestione della scorta stessa. Personalmente, guido un gruppo di 4 agenti più uno di riserva e ai giovani insegno sempre che le qualità necessarie per fare questo lavoro sono discrezione e attenzione”.
Del resto, Marco di esperienza ne ha perché ha iniziato a lavorare nelle scorte nel 1986, ha fatto un periodo in squadra mista con i carabinieri e poi dal 2008 ha la carica di capo scorta del Capo del Dap.
“In passato ci sono stati periodi molto duri – continua – dove ogni mattina ci arrivava un’informativa nella quale ci veniva chiesto di indossare giubbotti antiproiettili in risposta a minacce reali. Oggi è un po’ diverso, c’è una maggiore tranquillità, anche se quello che ho imparato in questo mestiere è mai abbassare la guardia; mantenere sempre elevato il livello di attenzione”.
Sono questi i segreti di una professione che obbliga gli agenti a lavorare fino a tardi e stare lontani dalle famiglie, alle volte, anche durante le feste comandate. “È un sacrificio che si fa – spiega il capo scorta – perché si crede profondamente in questo lavoro. Ed è questo spirito di abnegazione che cerchiamo di infondere anche ai più giovani”.
Per loro, le nuove leve, far parte di una scorta esercita sempre un certo fascino, come racconta l’agente scelto Ines, autista della squadra che protegge il Capo del Dap e soprattutto donna. “Essere donna e fare questo lavoro è un ulteriore motivo di orgoglio per me – confessa –, chi immaginerebbe mai una ragazza alla guida di un’auto blindata? E invece è così”.
Ines è entrata nell’Uspev nel 2008 e guida la prima o la seconda auto della scorta. “Seguiamo il Capo ovunque vada – racconta – dalla mattina fino alla sera e spesso in giro per l’Italia nell’ambito delle sue missioni. Questo lavoro mi è sempre piaciuto, lo ritengono un modo per soddisfare la mia passione, una sfida con me stessa. E poi ho avuto la fortuna di capitare in un gruppo di colleghi eccezionali, dalle grandi capacità professionali e umane”. Discrezione, capacità relazionali, disponibilità al sacrificio: sono tutte qualità importanti per far parte del servizio scorte, ma non le uniche. A queste va aggiunto un elevato livello di sofisticazione tecnica e attitudine all’uso delle tecnologie perché gran parte del lavoro, oggi, è legato anche ai nuovi sistemi di comunicazione.
“Le comunicazioni con l’Ufficio centrale di sicurezza interforze oppure con i vari istituti – spiega il generale Sanseverino – non vengono mai fatte in “chiaro”, ma tutte con sistemi criptati e apparecchiature particolari. Lo stesso per comunicare con le forze di polizia presenti sul territorio”.
Una volta espletato questa necessità, si passa all’organizzazione degli uomini e dei mezzi che spesso, come spiega il direttore dell’Uspev, si scontra con la scarsità delle risorse a disposizione. “Grazie alla nostra professionalità riusciamo a fare bene sempre il nostro lavoro – spiega – ma per essere a pieno organico dovremmo essere non 450, ma circa 700”.
A questi uomini, oltre alla protezione fisica, spetta anche un lavoro di intelligence in stretto contatto con il Ministero degli Interni che è il catalizzatore delle informazioni sensibili. Ogni genere di informativa su minacce o eventuali rischi viene trasmessa al quartier generale di Rebibbia e poi agli uomini della scorta che si organizzano per fronteggiarli.
“Una delle prime regole – spiega
Giacomo, capo scorta del ministro della Giustizia, Angelino Alfano – è non seguire mai lo stesso tragitto negli spostamenti. La massima attenzione, da parte nostra, è una caratteristica fondamentale. Ricordiamo che la prima azione di ogni potenziale attentatore è l’osservazione. Un momento molto delicato che lo rende vulnerabile”. Anche Giacomo è un veterano e svolge questo lavoro ormai da 27 anni, molti dei quali passati a fianco dei Guardasigilli.
“Sono stato 5-6 anni al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – racconta – e poi sono passato alla protezione del ministro. È un mestiere che richiede molto sacrificio, ti obbliga ad essere operativo ogni mattina alle 7,30 e a rimanerci fino ad un’ora imprecisata, ma dà anche tante soddisfazioni”.
Al fianco di Alfano, e dei suoi predecessori, Giacomo ha girato il mondo, alternando a momenti più tranquilli altri dal rischio elevatissimo.
“Ricordo che in un particolare periodo storico sapevamo di avere 30/40 mafiosi che seguivano tutti i nostri spostamenti, a Roma e in Italia. Anche questo fa parte del nostro lavoro, dobbiamo accettarlo e soprattutto devono capirlo i più giovani. Questo mestiere non è un gioco, si rischia la vita, quindi non lo si può affrontare con superficialità, ma ci vuole formazione, aggiornamento, e soprattutto passione”.
Nella sua attività giornaliera Giacomo, come gli altri colleghi impegnati nelle scorte, non è solo. Il loro lavoro è supportato da un altro gruppo d’élite: sono i cosiddetti Rops (Reparto operativo protezione e sicurezza), chiamati a intervenire solo per i livelli più elevati di protezione. Gli uomini del Rops si muovono generalmente su grandi motociclette e anticipano i movimenti della scorta. I loro compiti principali sono il controllo del percorso, l’eventuale bonifica, ma anche lo studio accurato dei luoghi che ospiteranno l’arrivo della personalità, da dove dovrà parlare, ai bagni fino all’individuazione dell’uscita più vicina e più sicura.
“Il Rops – spiega il generale Sanseverino – rappresenta una parte ulteriore della protezione. Si muove sempre in anticipo, raggiunge i luoghi interessati e controlla la situazione. Poi manda le direttive alla scorta, segnalando i percorsi migliori da fare, se ci sono assembramenti o manifestazioni in corso, e così via. I Rops sono di fatto la testa di ponte del reparto scorte”.
Il loro compito è ugualmente delicato, se non di più, perché l’impegno richiesto non si limita alla protezione, ma si allarga all’anticipo, alla previsione, all’analisi di tutti i possibili rischi e di conseguenza impone agli agenti di rivedere i piani già scritti e i percorsi già previsti.
Insieme a tutti gli altri, compongono la complessa macchina della sicurezza e della tutela personale. Un compito difficile ma anche di grande importanza: la prima vera forma di lotta alla criminalità e al terrorismo perché contrasta l’illegalità sul nascere, e tutelando la fisicità dell’uomo, combatte l’assalto alle istituzioni. n

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