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Parlano la coordinatrice dell’Area Educativa Paola Bernardini e l'educatrice Sandra Battaglini
    
La dottoressa Paola Bernardoni, educatore coordinatore, originaria di Roma, dal 1984 nell’Amministrazione Penitenziaria è dal 1986 ad Orvieto. Ha lavorato in precedenza all’O.P.G. di Napoli e all’istituto di reclusione di Carinola, due esperienze totalmente diverse, dove le è stato possibile prendere visione dei gravi problemi ancora da superare in strutture di quel tipo. «In questo istituto – racconta – siamo tre colleghe e siamo sempre andate molto d’accordo. Non abbiamo diviso i settori, ognuna di noi ha solo preso in carico un certo numero di detenuti, con incarichi che ci scambiamo di volta in volta. In genere io seguo i corsi scolastici e le attività di formazione professionali. Per quanto riguarda, invece, i corsi scolastici, che includono i corsi tradizionali, quello di alfabetizzazione e il corso di scuola media, collaboriamo con i Centri Territoriali Permanenti. Per i corsi superiori, nonostante l’impegno, non riusciamo ancora a farli decollare. Questo dipende sia dal numero esiguo dei detenuti, ma anche dal fatto che questi godono spesso di misure alternative e di permessi, per cui raggiungere il numero sufficiente per formare una classe non è facile. Ciononostante siamo riusciti a far diplomare privatamente più di un detenuto e attualmente ne abbiamo uno che frequenta il secondo anno della Facoltà di Scienze Politiche presso l’Universaità di Perugia. Tutto questo è stato possibile grazie alla collaborazione con i nostri colleghi del servizio sociale di Perugia. Anche quest’anno abbiamo avuto un detenuto straniero che ha sostenuto l’esame di maturità all’istituto d’arte e intende proseguire negli studi. Per quanto riguarda altre attività culturali, abbiamo tenuto un corso di storia, e un laboratorio teatrale che fino a qualche mese fa ha impegnato diversi detenuti che hanno realizzato anche uno spettacolo. Negli ultimi tempi, purtroppo, il regista si è ammalato e l’attività è stata sospesa. Tutti i giorni e anche il sabato è assicurata la presenza di una di noi sia per colloqui con i familiari sia con gli stessi detenuti. Promuoviamo anche altre attività come i concorsi letterari e segnaliamo il successo di un nostro detenuto che è risultato vincitore del secondo premio ad un importante concorso letterario a Roma. Quando però abbiamo la possibilità di avere dei volontari che allestiscono un gruppo di laboratorio siamo felici, anche perché c’è una risposta molto forte da parte dei detenuti. Possiamo contare anche sui corsi di formazione della Regione di ceramica, calzature, e da giugno uno per panettieri, che prevede di inserire i detenuti, una volta scontata la pena, nel mondo del lavoro. Il vero grande problema, secondo la mia esperienza, è proprio questo: se è vero, cioè, che i detenuti all’interno dell’istituto seguono un percorso formativo e lavorativo, al momento della dimissione vivono un vero momento di crisi, in particolar modo gli extracomunitari e i tossicodipendenti. Un po’ più facilitati sono coloro che hanno potuto usufruire delle misure alternative, hanno maturato in qualche modo la riacquisizione della libertà, intessendo reti di collegamenti, mentre i detenuti extracomunitari si trovano a fare un salto nel buio. Non c’è quindi raccordo tra il trattamento all’interno del carcere e il momento dell’uscita. Non esistono strutture esterne d’accoglienza, o meglio, c’è la Caritas, che può solo garantire però assistenza per pochi giorni. Non abbiamo offerte lavorative. Quindi si rischia, dopo la dimissione, di vanificare tutto il lavoro fatto negli anni».
Anche Sandra Battaglini, educatrice, proveniente da Alessandria, originaria della zona e dal 1994 a Orvieto, ci parla della sua esperienza: «Certamente le difficoltà nel nostro lavoro esistono, sono dovute soprattutto al fatto che, nonostante si sia numericamente sufficienti per seguire i nostri detenuti, il problema che si pone è quello del lavoro, che non è sufficiente per tutti. Il problema riguarda un po’ tutti gli istituti carcerari. Penso che il nostro primo obiettivo debba essere proprio di adoperarci al massimo per la risocializzazione del detenuto. Personalmente ci credo molto, credo di avere iniziato questo lavoro con molte speranze e molto entusiasmo, anche se qualche volta ci si sente un po’ scoraggiati, perché le difficoltà in verità sono molte. I rapporti con i detenuti extracomunitari rappresentano un altro problema che sentiamo molto. Anche perché la nostra popolazione è composta almeno per il 40% da extracomunitari, tra i quali ci sono anche i nomadi che vivono con grande disagio la detenzione. Nonostante tutto, avvalendoci anche degli assistenti volontari, offriamo nei casi in cui questo si renda possibile, la possibilità di uscire e di fare visite. Forse per essere migliore il nostro lavoro dovrebbe essere meno burocratico, meno cartaceo: questo ci permetterebbe di utilizzare meglio il nostro tempo per svolgere il lavoro di progettazione e di relazione con le altre figure professionali che ruotano attorno al carcere».

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