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Incontro con Pietro Masciullo, comandante di reparto a Sollicciano
Pietro Masciullo, ispettore superiore, comandante di reparto di Sollicciano, ha 43 anni e da 23 è nell'Amministrazione Penitenziaria. Originario della provincia di Lecce, prima di approdare a Firenze, ha prestato servizio a Brindisi, a Pianosa, a Palermo, a Reggio Calabria e a Firenze, e recentemente ha svolto due missioni nel Kosovo.

Dirige circa 600 uomini, compreso il nucleo traduzioni e piantonamenti che occupa circa 100 agenti. Così ci parla del suo impegno istituzionale: "Il sovraffollamento di Sollicciano non permette di lavorare in un clima sereno. Specie in alcuni reparti come quello giudiziario siamo costretti a mettere fino a sette-otto detenuti per cella. Una condizione oggettivamente invivibile. Se a questo aggiungiamo che il personale da me diretto è prevalentemente molto giovane e di provenienza del Sud, è evidente che le difficoltà aumentano. Del resto non posso non comprendere le ragioni dei miei agenti che non riescono a stabilirsi a Firenze. Il costo eccessivamente oneroso degli affitti e la mancanza di un'occupazione per i coniugi, per quelli sposati, non fa che pesare sulla bilancia delle difficoltà che bisogna affrontare quotidianamente. Il mio personale mi sollecita continuamente di reperire alloggi. L'Amministrazione si dovrebbe far carico della costruzione o dell'acquisizione di alloggi da destinare a titolo oneroso al personale, ma con un canone d'affitto che sia congruo rispetto agli stipendi percepiti.
Altro grave problema è costituito dalla tipologia dei detenuti tra i quali gli extracomunitari superano il 65-70%. Questo comporta gravi difficoltà per le differenze di cultura e di lingua. Anche se abbiamo un grande aiuto da parte di mediatori culturali, gli agenti non sono attrezzati per rispondere adeguatamente a queste esigenze. Di qui la necessità di provvedere a corsi di formazione per imparare lingue straniere. Io che sono stato in Kosovo so quanto è forte il disagio di chi si trova ad operare con persone di cui ignora la lingua. Considerando che abbiamo anche detenute che hanno con sé i loro bambini, e notoriamente le donne presentano per gli evidenti problemi familiari più difficoltà di gestione, siamo costretti quasi ogni giorno a dover affrontare situazioni di emergenza per le quali non abbiamo sempre gli strumenti adeguati. Il mio sogno nel cassetto resta un istituto in cui tutti i detenuti abbiano la possibilità di lavorare e di studiare così che, una volta rientrati nella società civile, si possano aprire per loro spazi occupazionali dignitosi. Conosciamo detenuti dalle grandi potenzialità che, sono convinto, se inseriti in un contesto positivo, potrebbero essere utili alla società".

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